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La sforbiciata ai parlamentari? Un passo avanti legato al varo di una nuova legge elettorale

Vista l’aria che tira e fermo restando il dialogo fra sordi sulle soglie di sbarramento non sarà però un’impresa facile. Così, salvo imprevisti sulla tenuta del Governo (il Covid-19 gioca da collante), se ne riparlerà alla scadenza della legislatura


05/10/2020

di CATONE ASSORI


Sembra passata una vita dalla larga, ma non plebiscitaria, vittoria dei sì al referendum indetto per il taglio dei parlamentari. Che a partire dalla prossima legislatura vedrà i deputati scendere da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Un voto volto a consentire all’Italia (il Paese che in Europa vanta il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo) di allinearsi con la Germania (circa 700, ma con ventidue milioni di abitanti in più), la Gran Bretagna (650) e la Francia (poco meno di 600). 
Una sforbiciata che, nonostante il largo voto favorevole in Parlamento, non sembra essere stata accolta con il favore sperato. Sarà forse per via del taglio delle poltrone e dei relativi benefici che non risultano di poco conto? Sarà, come afferma qualcuno, che una simile riduzione cozza contro la democrazia, non consentendo una adeguata rappresentanza del popolo sulla scena politica? 
Suvvia, siamo seri. Gli Stati Uniti, che di democrazia pare se ne intendano, di parlamentari ne hanno circa 350 a fronte di 330 milioni di abitanti. Sarebbe come se le nostre forze politiche, rapportate alla popolazione, fossero attestate sulle 60-61 unità. Con un’altra considerazione al seguito: gli americani, pur con tutti i loro difetti (e ne hanno tanti), sanno fare squadra. Esattamente l’opposto di quello che è nel Dna degli italiani. 
Vogliamo ricorrere a un paradosso? Se prendi due abitanti del Paese a stelle e strisce e li poni di fronte a un problema cercano di ragionare; se ne prendi una decina si mettono al lavoro per cercare una base operativa comune; se ne prendi cento risolveranno - ovviamente stiamo esagerando - l’impensabile. Per contro se prendi due italiani si metteranno a discutere; se ne metti seduti intorno a un tavolo una decina il disaccordo sarà assicurato; se cerchi di arrivare al dunque con un centinaio il caos sarà totale. Perché siamo fatti così e, pur nella nostra innata genialità, non c’è verso di farci cambiare idea. 
Ma torniamo al dunque: quando potremo brindare allo svuotamento parziale di Montecitorio e Palazzo Madama? Sicuramente nel 2023, se la legislatura arriverà alla sua scadenza naturale (vista la situazione ingabbiata dal Covi8d-19 appare infatti improbabile un passo falso del Governo Conte). Inoltre, benché la riforma sia ormai legge dello Stato, non risulta ancora definitiva, in quanto sarà necessario ridisegnare i collegi elettorali per assicurare la rappresentatività dei cittadini, così come dovranno essere aggiornati i regolamenti parlamentari, vale a dire quelli che disciplinano il lavoro e la composizione delle giunte e delle commissioni. Inoltre bisognerà mettere mano, cosa non da poco, anche a una nuova legge elettorale. 
Lo scorso 10 settembre, alla Camera, è stato depositato un testo base che prevede un sistema proporzionale puro (cioè, tanti voti tanti seggi), con soglia di sbarramento al 5 per cento. Soglia peraltro mal vista dai partiti minori, nonostante siano previste alcune specifiche tutele. E le opposizioni? A puntare invece su un maggioritario, in altre parole a pretendere che chi vince abbia i numeri per governare. 
In tale ambito c’è anche un altro tema a tenere banco: qualcuno vorrebbe abbassare la soglia necessaria per votare i senatori da 25 a 18 anni. E anche in questo caso, ci mancherebbe, non tutti sono d’accordo. Infine c’è il problema della rappresentatività delle Regioni, con il rischio per le più popolose di essere sottorappresentate e di quelle con pochi abitanti di poter esprimere un irrisorio numero di candidati. E anche di questo se ne sta animatamente discutendo a fronte di una proposta di legge già presentata alla Camera. Insomma, chi vivrà vedrà.

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