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La poesia di Mario Santagostini sbarca in una nuova dimensione

In che modo? Utilizzando Franz Kafka come schermo per affrontare il rapporto flessibile e inconcluso con il padre


14/03/2017

di Luca Minola


Mario Santagostini con Kafka in Palestina, nel 1931 (pag. 27, euro 6,00) ci introduce in una nuova dimensione del suo lavoro poetico. Questa plaquette pubblicata negli ultimi mesi del 2016 per Stampa 2009, con l’introduzione propositiva di Maurizio Cucchi, si aggiunge all’ormai pluridecennale lavoro di questo autore. Santagostini usa il personaggio letterario di Franz Kafka come schermo per affrontare il rapporto flessibile e inconcluso con il padre. Già nella sua precedente opera Felicità senza soggetto personaggi letterari o artistici come Pascoli, Manzoni o Van Gogh erano comparsi come figure esterne e scisse di una dimensione distinta. Già altri autori all’interno delle proprie opere hanno usato questa consonanza, scambiando soggetto e finzione poetica, penso a Scalise o Cucchi per esempio.
Il Kafka di Santagostini è estinto, già morto. I fatti, perché di fatti si tratta, si svolgono nel 1931 anche se Kafka nella realtà è già morto dal 1924. Quindi il personaggio Kafka oltre la fisicità, che ambisce alla Palestina come luogo del grande ritorno, come aldilà degli estinti. Ora il pensiero è maceria, svilimento di contenuti, possibile indecisione: “Qui, ogni giorno la memoria diventa/più sciatta. Come/ una maceria, dove non si cammina”.
Nella plaquette si passa da poesie brevi a prose poetiche, che creano la giusta sintonia verso un viaggio mai finito. Questo megafono interiore consiglia passaggi fra corpi metafisici e brillanti: “Forse, un giorno vedrò/ un lampo quando torna alla sua nuvola./ O un dipinto, dove/ io guardo il lampo tornare/ alla sua nuvola”. Provoca quasi rabbia, quella sana e animale, quella legata agli istinti più bassi e veri; le doppie vite di Santagostini segnano un secondo corpo nostalgico e nascosto alla realtà: “E con gli anni, ho fatto/ di me stesso solo una bava,/ o un guscio, o una specie di corazza./ Un secondo corpo./ E ho pensato in grande./ Come pensa in grande la lumaca,/ il cervo volante./ Bestie con un corpo e mezzo:/ sembrano fatte a pezzi, e rimontate./ È così che nascono/ animali da sogno, e vite da sogno”.
Kafka è riconosciuto come deriva di altri infiniti personaggi che creano il mondo letterario e non. Così si spiega la fatale immissione di questa figura, per poterne scrivere e parlare. Alla fine le parole si ripetono, sono sempre quelle. Riconosciute, riascoltate appaiono come lunghi respiri mentali, proiezioni di un io stravolto. In questo Santagostini è eccellente, quando tratta con le ombre, quando tasta in modo evidente e sconsiderato la loro inutile e persistente esistenza: “Ma/ per ora, sono ancora le ombre che ci interessano, e ci riguardano./ Non so come, ma ci riguardano”.

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