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Le imprese e il commercio sono le nuove vittime del Coronavirus

Tra aziende che non hanno riaperto e altre che pensano di chiudere inizia la parte più difficile che spesso porta ad abbassare le serrande definitivamente


01/06/2020

di Damiano Pignalosa


C’è chi parla di ripresa, chi di dati confortanti, chi ancora sottolinea come la reazione del settore produttivo e del commercio sia stata addirittura oltre le aspettative. La realtà dei fatti è che a tutto questo bisognerebbe inserire un “ma” gigantesco perché i numeri non rispecchiano esattamente questo scenario ultra positivo. Da un’indagine di Confcommercio, in collaborazione con SWG, si evidenzia come delle quasi 800 mila imprese del commercio e dei servizi che sono potute ripartire, l’82% ha riaperto l’attività: il 94% nell’abbigliamento e calzature, l’86% in altre attività del commercio e dei servizi ma solo il 73% dei bar e ristoranti. Come se non bastasse per quasi il 30% delle imprese che hanno riaperto, rimane elevato il rischio di chiudere definitivamente a causa delle difficili condizioni di mercato, dell’eccesso di tasse e burocrazia e della carenza di liquidità.
Il 68% degli imprenditori dichiara che i ricavi delle prime due settimane sono inferiori alle aspettative, quando già le aspettative stesse erano piuttosto basse. La stima delle perdite di ricavo rispetto ai periodi “normali” per oltre il 60% del campione è superiore al 50%, con un’accentuazione dei giudizi negativi nell’area dei bar e della ristorazione, segmento dove si concentrano maggiormente perdite anche fino al 70%. Sempre Confcommercio analizza che se nella prima settimana di riapertura solo il 6% degli intervistati indicava un’elevata probabilità di chiusura dell’azienda, nella seconda ondata di interviste, a fronte di un ragionamento più articolato, il 28% degli intervistati afferma che, in assenza di un miglioramento delle attuali condizioni di business, valuterà la definitiva chiusura dell’azienda nei prossimi mesi. Ad avvalorare questa suggestione intervengono i timori che nel prossimo futuro si dovrà comunque richiedere un prestito (50% del campione), non si sarà in grado di pagare i fornitori (40%) né di sostenere le spese fisse (43%).
A questa situazione già di per se estremamente preoccupante si aggiungono tutte quelle problematiche legate ai noti cavilli burocratici che hanno impedito finora alla maggior parte delle attività interessate di riuscire ad ottenere la Cig per i propri dipendenti, o a ricevere i famosi fondi garantiti dallo Stato, riducendo le parole enunciate in conferenza stampa a meri proclami di promesse disattese.
La morale della favola è che questi mesi saranno estremamente pericolosi per la sopravvivenza di moltissime attività tra imprese e commercio, ricordando che il Paese Italia è sorretto proprio da queste figure che senza dubbio sono tra le più tassate e remunerative per lo Stato. Se si vuole davvero ripartire bisogna pensare seriamente all’evoluzione che questa pandemia ha portato aggiornando, in maniera significativa, i modi di agire delle istituzioni nei confronti di aziende e attività commerciali. Quello che sembra chiaro a tutti è che questa tragedia chiamata Covid-19 deve per forza di cose essere un’occasione per migliorare una situazione già logora e senza futuro. Solo chi lo saprà fare meglio riuscirà a garantire ai propri cittadini un futuro se non roseo almeno con delle prospettive…  

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