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La vita rock di Massimo Riva, lo storico chitarrista di Vasco Rossi, raccontata dalla sorella Claudia con il supporto di Massimo Poggini

Una biografia, dura e cruda quanto basta, che non lascia nulla all’immaginazione. Risultato? Un ricordo dolce e amaro, brutale e spiazzante al tempo stesso, che farà breccia nel cuore dei suoi ancora numerosi supporter. Quegli stessi che non mancano di andare in pellegrinaggio a Zocca dove…


26/08/2019

di Valentina Zirpoli


Zocca, sulle colline modenesi, vede un costante pellegrinaggio dei supporter di Vasco Rossi, con la speranza di incontrarlo - da buon abitudinario qual è - nei pochi luoghi che frequenta quando torna a casa per andare a trovare la madre Novella, la famiglia o magari per riprendersi dalle fatiche dei suoi mega-concerti. Ma c’è anche un altro tipo di pellegrinaggio da queste parti: quello in ricordo di un suo storico chitarrista, Massimo Riva, che aveva lasciato questo mondo il 31 maggio 1999 a soli 36 anni. E non stupisce che il Comune, per far fronte al proliferare dei messaggi in suo ricordo, abbia inutilmente fatto installare una bacheca ad hoc. Tanto è vero che i muri scribacchiati sotto il portico dei loculi ne testimoniano ancora la dilagante passione. 
A farsi carico di questa vita bruciata dalla droga è stata la sorella, Claudia Riva (produttore esecutivo in ambito televisivo), che ha dato voce, in questo affiancata da Massimo Poggini, alla vita rock di un giovane dalla battuta sferzante, che non amava i giri di parole, che si era perso sulla strada, forse, di una amara solitudine. E in Massimo Riva vive! (Baldini+Castoldi, pagg. 270, euro 17,50) racconta la storia meno nota, quella più intima, di un bambino che, a quel che si vociferava in paese, non andava all’asilo e che quando era a casa amava soprattutto ascoltare musica. Di un ragazzo che non aveva voluto studiare in quanto già pensava in grande. Come se fosse facile scalare il mondo. 
Semmai sarebbe stato molto più facile perdersi fra le pieghe delle delusioni e dei successi arrivati solo a metà. Seppure il suo Alzati la gonna fosse diventato un vero e proprio tormentone. “Con Carolina, l’unica suora buona di Zocca, a dirmi: è proprio matto tuo fratello, ma a me questo ritornello mette allegria e mi fa venire voglia di ballare. E io, ogni volta che pensavo a una suora che ballava sulle note di Alzati la gonna, scoppiavo a ridere”. 
Nemmeno a dirlo Claudia, ultimogenita dei tre figli di casa Riva (oltre a Massimo anche Giuliano), ci fa conoscere il fratello cercando “non di proporre solo date, ma anche fatti, aneddoti e profili di chi gli era gravitato intorno. Dando voce all’avventura di un musicista che, partito da Zocca (già a undici anni o poco più era entrato a far parte dell’emittente Punto Radio del paese, voluta dalla combriccola capeggiata da Vasco Rossi) era arrivato a suonare a San Siro”. Giocando soprattutto sulle emozioni e su un perfezionismo esasperante, “poco importava se suonasse davanti a dieci o a mille persone”. 
Così ecco la sorella saggia precisare: “Spero di essere arrivata al cuore delle persone, sia puntando sugli aneddoti che addentrandomi in modo crudo e sincero fra le pieghe della sua vita”. E diavolo se c’è riuscita, coinvolgendo il lettore grazie a una accattivante scrittura a quattro mani: la sua, già apprezzata nei romanzi Il condominio e Lenti al contatto, e quella di Massimo Poggini, scrittore e giornalista musicale di lungo corso, autore fra l’altro di Vasco Rossi, una vita spericolata, Liga. La biografia e I nostri anni senza fiato, biografia ufficiale dei Pooh. 
Come da note editoriali, pur essendo trascorsi vent’anni dalla sua morte, Massimo Riva continua a essere amatissimo: da quel maledetto 31 maggio 1999, Vasco Rossi non ha mai fatto un concerto senza ricordarlo. E nello show dei record, quello del Modena Park il 1° luglio 2017, la sua chitarra, la mitica Gibson SG che Massimo aveva acquistato a rate da Maurizio Solieri e che aveva usato in tutti i suoi concerti e nei dischi, è stata suonata su quel palco, quasi a testimoniare una sorta di presenza fisica di quello scricciolo dotato di un’energia pazzesca che se ne era andato troppo presto, pur vivendo al massimo i pochi anni della sua vita. 
Magro come un chiodo, i capelli lunghi, le magliette strappate, lo sguardo spiritato, un sorriso beffardo, birra in mano e sigaretta tra le labbra: Massimo era fatto così, si divertiva a provocare. E pazienza se ogni tanto ne combinava una un po’ più grossa del solito e Vasco lo licenziava. Tanto sapeva che per lui era come un figlio e presto o tardi l’avrebbe perdonato. 
Tentò pure l’avventura da solista, Massimo Riva, prima con la Steve Rogers Band poi da solo. E in questa fase collaborò con Enrico Ruggeri (sua l’introduzione al libro), Elio e le Storie Tese, Sabrina Salerno. E di questo rapporto, fra le pagine, ci sono anche le loro testimonianze. Così come ci sono, ovviamente, quelle di tutti i musicisti che hanno lavorato con lui e di chi lo ha conosciuto bene. 
A conti fatti una biografia raccontata senza veli. Perché se fosse stato lui a scriverla, l’avrebbe voluta esattamente così. Schietta e palpitante, brutale e spiazzante, sincera quanto emozionante, intrisa di quel rock che tanto amava. 
E in questo senso Claudia non si è tirata indietro: a partire dalle prime pagine, quando rivive le ore prima della scomparsa del fratello. Quando lei l’aveva chiamato per andare a cena, visto che aveva voglia di vederlo, e lui le aveva risposto che quella sera c’era la Juve in televisione. E alle sue insistenze per andarci un’altra volta le aveva risposto. “Dai cazzo! Ho le prove del tour, sono incasinato”. E lei, per cambiare argomento: “Ho preso trenta e lode in semiotica”. E lui: “Avrai fatto vedere il culo al professore”. E lei, che non era da meno, lo avrebbe mandato affanculo (“Era una regola fissa quella di sminuirmi”) agganciando il telefono. 
Il giorno dopo Claudia sarebbe stata svegliata da una chiamata “alla quale non rispose” e da un messaggio urlato nella segreteria che le segnalava la stranezza del fatto che Massimo non si fosse presentato alle prove e che non rispondeva né al telefono né al cellulare. La cosa era strana, ma non la sorprese. “Non feci in fretta per andare a casa sua. Ero certa che fosse morto…”.

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