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La vita e la morte di Michele Sindona rielaborate da Massimiliano Nardi. All'insegna della fantasia

Un autore che si nasconde dietro uno pseudonimo, abile nel regalare al lettore una storia di mafia che cattura, intriga e induce alla riflessione


20/11/2017

di Valentina Zirpoli


Recita la quarta di copertina di Un caffè alle mandorle (Neri Pozza, pagg. 382, euro 18,00), tanto per non lasciare dubbi: “Vita e morte di Michele Sindona, faccendiere e criminale italiano, in un romanzo sulla mafia che, a più di cinquant’anni dalla pubblicazione de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, trae spunto da avvenimenti reali”. Con un ripensamento al seguito in termini di avvertenza: “Seppur collocate in un contesto di fatti realmente accaduti, le storie narrate in questo libro sono il frutto della fantasia dell’autore. Il ruolo dei personaggi, delle società, delle organizzazioni, dei partiti politici, delle testate giornalistiche, dei programmi radiofonici e televisivi, delle pubbliche amministrazioni e in generale dei soggetti pubblici e privati realmente esistiti è stato liberamente rielaborato e romanzato, così come la partecipazione alle vicende immaginarie dei personaggi inventati dall’autore”. 
Ovvero Massimiliano Nardi il quale, per non farsi mancare nulla, si propone sotto pseudonimo nel firmare un lavoro dal titolo più esplicito che esplicito non si può. Non è forse vero, infatti, che alle otto e mezzo del 22 marzo 1986 Sindona esalò l’ultimo respiro sul pavimento della sua cella nel carcere di Voghera dopo aver urlato Mi hanno avvelenato? Non a caso, sul lavabo del suo bagnetto, spiccava una tazza di caffè dalla quale si levava un acuto odore di mandorle, l’odore tipico del cianuro di potassio. 
Insomma, un argomento che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, tiene banco fra i grandi misteri della nostra storia, in quanto sulla sua fine, ma anche sulla sua vita, non è mai stata fatta chiarezza. 
Lui che era nato a Patti, in provincia di Messina, l’8 maggio 1920, figlio di un fiorista napoletano specializzato nella confezione di corone mortuarie; lui che per mantenersi agli studi aveva iniziato a darsi da fare a soli 14 anni come dattilografo, quindi come aiuto contabile e infine come impiegato presso l’ufficio imposte della sua città; lui che dopo la laurea in Giurisprudenza, e dopo aver fatto pratica nello studio di un avvocato, nel 1946 si era trasferito a Milano dove aveva dato vita a uno studio di consulenza tributaria, con molti clienti di alto bordo al seguito, peraltro specializzandosi nel funzionamento dei paradisi fiscali. Ma anche proponendosi come uno spregiudicato operatore di Borsa. 
E ancora: lui che strada facendo era diventato banchiere; lui che nel 1974 venne salutato con il “salvatore della lira” da Giulio Andreotti e nel 1975 nominato “uomo dell’anno” dall’ambasciatore americano in Italia, John Volpe. Anche se nell’aprile di quello stesso anno il crollo del mercato azionario avrebbe portato al Crack Sindona, tanto che l’8 ottobre 1974 la sua banca venne dichiarata insolvente per frode e cattiva gestione. Da qui la richiesta di estradizione da parte della nostra magistratura (in quel periodo viveva in un appartamento dell’Hotel Pierre sulla Quinta strada a New York). 
Lui membro della loggia P2 e con mai chiariti rapporti con Cosa Nostra in Italia e con la famiglia Gambino negli Stati Uniti. Lui coinvolto nell’affare Calvi (il banchiere trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra) nonché accusato di essere stato il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli (l’avvocato nominato liquidatore della Banca Privata Italiana e delle sue attività finanziarie). Di fatto un uomo scaltro quanto intelligente che, partendo dal nulla, a metà degli anni Settanta aveva capitalizzato un patrimonio di oltre mezzo miliardo di dollari, una cifre sproposita per quel periodo. 
Dopo questa breve quanto chiarificatrice precisazione sul “percorso operativo” di Michele Sindona, veniamo ora alla storia raccontata con garbata piacevolezza da Massimiliano Nardi. 
Alla fine del 1978 il trentenne capitano dei carabinieri Perego riceve la sua nuova assegnazione presso il battaglione Sicilia a Palermo. Una straordinaria opportunità: Palermo infatti è diventata, stando ai rapporti interni all’Arma, un campo di battaglia tra l’ala moderata della mafia e belve come Riina e Provenzano, latitanti inafferrabili. Di fatto rinunciare a questo trasferimento - nonostante le rimostranze della moglie - equivarrebbe a un suicidio professionale. Anche se Perego sa poco di Palermo e della mafia: la sua conoscenza si ferma infatti al Giorno della civetta, il film non il libro. 
Tuttavia, una volta giunto in città, gli basta poco - una visita al Charleston, il ristorante liberty dove Michele Greco dispensa sorrisi e dolcezze a una folla di questuanti, oppure una riunione in caserma in cui apprende che, per il capo della Procura, occuparsi troppo di mafia significa rovinare l’economia siciliana - per comprendere la natura di Cosa Nostra in Sicilia. In una città pigra, dove la vita di Perego è allietata dalla nascita a Pavia di una figlia, due eventi, col trascorrere del tempo, sconvolgono la sua esistenza: l’uccisione di un suo confidente e la morte di Boris Giuliano, colpito alle spalle mentre sorseggiava un caffè al bancone del bar Lux. 
L’inseguimento del filo rosso che lega la morte di Giuliano ai numerosi crimini che insanguinano Palermo agli inizi degli anni Ottanta conduce Perego a imbattersi nella figura di Michele Sindona, in fuga da New York e riparato in Sicilia, dove gode di palesi e oscure protezioni. Purtroppo questa caccia produce soltanto sconfitte e dolore per il capitano, che viene trasferito dapprima a Roma e poi a Pavia. 
A Pavia, tuttavia, un evento inaspettato lo conduce di nuovo nel cono d’ombra di Sindona, incarcerato a Voghera. Due giorni dopo la condanna all’ergastolo del discusso finanziere per l’assassinio di Ambrosoli, Perego apprende che l’ex finanziere è morto avvelenato in carcere (“Lui lo conosceva. Lo aveva avuto a tiro. Poteva salvarlo”). Che l’Ammiraglio, l’Avvocato e il Presidente, gli oscuri e misteriosi referenti del faccendiere di Patti, abbiano a che fare con la sua morte?

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