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La strana proroga biennale dei termini per gli accertamenti

Per il direttore delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, la norma si doveva considerare a favore del contribuente, perché avrebbe consentito all’agenzia di dilazionare nel tempo l’attività di accertamento e l’invio delle comunicazioni a cittadini e imprese...


27/04/2020

di Salvina Morina e Tonino Morina


La confusione fiscale è al massimo storico e le norme emanate a seguito del Coronavirus la stanno aumentando. Un esempio è nella proroga “fantasma” di due anni dei termini per gli accertamenti fiscali, che sta creando nuove discussioni. La proroga è stata prima concessa e poi cancellata, anche a seguito delle proteste della stampa specializzata per la palese ingiustizia che si sarebbe generata a favore del Fisco e a danno dei contribuenti. 
Purtroppo, non la pensa così il direttore dell’agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, in quanto la norma, articolo 67, comma 4, decreto - legge 18/2020, che prevedeva la proroga di due anni dei termini per gli accertamenti, si doveva considerare “a favore del contribuente che avrebbe consentito all’agenzia di dilazionare nel tempo l’attività di accertamento e l’invio delle comunicazioni a cittadini e imprese”. 
Per Ruffini, a seguito della cancellazione della norma, “a partire dal prossimo 1° giugno ed entro il 31 dicembre 2020 l’agenzia delle Entrate dovrà provvedere alla notifica di circa 3,7 milioni di atti e comunicazioni di accertamento, cui si aggiungono altri 4,8 milioni di atti e comunicazioni, sempre in scadenza il 31 dicembre prossimo (avvisi bonari, lettere di compliance eccetera)”. In totale, si tratta di 8,5 milioni di notifiche di atti impostivi fiscali e contributivi (si veda Il Sole 24 Ore del 23 aprile 2020 dal titolo “Ruffini, senza proroga 8,5 milioni di notifiche”). 
Per la Corte dei conti va rispettato il “principio di corrispondenza” - Sulla proroga dei due anni, si è anche espressa la Corte dei conti, con una memoria sul decreto - legge 18/2020 presentata il 25 marzo 2020. Nella memoria, si legge che la sospensione dei termini di versamento di tributi e contributi, prevista a favore di soggetti colpiti da eventi eccezionali “comporta altresì, per un corrispondente periodo di tempo, relativamente alle stesse entrate, la sospensione dei termini previsti per gli adempimenti anche processuali, nonché la sospensione dei termini di prescrizione e decadenza in materia di liquidazione, controllo, accertamento, contenzioso e riscossione a favore degli enti impositori, degli enti previdenziali e assistenziali e degli agenti della riscossione”. 
Quindi, secondo la Corte dei conti, la norma che prevedeva la proroga di due anni dei termini a favore degli enti impositori entrava “in conflitto con l’enunciato “principio di corrispondenza”, per effetto di una sospensione dei termini relativa all’attività degli uffici ben più ampia della sospensione dei versamenti” concessa ai contribuenti. Per fortuna, salvo sorprese dell’ultima ora, la proroga dei due anni dei termini di prescrizione e decadenza in materia di liquidazione, controllo, accertamento, contenzioso e riscossione a favore degli enti impositori, è stata cancellata, ripristinando, quindi, il rispetto del “principio di corrispondenza”. 
Il problema degli accertamenti - Probabilmente, per l’agenzia delle Entrate, il problema maggiore di questa emergenza a seguito del coronavirus è quello degli accertamenti in materia Iva, imposte dirette e Irap, in scadenza al 31 dicembre 2020. Al riguardo, si ricorda che, fino al periodo d’imposta relativo al 2015, gli accertamenti devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione. Nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla, l’accertamento può essere notificato entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.
Perciò, il 31 dicembre 2020 scadrà il termine per notificare gli accertamenti per il periodo d’imposta relativo al 2015, in caso di dichiarazione regolarmente presentata, o gli accertamenti per il 2014 in caso di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla. 
In proposito, come riportato nella relazione sul rendiconto generale dello Stato 2018, gli accertamenti in materia imposte dirette, Iva e Irap emessi nell’anno 2018, a seguito dell’attività di controllo dell’agenzia delle Entrate, sono stati 262.933, più 251.907 di accertamenti automatizzati. Se è vero, come ha riferito lo stesso Ruffini nel corso dell’audizione alla Camera, mercoledì 22 aprile 2020, che l’agenzia delle Entrate “non ha bisogno di due anni in più”, i contribuenti sono contenti se si cancella la norma considerata dallo stesso Ruffini “a favore del contribuente”. I contribuenti onesti non hanno certo bisogno di questi presunti favori che, in verità, sembrano una presa in giro. 
Il Fisco si è fermato e gli evasori ringraziano - La realtà è che la situazione del Fisco italiano in materia di lotta all’evasione è spesso fatta solo a parole. Anche perché, da qualche anno, la macchina fiscale è praticamente ferma, con poco personale disponibile, che si va sempre più assottigliando, visto che ogni anno sono centinaia i funzionari che vanno in pensione, senza essere però rimpiazzati. E’ quasi “scomparso” il controllo del territorio, che significa tentare di scovare i veri evasori. Per lo più, i controlli che si fanno sono soprattutto quelli affidati alle banche dati a disposizione del Fisco. 
Il “blocco” della macchina fiscale è anche frutto della sentenza della Corte costituzionale, n. 37 del 17 marzo 2015, che ha “cancellato” i dirigenti nominati senza concorso. Dopo la sentenza, ormai di oltre cinque anni fa, l’agenzia delle Entrate, a fronte di circa 1.100 dirigenti che aveva, ne dispone meno di 250, visto che 800, i cosiddetti “incaricati”, sono decaduti in quanto dichiarati illegittimi e altri 50 circa, dal 17 marzo 2015, sono andati in pensione. 
Per usare un parallelismo con il calcio, è come se una squadra di serie A si presentasse in campo con soli tre calciatori, quando, per regolamento, ne servono almeno sette. Così, la partita non può avere nemmeno inizio, e la squadra “incompleta” subisce la sconfitta a tavolino per 3 a 0. E’ questa, in pratica, la situazione degli uffici dell’agenzia delle Entrate. 
Passare da uno stato di paura ad uno di certezza del diritto e fiducia - E’ vero che gli uffici sono in grande difficoltà, per la mancanza di dirigenti e di personale, ma la gente è stanca di sentire annunciare continue “semplificazioni” che, alla prova dei fatti, sono nuove complicazioni. I contribuenti, anzi i “Cittadini” meritano più rispetto ed un sistema fiscale che generi certezze, non paure, ansie e panico, come quello degli ultimi anni, probabilmente il peggiore degli ultimi 20 anni. Anche l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nell’illustrare le linee guida davanti alla Commissione Finanze del Senato, il 17 luglio 2018, ha affermato che è “doveroso passare da uno stato di paura nei confronti dell’amministrazione finanziaria a uno stato di certezza del diritto e fiducia”. 
I princìpi guida devono essere quelli di buona fede e reciproca collaborazione, ricordandosi che l’autotutela esiste, non è “una specie di optional” e l’ufficio emittente “non possiede una potestà discrezionale di decidere a suo piacimento se correggere o no i propri errori”. Se però l’ufficio non ha obbligo di risposta in tempi certi, e il contribuente non ha alcuna tutela giurisdizionale, l’autotutela serve a poco, così come, oggi più che mai, sono una rarità i funzionari degli uffici che si assumono la responsabilità di annullare gli atti illegittimi o infondati. 
Come si è detto, ancora prima dell’autotutela, è indispensabile che qualcuno rimetta in moto l’agenzia delle Entrate, risolvendo il grande “problema” generato dalla sentenza della Corte costituzionale del 17 marzo 2015. Diversamente, che la si smetta di prenderci in giro, parlando di lotta all’evasione, fatta solo a parole e gli evasori ringraziano.

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