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Le macchine sapienti devono essere guidate dall'etica

Paolo Benanti ci invita a riflettere sulla necessità di ricondurre lo sviluppo e la diffusione dell’intelligenza artificiale nell’alveo della responsabilità sociale e dei princìpi morali per evitare che assuma forme disumanizzanti


14/01/2019

di Tancredi Re


La maggior parte dell’intelligenza artificiale è femminile: gli studi dimostrano che la maggior parte delle persone (tra cui gli uomini eterosessuali) preferisce il suono di una voce femminile (è il caso di Siri negli iPhone Apple di più recente generazione). Esistono cuccioli dotati di intelligenza artificiale: animali che, a differenza di quelli veri, non comportano problemi (non mangiano, non bevono e non devono fare i bisogni). Inoltre le intelligenze artificiali non sono solo un tempio della conoscenza, ma sono in grado di socializzare e simulare le emozioni, proprio come gli esseri umani. Possono, ad esempio, ripararsi da sole: esiste un robot che si è ricostruito dopo aver notato che la sua prestazione era diminuita a causa della perdita di due delle sei gambe. 
L’intelligenza artificiale ha inoltre la capacità di apprendere, il che significa che la sua intelligenza è in aumento: nel 2029 avrà lo stesso livello di intelligenza degli umani adulti. Ed entro il prossimo decennio coprirà il 16% dei posti di lavoro: è dimostrato che nelle industrie può essere più utile di quanto non siano gli umani. I quali possono avere relazioni amorose con l’intelligenza artificiale: uno studente, David Levy, è convinto che entro il 2050 saranno legalizzati i matrimoni fra uomini e robot. 
Che altro? L’intelligenza artificiale ha la capacità di scrivere articoli, o libri; entro la fine di questo decennio l’assistenza umana non sarà più richiesta nell’85% delle interazioni con i clienti; gli assistenti digitali alla clientela potranno riconoscere le persone dal viso e dalla voce. Già adesso alcuni telefonini sono in grado di farlo. 
Ecco dieci esempi di applicazioni dell’intelligenza artificiale in parte giù divenute una realtà concreta, in parte ancora da sviluppare o perfezionare. 
Gli esempi citati non sono nostri, ma di uno studente americano, Trinity Hill, di sedici anni, che li ha elencati in un post pubblicato il 16 luglio 2017 sul sito web della Blippar, una società americana specializzata in intelligenza artificiale, dove stava facendo un’esperienza lavorativa. 
Il ragazzo è un nativo digitale, perché nato nell’epoca della tecnologia digitale e dell’intelligenza artificiale. E’, dunque, in grado di adoperare benissimo le tecnologie contemporanee con una disinvoltura, una naturalezza ed una velocità impressionanti, a differenza magari della generazione precedente, che si è adattata alla nuova era dell’information e communication technology pagando dazio e con qualche patema d’animo. Eppure questo giovane, nel fornire gli esempi citati, è sorpreso della rapidità e della capacità pervasiva dell’intelligenza artificiale destinata con la sua forza dirompente a sconvolgere il mondo. 
Ma l’implementazione delle nuove forme di intelligenza artificiale e la loro diffusione sempre più ampia, pongono inevitabilmente problemi di natura etica all’uomo contemporaneo e, ancora di più, a quello del futuro. 
Che cosa accadrà, o potrebbe accadere, infatti, quando non saranno più gli uomini, ma le macchine a prendere decisioni? Quali sono i rischi che comporta l’evoluzione della “macchine sapienti”? Cosa vogliamo che queste creature artificiali facciano per noi e cosa non devono fare? 
Sono alcune delle domande che si pone (e ci pone) Paolo Benanti, nel libro Le macchine sapienti (Marietti 1820, pagg. 156, euro 15,00), ma alle quali è difficile non dare una risposta.  
“Le intelligenze artificiali, con tutto il loro potenziale e la loro capacità trasformativa, possono cambiare radicalmente il mondo che conosciamo” scrive l’autore (specializzato in bioetica e nel rapporto tra teologia morale, bioingegneria e neuroscienze, docente alla Pontificia Università Gregoriana, autore di numerose pubblicazioni). “In maniera provocatoria potremmo dire che oggi, per la prima volta nella nostra storia, è la macchina a interpellarci”. 
D’altra parte i processi innovativi possono essere valutati positivamente solo se sono orientati ad un progresso dal volto umano, che si concretizzi in un vero e sincero impegno morale dei singoli e delle istituzioni nella ricerca del bene comune.
La diffusione delle “macchine sapienti”, conclude l’autore, richiede allora una gestione di tipo politico-economico, una governance internazionale in grado di evitare che la tecnologia assuma forme disumanizzanti. Serve in sostanza uno spazio in cui le considerazioni antropologiche ed etiche divengano forze efficaci e cultura organizzativa per plasmare e guidare l’innovazione tecnologica, rendendola fonte di sviluppo umano e responsabilità aziendale diffusa.

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