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La storia dimenticata dei "cani aviatori" durante i due drammatici conflitti mondiali

Una carrellata di fotografie dedicata agli animali mascotte dei nostri piloti e che il tenente colonnello dell’Aeronautica, Antonio Pedroni, ha voluto tradurre in un libro. Risultato? Un lavoro piacevole e coraggioso, che induce alla riflessione, segnato da teneri spaccati di vita militare


30/08/2019

di Massimo Mistero


Si chiamavano Bossolo (un batuffolo sordo che a Jakova, in Kosovo, seguiva i lavori dell’allungamento della pista di volo e non mancava mai alle cerimonie dell’alza e ammaina bandiera), Cino, Ciry (un vigoroso bastardino che, arruolato a tre anni, effettuò il suo primo volo con Ferruccio Capuzzo all’inizio di aprile del 1916), ma anche Gigetto, Ivan, Kaiser, Leone, Lulù, Mirko (il compagno di Gabriele d’Annunzio), Pina, Puccetto, Titina… Erano i cani aviatori, le mascotte dei nostri piloti in guerra, a volte dotati di un “Libretto personale di volo” della Regia Aeronautica, come nel caso del volpino bianco Bubi in servizio a Orbetello nel 1942. 
A riscoprire e a proporci questa pagina poco nota della nostra storia è stato il tenente colonnello Antonio Pedroni, nato a Zocca (in provincia di Modena) il 28 luglio 1946, sposato con Claudia e padre di Flavio (di professione medico legale). Il quale Antonio, avendo primeggiato nel corso sottufficiali di Caserta, aveva scelto di trasferirsi a Treviso per via della presenza del Fiat G91, un aereo che gli stava particolarmente a cuore. Lui che per 44 anni ha prestato servizio in aeronautica, prima come foto-interprete presso il 103° Gruppo del Secondo stormo Cbr di stanza appunto a Treviso, per poi passare alla guida della Direzione addestramento del terzo Reparto manutenzione velivoli Am-X. “Ruolo, quest’ultimo, che mi ha consentito - annota l’autore - di accedere a molti documenti conservati presso la Sede espositiva del reparto”. 
Risultato? Una storia fotografica - un misto di coraggio e tenerezza, come annota Chiara Polita nella prefazione - imparentata alla lontana con quella dei war dogs, i mai dimenticati eroi americani a quattro zampe impiegati dalle Forze armate a stelle e strisce nella seconda Guerra mondiale, oltre che in Vietnam e in Corea. A fronte di un lavoro proposto all’insegna di una semplice considerazione: “Mi piaceva ricordare i cani che portarono conforto e serenità - e se vogliamo anche fortuna - ai molti piloti ed equipaggi di volo impegnati nelle ultime due Guerre mondiali”. 
Amici fedeli - tiene inoltre a precisare l’autore, un uomo dal carattere riservato quanto accomodante - che ad esempio “li aspettavano, festosi e giocosi, al rientro delle loro missioni. Come solo un cane sa fare”. Una vera e propria creatura di casa “da accarezzare e abbracciare dopo gli spasmodici combattimenti”. Ma anche un modo per “lenire i dolori per gli amici caduti, la nostalgia di casa e degli affetti familiari, la mancanza degli amori lontani”. 
Cani peraltro incensati dalla storia, come quelli da battaglia “utilizzati quattromila anni fa dagli egizi; cani che avevano accompagnato Annibale nella campagna contro Roma; cani porta-ordini come quelli al soldo di Federico il Grande; cani impegnati in missioni sanitarie durante il conflitto russo-giapponese del 1904; cani da trasporti di materiali di primo soccorso durante la Grande Guerra; cani impiegati - strada facendo - come agenti antidroga, per ricerche molecolari e di esplosivi, per scovare persone disperse sotto le macerie dei terremoti”. Ma anche cani, come la russa Laika, spedita a livello di esperimento nello spazio. Per non parlare di quelli sfruttati in vergognosi test di laboratorio, nella vivisezione, oltre che utilizzati in combattimenti illegali o addirittura diventati - e purtroppo succede ancora - cibo per gli umani. 
Fortuna vuole che nel libro I cani aviatori. Le mascotte (Es Editrice storica, formato 24x22, pagg. 144, euro 12,00 - trasporto compreso - che può essere richiesto inviando una mail ad antonped@libero.it) si faccia riferimento soltanto ai cani come portafortuna. Perché di fortuna ce ne voleva molta in quei tempi bui: sia nei decolli che negli atterraggi sugli squinternati campi erbosi, sia nei voli segnati dalle cattive condizioni atmosferiche, sia negli aspri combattimenti con il nemico. 
Un legame stretto, questo, che si sarebbe proposto anche nel corso della Seconda guerra mondiale quando i cani, che per ordini superiori non potevano più salire sugli aerei, rimanevano ai bordi delle piste ad aspettare i loro amici-padroni al rientro dalle missioni. “E a volte, si diceva, che si lasciassero morire di inedia se il loro padrone non rientrava”. Come nel caso di Full del maresciallo Capanna, secondo del tenente Baldarotti, il cui aereo era precipitato in mare durante un attacco navale. “Full che - ricorda Pedroni - tutte le sere andava in pista per vedere se il suo amico era atterrato. Senza mangiare. Lasciandosi così morire di fame e di dolore. E per questo suo attaccamento venne sepolto a bordo pista”. 
Antonio Pedroni, si diceva, già autore nel 2006 de I primi vent’anni del 3° Rmv e, sei anni dopo, dei 25 anni di storia del 3° Rmv. 75 anni portati bene (Aeroporto militare Treviso Sant’Angelo). Lui figlio di Claudio (nato nel 1909), che era stato uno dei cinquantamila operai reclutati dal Regime come “volontari per l’Africa Orientale Italiana”. Un modo come un altro, in una stagione di povertà e di sacrifici, per realizzare “molti sogni sognati”. Un uomo che era tornato da quella straordinaria avventura in Etiopia con tanta fatica sulle spalle, ma anche con molte storie da raccontare in famiglia e ai compaesani. 
Insomma, uno spaccato di vita che avrebbe fatto breccia nel personale del giovane Antonio, tanto che ora - a distanza di tanti anni da quella incredibile esperienza - ha deciso di raccontarlo in un libro, di prossima pubblicazione, provvisoriamente intitolato La mia Africa.
Un libro, come abbiamo potuto notare scorrendo le bozze, raccontato con dovizia di particolari, ma soprattutto con il cuore. Ricco peraltro di curiosità e di umane debolezze. Come quando quel ragazzone che a sua volta veniva da Zocca, a quei tempi uno sparuto gruppo di case sulle colline dell’Appennino tosco-emiliano, dava sfogo alla sua esuberanza giovanile nelle case di piacere che erano disseminate ovunque in Etiopia. Non caso, ironizza l’autore, “c’era solo l’imbarazzo della scelta”. 

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