Share |

La rivoluzione delle Fintech cambia il volto delle banche e il credito diventa… digitale

La nuova industria finanziaria, grazie ai servizi ad alto valore aggiunto, sta erodendo margini e profitti agli istituti di credito tradizionali. Per adeguarsi il sistema bancario ha investito 4,5 miliardi di euro in software e hardware, con alcune buone iniziative. Ma servirebbe una regolamentazione…


11/12/2017

di Giambattista Pepi


L’avvento delle Fintech, cioè delle imprese che forniscono servizi e prodotti finanziari attraverso le più avanzate tecnologie dell’informazione, costituisce una rivoluzione gentile che sta radicalmente mutando lo scenario del settore finanziario, creditizio e assicurativo, inducendo i suoi protagonisti (banche, compagnie di assicurazioni, finanziarie) a investire consistenti risorse nell’innovazione per rimanere competitivi sul mercato. 
Dietro i gesti o le azioni più semplici che ogni giorno compiamo con naturalezza e senza quasi accorgercene - come effettuare un bonifico personalmente utilizzando un device mobile (uno smartphone o un tablet), o prelevare del denaro contante da uno sportello bancario a distanza grazie ai lettori ottici incorporati nelle carte Bancomat di nuova generazione, oppure investire in Borsa mediante il trading online - ci sono loro: le società native digitali che stanno entrando nel mercato finanziario con la carica della potenza creatrice di know how che genera servizi ad alto valore aggiunto e li immette sul mercato. 
E quello che stiamo vedendo oggi non è niente rispetto a quello che ci attenderà nel futuro e che comincia già a intravedersi all’orizzonte: il prestito collettivo, i servizi automatizzati di investimento e di aiuto alla clientela, senza dimenticarci del ricorso a tecnologie avanzatissime: l’intelligenza artificiale, i dati destrutturati e la tecnologia per gli scambi delle valute virtuali, come i Bitcoin.  
La crescita della tecno-finanza è infatti esponenziale: dai 930 milioni di dollari di giro d’affari del 2008 si è passati ai 14-15 miliardi del 2016.  La piattaforma Medici ha censito nel mondo, alla fine di ottobre, 7.985 imprese Fintech: 1.490 operano nella categoria dei pagamenti, 955 nelle piattaforme per investimenti, 950 nel credit scoring, microfinanza e altro e 911 nei prestiti. Secondo l’Eba (l’organismo dell’Ue che sorveglia il mercato bancario europeo per garantire la stabilità finanziaria) si stima che nei Paesi dell’Unione europea siano presenti 1.500 aziende: il 58% opera nel segmento del canale e delle piattaforme di distribuzione online e del canale di distribuzione mobile, seguite da quelle impegnate nelle reti per il trasferimento di valori (8%) e negli strumenti per la gestione digitale delle finanze personali (7%). In Italia sono 136 e hanno lanciato 145 iniziative: la parte del leone la fanno quelle di crowdfunding (53) e dei pagamenti (18). E la loro presenza le banche tradizionali la cominciano a sentire. 
“La concorrenza delle aziende Fintech sta già iniziando a intaccare i margini dell’attività bancaria tradizionale” osserva Fabio Panetta, vicedirettore generale della Banca d’Italia nell’Indagine sull’impatto della tecnologia finanziaria sul settore finanziario presentata nei giorni scorsi alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati. “Si stima che nel prossimo decennio, con l’espansione in tutti i segmenti di mercato, i nuovi operatori potrebbero erodere il 60% dei profitti che le banche ottengono dalle attività al dettaglio”. 
E proprio l’espansione del fenomeno impone la sua regolamentazione che sarebbe utile avvenisse con giudizio. “Se assoggettiamo a norme troppo rigorose queste attività - avverte Pierfrancesco Gaggi, direttore centrale relazioni internazionali Abi e presidente di Abi Lab, che ha presentato una relazione circostanziata sulle Fintech in occasione di un seminario Abi svoltosi a Ravenna -  rischiamo di bruciare sul nascere le iniziative imprenditoriali. Ci vuole invece una regolamentazione fine, che individui il giusto compromesso tra l’esigenza di garantire la stabilità finanziaria e quella di salvaguardare l’autonomia e la libertà d’impresa. Tutto questo - aggiunge Gaggi - deve essere fatto a livello europeo”. Intanto la Banca d’Italia, impegnata a monitorare il fenomeno, si accinge a emanare linee guida sulle Fintech mentre ha attivato il Canale Fintech nel proprio sito web istituzionale. 
Secondo una rilevazione campionaria condotta da Abi Lab, il centro di ricerca e innovazione promosso dall’Abi (“Scenario e trend del mercato Ict per il settore bancario 2017”), le banche si stanno muovendo nel mercato delle Fintech con differenti strategie che vanno dalla creazione di fondi di investimento dedicati alle partnership commerciali, dall’investimento mirato nel capitale di alcune start-up alla creazione di acceleratori e incubatori. E non mancano gli esempi. Unicredit ha creato un fondo da 200 milioni di dollari per investire nelle start-up Fintech, ha siglato due accordi per l’adozione di una tecnologia basata su blockchain (la tecnologia adoperata per effettuare le operazioni di acquisto e vendita delle monete virtuali) per i pagamenti internazionali e con un gestore di un sistema di pagamento internazionale per abilitare sei milioni di titolari di carte di credito per pagare nei negozi tramite app/web. 
A sua volta Intesa San Paolo ha investito 16 milioni di euro per acquisire una quota del capitale di un fondo internazionale volto a creare sinergie con le attività di corporate venture capital, partecipare a un consorzio di istituzioni finanziarie che collaborano per sviluppare una piattaforma che utilizza la tecnologia per lo scambio di valute virtuali e avvalersi di una start-up inglese specializzata in finanziamenti alle Pmi. 
Ma non si muovono solo le banche di grandi dimensioni, in quanto anche le medio-piccole si danno da fare. Iccrea (Gruppo bancario che fornisce in esclusiva prodotti e servizi alle Bcc e alle Casse rurali), ad esempio, ha abilitato i Pos di quasi 90mila esercenti, propri clienti, a ricevere pagamenti utilizzando un’app. E Banca Sella, impresa con il pallino della tecnologia, ha realizzato a Milano un hub dedicato al Fintech. 
Le banche, secondo Abi Lab, hanno finora investito nelle Ict 4,5 miliardi di euro e le previsioni per il 2018 vedono oltre il 97% degli istituti mantenere costante o accrescere il budget della spesa in nuove tecnologie, forti del fatto che sono oltre 17 milioni i clienti operativi attraverso l’home banking.  
Il Piano nazionale Industria 4.0 lanciato dal Governo prevede incentivi alle imprese bancarie e finanziarie che si dotano di software e sistemi funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale, per la formazione del personale e per iniziative di ricerca e sviluppo. “Sarebbe auspicabile favorire la propensione delle banche a investire nelle Fintech eliminando alcuni vincoli, come, ad esempio, quelli gravanti sugli investimenti in società strumentali previsti dalla Direttiva sui requisiti di capitale” dice Gaggi. “In particolare - precisa - andrebbe superata l’interpretazione che considera gli investimenti in Fintech solo di carattere finanziario (con impatti in termini di capitale di rischio), passando invece a una logica che valuti questi investimenti come strumentali al miglioramento dei servizi e dell’operatività della banca, e dunque parzialmente deducibili dal conto economico”. 
Lo scenario dell’innovazione tecnologica e digitale del settore bancario e finanziario è, come si vede, in costante divenire, ma per fare un ulteriore salto di qualità occorre che le autorità regolamentari e politiche siano disponibili a valutare in modo propositivo i suggerimenti degli operatori. “Per investire nel digitale - è l’auspicio di Gaggi - proponiamo che si passi dal Piano nazionale Industria 4.0 al Piano nazionale Industria e Servizi 4.0 e si eliminino le remore e o freni che ostacolano gli investimenti o fanno ritardare l’introduzione nelle banche con rapidità delle innovazioni disponibili sul mercato”.

(riproduzione riservata)