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Le elezioni? Sono il sale della democrazia, ma devono servire a cambiare le cose

Il premier Conte ha fatto bene ad aver voluto coinvolgere tutti negli Stati Generali, ma il conflitto maggioranza-opposizione - secondo il politologo Lorenzo De Sio - non deve scandalizzare. E per quanto riguarda la sfida sul rilancio? Si vince solo accrescendo la capacità progettuale. Bene per contro la gestione dell’emergenza Covid-19, anche se serve un coordinamento più efficace tra Stato e Regioni


15/06/2020

di Giambattista Pepi


Lorenzo De Sio

L’Italia volta pagina. Progetta il suo futuro e prova a immaginare cosa dovrà e potrà essere fatto. Per questo il premier Giuseppe Conte ha chiamato a raccolta i rappresentanti delle Istituzioni europee (Commissione, Parlamento, Consiglio, Bce) e mondiali (Ocse e Fondo monetario internazionale), per non parlare del gotha degli intellettuali italiani e stranieri. Il tutto a fronte di un confronto dialettico che muovendo dal Piano di Vittorio Colao individui i percorsi da intraprendere, le competenze da mettere in campo, le risorse da investire per accompagnare questa fase di transizione verso un modello di sviluppo sostenibile. In cerca di una società più coesa ed equa, un’economia più integrata e in grado di competere sullo scenario internazionale. 
Ed è appunto nella splendida cornice di Villa Doria Pamphilj a Roma che il presidente del Consiglio ha avviato i lavori degli Stati Generali ponendo l’accento sulla “bellezza” del Paese. Ma soprattutto illustrando le linee strategiche da portare avanti: modernizzazione del Paese; transizione ecologica; inclusione sociale, territoriale e di genere”; una Pubblica amministrazione più efficiente, digitalizzata. 
 “L’Europa s’è desta”, gli ha fatto eco, in italiano, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, intervenendo in video-collegamento e richiamando il programma Next Generation Ue. “Un’alleanza tra generazioni, un’opportunità unica per l’Italia” l’ha definito. Mentre il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha tenuto a ribadire: “È importante che i Governi nazionali si concentrino sulle strategie per rendere concreti gli strumenti che l’Ue ha reso disponibili o intende sviluppare. Ora i Governi sono chiamati a una maggiore responsabilità dando prova della loro capacità di programmazione. Per molti Paesi questo significa avviare adeguate riforme per utilizzare le risorse”. 
E ancora: “In qualità di responsabili politici, vi incoraggio a non sprecare questa crisi” ha incalzato la presidente della Bce, Christine Lagarde, sottolineando che “la Banca farà la sua parte nell’ambito del suo mandato. Ma spetta a voi dimostrare ai cittadini che le nostre società emergeranno da questa trasformazione più forti e più verdi”. 
Così invece il commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni: “La storia delle condizionalità imposte dall’alto per salvare i singoli Paesi è una storia finita, è alle nostre spalle. Con il Next generation Eu parliamo di risorse comuni a 27, alle quali si accede volontariamente sulla base di piani elaborati dai governi nazionali. So che il Governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni, ma di un impegno che ci metterà alla prova”. 
Significative anche le riflessioni e le considerazioni del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. “Ciò che più ci differenzia dalle altre economie avanzate è l’incidenza dell’economia sommersa, dell’illegalità e dell’evasione fiscale, che si traduce in una pressione fiscale effettiva troppo elevata” per chi rispetta “pienamente le regole. Le ingiustizie e i profondi effetti distorsivi che ne derivano si riverberano sulla capacità di crescere e di innovare delle imprese; generano rendite a scapito dell’efficienza del sistema produttivo. Un profondo ripensamento della struttura della tassazione, che tenga conto del rinnovamento del sistema di protezione sociale, deve porsi l’obiettivo di ricomporre il carico fiscale a beneficio dei fattori produttivi”. 
Insomma, a fronte di una partecipazione al top, gli Stati generali sembrano rappresentare un importante momento di confronto per delineare le strategie economiche, e non solo, da seguire. In altre parole un contesto per analizzare a fondo la gestione sanitaria ed economica dell’emergenza da Covid-19 da parte di Governo e Regioni, ma anche per discutere di elezioni anticipate e di riforma dei sistemi elettorali. 
Di tutto questo, e altro ancora, abbiamo parlato con il professor Lorenzo De Sio, docente di Scienza della politica all’Università Luiss Guido Carli di Roma. 

Il Governo ha avviato gli Stati Generali per progettare l’Italia del futuro. Al di là dell’enfasi posta su questo appuntamento, diversi soggetti a cominciare dai partiti dell’opposizione, hanno declinato l’invito parlando di “passerella”. Il sindaco di Napoli, De Magistris si è lamentato che non siano stati invitati i sindaci. Insomma le polemiche non mancano, nemmeno quando ci sarebbe bisogno di un clima di maggior concordia e del contributo di tutti, come auspicato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di chi è la responsabilità
Io credo che non bisogna avere paura del conflitto. La politica è fatta di dissenso e di conflitto. Negli ultimi anni si è propagandata una politica che non dovrebbe contrapporre, e dividere, ma dovrebbe essere bipartisan. In realtà questa è una concezione ingenua. Perché la società è fatta da una pluralità di interessi. Mi viene in mente l’esperienza del Governo presieduto da Mario Monti o dei Governi di Grande Coalizione (Grosse Koalition) in Germania, ma questi esecutivi che tendono ad annullare le differenze esistenti tra le forze politiche che danno vita a queste maggioranze anomale, non sono la regola. 
Davanti a sfide così gravi come quella della pandemia, è chiaro che bisogna trovare momenti di confronto. Quindi ritengo che il presidente del Consiglio abbia fatto bene a prendere l’iniziativa di coinvolgere i partiti di opposizione negli Stati Generali, sebbene essendo in maggioranza avrebbe anche potuto farne a meno, perché in questo modo si cerca di mobilitare le energie, le idee e le visioni di tutti gli attori, politici e non. L’opposizione ha risposto di non essere interessata, anche se non intende rinunciare a priori ad ogni forma di dialogo con il Governo, probabilmente perché così facendo mantiene il proprio ruolo di dissenso sulle scelte operate dall’Esecutivo.

In qualche modo è anche comprensibile la polemica soprattutto della Lega se si tiene conto che questo Governo si è costituito per “sterilizzare” Salvini e impedire che si potesse andare a nuove elezioni che verosimilmente il Centrodestra avrebbe vinto alla grande? 
Certamente. La nascita del secondo Governo Conte è stata dovuta a un chiaro errore strategico commesso dal leader della Lega, Matteo Salvini che era in maggioranza nel primo Esecutivo del professore con il M5S, ma che poi l’estate scorsa, a sorpresa, decise di aprire la crisi per andare a nuove elezioni. Un calcolo che si è rivelato sbagliato, perché poi si è formata una nuova maggioranza in Parlamento che ha portato alla nascita dell’attuale Esecutivo. Quindi è chiaro che per il Centrodestra questa fase della pandemia è stata difficile perché quando non si è al governo in situazione critiche come quella che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, si perde molta visibilità e non si hanno strumenti per poter rispondere all’emergenza del Paese. La scelta di non partecipare agli Stati Generali è un rischio perché se poi da essi scaturissero provvedimenti realmente innovativi, il fatto di non avervi preso parte si potrebbe trasformare in un boomerang.

Il Governo ha dato il via libera alla fase 3 per la completa e definitiva fuoriuscita dell’economia dal lockdown imposto per arginare la pandemia da Covid-19. Qual è il suo giudizio? Ne è stato all’altezza? 
Speriamo davvero di poter uscire rapidamente da questa situazione soprattutto in termini di contenimento del contagio, in modo che la riapertura sia definitiva. Speriamo che non vengano commessi errori come quelli che sono stati commessi. Perché quello che si è visto è che alcune regioni hanno commesso errori nella gestione dell’emergenza sanitaria. Non dimentichiamo che proprio in questi giorni i dati relativi ai contagi in Lombardia destano preoccupazione. Va detto inoltre che gli studi degli economisti hanno dato indicazioni piuttosto negative sull’andamento dell’economia nazionale. Teniamo conto che quello che sembra emergere è che il piano di ripartenza avrà a disposizione delle risorse, soprattutto a livello europeo, ma presuppone la nostra capacità progettuale. Questa secondo me è la grande sfida che ci attende. 

Il sistema politico nel suo insieme, le istituzioni (Governo centrale, enti locali e altre autonomie territoriali) come hanno gestito l’emergenza prima sanitaria e dopo economica e sociale? 
Ecco, qui veniamo al sodo. Con la riforma del Titolo V della Costituzione della Repubblica abbiamo aumentato l’autonomia delle Regioni. E anche in questa occasione abbiamo avuto la possibilità di toccare con mano il coordinamento tra lo Stato e le Regioni in ordine alle misure da adottare per il contenimento dell’epidemia, e sui provvedimenti di chiusura totale o parziale delle attività economiche e della libertà di circolazione delle persone. La cronaca di questi mesi ci ha offerto diversi spunti di riflessione. 
Non dimentichiamoci che proprio in questi giorni è partita l’inchiesta della procura della Repubblica di Bergamo (che nei giorni scorsi ha sentito il premier Conte e i ministri della Salute Speranza e dell’Interno Lamorgese come persone informate dei fatti - ndr) per accertare di chi fosse la responsabilità di istituire zone rosse nei comuni di Alzano e Nembo in Lombardia. Qui c’è, secondo me, una crisi nei rapporti tra Stato centrale e Regioni. La Regione Lombardia sostiene che spettava al Governo centrale istituirle, mentre l’Esecutivo sostiene che la decisione spettasse alla Lombardia. 
È chiaro che questa rappresenta un’altra sfida: la capacità di gestire e prendere decisioni tra diversi livelli di governo nel nostro Paese. L’esperienza del campo ci dice, ad esempio, che i focolai sono stati meglio gestiti in Veneto, che in Lombardia. Si può dire, tuttavia, che nel confronto con gli altri Paesi, l’Italia (primo Paese ad essere colpito dal virus SarsCov2 in Europa) ha saputo rispondere bene alla crisi.

E sul piano della ripresa economica? 
Sul piano della ripresa economica la sfida riguarda l’intero Paese non questa o quella istituzione. Cioè l’Italia deve saper esprimere una reale capacità progettuale per ricostruire l’economia danneggiata certamente dalle misure di lockdown, valorizzando al meglio sia le risorse finanziaria stanziate dal Governo, sia soprattutto quelle, molto più ingenti, che dovrebbero arrivare dall’Europa.

A seconda di chi governa e chi è all’opposizione, tutti i partiti invocano le elezioni come se fossero per ciò stesso la panacea dei nostri mali. 
Le elezioni in senso democratico sono il principio fondamentale di legittimazione del Governo, ma allo stesso tempo è indispensabile che si svolgano alla scadenza naturale della legislatura. Poi non va dimenticato che la nostra è una Repubblica parlamentare. Il fatto che le opposizioni sostengono che il Governo non sia più legittimo non è accettabile perché fino a quando ha una maggioranza parlamentare ha il diritto e il dovere di governare. Altra cosa è ricordarsi che l’esito delle scorse elezioni non è stato così netto: la coalizione di Centrodestra è risultata la più votata, ma non aveva i “numeri” per governare da sola; dall’altra parte, il partito più votato fu il Movimento 5 Stelle. Dopo un lungo stallo fu poi possibile creare una maggioranza inedita tra Lega e M5S. 
L’opposizione in questo momento sostiene che, se riuscisse a presentarsi unito, avrebbe la possibilità di vincere le elezioni. Ma non mi sembra proprio che in questo momento i partiti della maggioranza possano mettere in crisi il Governo Conte. Gli spazi per votare sono ristretti: a settembre ci saranno le elezioni regionali e poi comincia la sessione della legge di Bilancio 2021. E poi non dimentichiamo che, con l’entrata in vigore della legge sulla riduzione del numero dei parlamentari, gli attuali membri di Camera e Senato sanno che, con ogni probabilità, molti di loro non sarebbero più rieletti in caso di scioglimento anticipate delle Camere. Loro saranno pertanto piuttosto riluttanti a sostenere qualsiasi ipotesi di elezioni anticipate.

Dal Mattarellum al Rosatellum, cambiano i nomi, si fanno alchimie nel laboratorio delle riforme nel tentativo (illusorio?) di determinare con nettezza un vincitore che possa da solo governare il Paese per un’intera legislatura, ma poi nei fatti siamo a far la conta dei parlamentari che stanno da una parte o dall’altra. 
In realtà la legge ribattezzata Mattarellum dal compianto politologo Giovanni Sartori, introdotta all’inizio degli anni Novanta, era una legge con uno sbarramento per assicurare una buona governabilità senza sacrificare troppo la rappresentanza. Le riforme elettorali che si sono succedute hanno teso a impedire che ci fosse un vero vincitore alle elezioni. Un esempio? La riforma Calderoli del 2005, poi soprannominata porcellum dal suo stesso autore era una riforma che mirava a “sterilizzare” gli elementi maggioritari per impedire la vittoria del Centrosinistra. Anche il Rosatellum (riforma che prende il nome dal deputato Ettore Rosato, vicepresidente della Camera dei deputati dal 29 marzo 2018 quando militava nel Pd e divenuto dal 30 settembre 2019 coordinatore nazionale di Italia Viva, il partito fondato da Matteo Renzi - ndr) nasce alla vigilia delle elezioni che avrebbero dovuto sancire la vittoria del M5S. 
Il fatto che non si trovi una maggioranza in Parlamento è dovuto anche al fatto che alcuni “attori” hanno approvato queste riforme con il deliberato intento di non assicurare una maggioranza. Purtroppo se la sera delle elezioni non c’è una maggioranza chiara e netta, si devono avviare le trattative tra i partiti per formare una maggioranza. Ma questa è la regola in tutti i regimi parlamentari. Addirittura in Olanda c’è voluto un anno per formare una maggioranza di Governo, difficoltà a formare i Governi ci sono state anche in Spagna e in Germania. Quest’ultimo Paese che ha dovuto ricorrere alla Grande Coalizione tra Cdu-Csu e Socialisti per dare vita ad un Esecutivo che avesse una maggioranza in Parlamento. Dico, infine, che esiste anche il problema della “disciplina” dei gruppi parlamentari che porta al fenomeno deprecabile dei cosiddetti cambi di casacca durante la legislatura, cioè il passaggio di parlamentari da un gruppo ad un altro.

Ma il fenomeno del trasformismo politico è una costante nel nostro Paese.  Risale ai Governi formati durante il Regno d’Italia, quelli di Rattazzi, Depretis, Giolitti e così via fino ad arrivare a quelli dell’età repubblicana. 
Il trasformismo dell’epoca di Depretis avveniva in un contesto di democrazia di élite in cui ancora non esistevano veri e propri partiti politici di massa che presentavano un programma agli elettori impegnandosi a realizzarlo. Sostanzialmente allora ogni parlamentare era espressione di un notabilato e di interessi ben determinati, per cui era non dico giustificato, ma comprensibile che si negoziasse il consenso per raggiungere e tutelare gli interessi di cui erano portatori gli eletti. Noi veniamo da decenni di democrazia dei partiti: è un modello in cui i partiti prendono delle posizioni prima delle elezioni e di conseguenza il trasformismo oggi è un fenomeno più patologico perché rischia di compromettere quel rapporto di lealtà e di rappresentanza che dovrebbe legare gli eletti agli elettori.

Eccetto forse i primi Governi dell’immediato secondo Dopoguerra, quelli monocolore Dc, dalla seconda metà degli anni Cinquanta gli esecutivi hanno potuto contare su maggioranze di coalizione formate per altro sempre dopo le elezioni, mai prima. Sono cambiati i sistemi elettorali, ma la durata degli esecutivi è abbastanza breve: un anno o poco più. 
Qui si possono fare diverse considerazioni interessanti. La prima è che nella cosiddetta Prima repubblica sul piano formale si susseguivano diversi Governi, ma sul piano sostanziale c’era una uniformità di politiche pubbliche e la stabilità dei partiti della maggioranza era fortissima. Nella Seconda Repubblica la durata dei Governi si allunga un po’. Con la legge Mattarella che era per tre quarti maggioritaria, la formazione di Governi più stabili era un dato di fatto, mentre quando sono entrati in crisi è stato esclusivamente per la defezione di alcuni parlamentari. Poi sono arrivate le riforme elettorali sciagurate di Calderoli e di Rosato e gli Esecutivi si sono formati con maggiori difficoltà e sono tornati a durare meno. 
Ma non dimentichiamoci di fenomeni importanti come l’avvento del Movimento 5 Stelle che ha rotto lo schema bipolare degli anni Novanta dopo la parentesi del Governo Monti che ha imposto sacrifici notevoli agli italiani senza avere una legittimazione politica visto che il Governo eletto dagli italiani, quello presieduto da Berlusconi, fu di fatto esautorato. La crisi del sistema è politica.

Si è spesso dibattuto su quale potesse essere la riforma elettorale che garantisse stabilità e proporzionalità. Ma il dilemma tra maggioritario e proporzionale ha ancora senso al giorno d’oggi? 
Il dilemma è una scelta tra diversi modelli di Governo e configura l’intero campo delle scelte. E allora la questione secondo me non è tanto scegliere tra il maggioritario e il proporzionale, ma quanto ci si possa spingere lontano in una direzione piuttosto che nell’altra. In passato alcuni ventilavano un sistema elettorale di tipo maggioritario a turno unico che sostanzialmente presuppone un percorso verso un bipartitismo. Lo schema bipartitico porterebbe a delle tensioni irrisolvibili e probabilmente un maggioritario a turno unico lascerebbe fuori dal Parlamento forze molto importanti e significative. Quindi diminuendo paradossalmente la legittimità del sistema politico. 
Al tempo stesso un sistema completamente proporzionale presuppone un livello, una capacità di dialogo costruttivo tra partiti che non è sempre presente nel nostro Paese. La mia impressione è che il “vecchio” Mattarellum, la legge 3 del 1993, aveva un interessante compromesso tra queste due esigenze: il forte elemento maggioritario che, però, al tempo stesso non portava al bipartitismo ma costringeva i partiti a trovare degli accordi pre-elettorali tra partiti più simili per offrire agli elettori delle scelte abbastanza coerenti. Chissà che questa possibilità non possa ritornare all’orizzonte.

Quali sono le riforme che servono davvero al nostro sistema politico per essere non solo più rappresentativo, ma soprattutto più efficiente e capace di rendere il sistema-Paese più competitivo sullo scenario internazionale? 
È una sfida gigantesca. Un aspetto che emerge rispetto ad altri Paesi è, ad esempio, la difficoltà nell’ambito della giustizia. Il nostro sistema giudiziario è più lento di altri ad assicurare la giustizia. La mancanza di certezza nel diritto lascia più spazio a chi non segue le regole. E quindi è chiaro che di fronte ad una non grande capacità di fare applicare le riforme, questo rende l’Italia più debole e meno competitiva. Ci sono poi altre riforme che non sono particolarmente gradite dagli italiani. 
Da anni ad esempio si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro, ma le resistenze non mancano. Allora il vero problema che ci troviamo di fronte è che siamo in una stagione in cui una serie di scelte di Governo si vanno spostando a livello sovranazionale e obbligano a riforme che non sono positive per la qualità della vita dei cittadini. Questa è la sfida dei nostri tempi. I cittadini continuano a chiedere di essere rappresentati in maniera efficace, e che le decisioni prese da chi governa rappresentino le loro opinioni, però al tempo stesso il contesto internazionale ci costringe a muoverci in direzione diverse. 
Questo a mio parere è uno dei motivi della difficoltà di legittimità non solo della democrazia italiana, ma della democrazia di vari Paesi. Per cui i cittadini chiedono delle cose, ma i governanti sono costretti a dire di no perché il contesto internazionale di fatto non permette di andare in quella direzione. Ma non è una sfida che si risolve con riforme istituzionali, è una sfida che si gioca nel costruire un sistema internazionale che sia più compatibile con le decisioni democratiche.

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