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Luciano Leonesi: 89 anni di intensa quanto intrigante creatività

A questo eclettico personaggio - regista teatrale, scrittore, attore nonché raffinato scultore di maschere e burattini - l’amico e compagno di teatro Loriano Macchiavelli ha regalato un accattivante amarcord


04/05/2017

Luciano Leonesi, al centro del quartetto, lavora all'allestimento di una scenografia nel Teatro Sanleonardo (1967)

C’è un piccolo borgo, in quel di Monteombraro, sull’Appennino tosco-emiliano, che la gente del posto ha battezzato come il “luogo degli artisti”. Ed è in questo angolo di verde, con vista sulle propaggini Nord di Bologna e dominato da una roverella di trecento anni, che si è creato il suo angolo di quiete per le vacanze Luciano Leonesi, «affabulatore e regista, grande fabbricatore di burattini e di maschere», che sta per festeggiare il suo ottantanovesimo compleanno. Un uomo che strada facendo ha assaporato le luci della ribalta proponendosi, negli anni Cinquanta, come uno dei principali animatori del Teatro di Massa, un importante seppur breve movimento teatrale che traeva ispirazione (ma in modo innovativo e originale) dalle esperienze sovietiche.
Leonesi, si diceva, che in seguito sarebbe stato l’inventore del bolognese Teatro di Quartiere, «precedendo e ispirando tutti i successivi modelli di decentramento scenico». Non a caso con la compagnia da lui fondata nel 1958, il Gtv (acronimo di Gruppo Teatrale Viaggiante), avrebbe messo in scena e diretto più di una trentina di spettacoli di profondo contenuto politico e sociale. E su questo Gruppo l’attore e regista Guido Ferrarini ha avuto modo di annotare: «Noi del Gtv eravamo tutti - e lo siamo tuttora - un bel po’ matti. Portiamo ancora sulla pelle quel marchio indelebile, come la perfida Milady dei tre moschettieri. Sarà per questo che le imprese più strane e bizzarre, qualche volta anche nobili, perché no, fanno parte del nostro Dna».
E in tale contesto di visionari (o matti secondo Ferrarini) aveva trovato spazio anche lo scrittore Loriano Macchiavelli - l’inventore del sergente Sarti Antonio, che prestissimo rifarà capolino sugli scaffali con una nuova indagine - il quale vi partecipò in veste di attore («Ma non era il mio mestiere»), di uomo di fatica e soprattutto di sceneggiatore di alcune delle migliori rappresentazioni.
Ma c’è dell’altro nel carnet del maestro Leonesi: ad esempio la quindicennale direzione del Teatro Sanleonardo, diventata sede - sempre nel capoluogo emiliano - del Teatro di Leo De Bernardinis. Lui che ha anche recitato, a fianco di Piera degli Esposti, nel film di Lina Wertmüller Il decimo clandestino; che ha scritto libri, come Il romanzo del Teatro di Massa, con prefazione di Claudio Meldolesi, e Calorosi gli applausi, da domani si replica, con prefazione di Dario Fo. Sino a proporsi, oggi più che mai, apprezzato scultore di «figurine di terracotta policrome», intagliate con mano ferma e robusta creatività, all’insegna di una intrigante quanto giocosa gestualità.
Detto questo, spazio alle note, peraltro datate (anche se con qualche aggiornamento al seguito), di Loriano Macchiavelli, che a sua volta ha voluto rendere omaggio all’amico nonché vicino di casa in quel di Monteombraro. Una penna abile come pochi nel tratteggiare i suoi rapporti di lunga data con l’artista. Facendo peraltro emergere il personaggio e il contesto in maniera accattivante quanto piacevole.

Non so da quanto tempo siamo amici, ma ho passato un bel po’ della mia vita assieme a Luciano, sulle tavole di chissà quanti teatri, a spazzare chissà quali platee sparse per Bologna e dintorni, a scaricare e trasportare furgoni e furgoni di praticabili, a rischiare la vita a venti metri dal suolo passeggiando sul cornicione del Sanleonardo, a litigare con i politici sui contenuti del nuovo testo del Gruppo Teatrale Viaggiante, a giustificare, in Questura, perché avevamo scelto di fare uno spettacolo in Piazza Maggiore
Posso dire che so molte cose di lui, forse più di quante non ne sappia lo stesso Luciano, teatrante. Di Luciano scultore ho saputo alla vigilia di un Natale di qualche anno fa. Ricevo una telefonata: «Macchia, vieni qui che ti ho fatto un presepio...». «Mi hai fatto un presepio?». Sono, anzi, siamo andati io e Franca (mia moglie). Non era solo un presepe, era una scena teatrale, una moderna rappresentazione del millenario evento, una dissacrazione e, allo stesso tempo, una consacrazione dell’idea mistica del presepe nell’era dell'immagine che stiamo vivendo. In terracotta e con abiti dai colori vivi, lucidi eppure appannati come se portati addosso dai personaggi fin dai tempi della Sacra Famiglia. Un set cinematografico anni Trenta, dove gli attori, Madonna, san Giuseppe e Bambino, recitavano con convinzione la loro parte: il regista, megafono alla bocca, disponeva sapientemente gli attori in modo che non s’impallassero dinanzi alla macchina da presa; il tecnico del suono, magro ed emaciato, teso a sostenere con fatica l’asta del microfono; l’operatore, seduto su un alto sgabello, pronto per il primo giro di manovella; il ciacchista, chino dinanzi all’obiettivo, stava per farci sentire il ciak che avrebbe dato il via a “Presepìo Millenovecentotrenta prima”. In lontananza, tre improbabili, eppure realissimi, Re Magi con le sembianze ironiche e surreali dei fratelli Marx, pronti a entrare in scena non appena fosse spuntata l'alba del 6 gennaio. Il solo Harpo seduto sul canonico e immancabile cammello dei Magi, forse rubato a un circo equestre che passava nei dintorni. Abbiamo guardato, io e Franca, che qualcosa del modellare la creta sa e, meglio di me, poteva capire quelle figure, la loro immobilità e la vita che emanavano, e siamo rimasti senza parole. Ripensandoci oggi, temo che Luciano abbia male interpretato il nostro silenzio. Fu per quello che Luciano ci disse: «Ho altre cose, ve le faccio vedere?», nella speranza di mostrarci qualcosa che ci strappasse un commento. Non lo so, ma fu importante che ci portasse nel suo laboratorio, una minuscola terrazza chiusa da una vetrata, dove aspettavano di prendere vita una quantità di creature di creta, alcune grigie come la terra dalla quale erano appena state tratte, altre marrone chiaro come i mattoni, altre ancora in embrione.
L’idea che Luciano si fosse dedicato alla scultura mi tornò nuova, ma non inaspettata. Poteva fare di tutto, Luciano. C’era da studiare la scena di uno spettacolo? Eccolo arrivare alle prove con uno schizzo, ce lo mostrava e lo completava a parole. C'era da costruire una scena? Prendeva chiodi, martello, cantinelle, tela e colori e via per primo, davanti a tutti. E noi dietro, a seguire l’esempio del Maestro, a cercare di imitarlo. C’era da scrivere la storia del Gruppo Teatrale Viaggiante o la straordinaria avventura del Teatro di Massa? Luciano prendeva la penna e non si tirava indietro.
In tanti abbiamo imparato molto da lui. Anche a essere uomini.
Non sono un esperto d'arte e non so giudicare il valore artistico del lavoro che Luciano ci aveva messo dinanzi, ma non me ne importa granché. M'importò allora e m’importa oggi lo straordinario senso teatrale che quelle statue mi trasmisero. Ero tornato indietro di anni, a quando Luciano si muoveva sul palco, con la sua mimica e la sua camminata caratteristiche, per mostrare agli attori quello che dovevano e come dovevano farlo. E in quel momento, tutto il teatro di Luciano era li, nei gesti immobili della terracotta, nella vita che quelle statue trasmettevano, come se il momento più importante di una prova teatrale fosse stato bloccato, per il prodigio di un mago, in modo che il tempo non potesse più alterarlo, modificarlo o disperderlo, come purtroppo accade ogni sera, recita dopo recita, ed è sempre accaduto nel teatro dalla Grecia ai giorni nostri.
Così da anni Luciano non fa più teatro, ma il suo teatro non è scomparso: è lì, nelle figure di terracotta, nei movimenti dei personaggi nati dalla sua fantasia, tragico e onirico, drammatico ed epico, grottesco e comico, estratto dalla sua vita di regista e fissato nella terracreta per comunicare e continuare la sua profonda, sentita e mai abbandonata convinzione politica, la sua ribellione alle ingiustizie.
Che altro vogliono dire le scene che ha estratto dalla realizzazione teatrale di In attesa di Lefty e riprodotto con la creta, se non il suo impegno? E cosa sono le atrocità del Vietnam riportate nella terracotta, se non la continuazione di un discorso iniziato con I pioli di Bach Dang e mai terminato?
Roba vecchia, sissignore, roba che in pochi ricordano perché così deve essere. Niente memoria, niente problemi! Ma roba che ha dato un senso alla vita, ci ha aiutato a sopravvivere e a sperare che si poteva contribuire a cambiare le cose. Non ce l’abbiamo fatta? Ci abbiamo provato. E Luciano, coerentemente con tutta la sua vita, ci prova ancora.
Una cosa non gli ho mai detto, in tanti anni di comunione culturale e politica, di lotte, di pensiero, di esaltazioni e di scoramenti: sono felice di essere un suo amico.

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