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Mario Deaglio: «Rischio-caos per l'Italia: nuove elezioni o si andrà verso un Gentiloni bis»

Il noto economista, già direttore de Il Sole 24 Ore, prevede tempi lunghi per la formazione di un nuovo governo. Con la concreta possibilità di dover tornare alle urne. E per quanto riguarda l’Europa? Qualche contraccolpo lo potremmo subire, fermo restando che uscire dall’euro è impossibile


26/02/2018

di Giambattista Pepi


Mario Deaglio

Rinfoderare il fioretto ed estrarre la spada. A ridosso del voto, per intercettare il consenso del gran numero degli indecisi, ma anche per convincere i più riluttanti, ognuno dei competitor in campo non va troppo per il sottile e, tra colpi proibiti e accuse al vetriolo, carica a testa bassa gli avversari. Puntando con una ostinazione degna di miglior causa su “ricette” prevalentemente intrise di demagogia e populismo. Tutte volte ad assicurare miracoli per il bene di un Paese da poco uscito (peraltro con le ossa rotte) dopo una crisi decennale. 
Per aiutarci a comprendere l’attualità politica e le prospettive che si apriranno per l’Italia all’indomani del voto del 4 marzo, Economia Italiana.it ha intervistato l’economista Mario Deaglio, che ha appena pubblicato, per i tipi dell’editore Guerini di Milano, un libro emblematicamente intitolato Un futuro da costruire bene
Professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino, le cui ricerche scientifiche hanno riguardato essenzialmente la struttura e l’evoluzione delle economie avanzate, Deaglio dal 1996 ha curato, e largamente scritto, il Rapporto sull’economia globale e l’Italia nell’ambito dell’attività del Centro Einaudi di Torino. È inoltre collaboratore di The Economist ed editorialista economico de La Stampa, oltre a essere stato - nei tempi andati - direttore de Il Sole 24 Ore.

L’Europa ha paura del test elettorale italiano? 
Se prendiamo un ampio ventaglio di possibilità direi sicuramente di sì: uno scenario di instabilità deve essere messo in conto. Al momento attuale, però, non viene considerato particolarmente probabile e non ci sono sensibili pressioni al ribasso dei titoli di stato italiani.

In base agli ultimi sondaggi elettorali sulle elezioni del 4 marzo, prima del “blackout” imposto per legge, il Centro-destra è avanti, stabile ma tendente al rialzo il Movimento 5 Stelle e stabile o leggermente in calo il Pd, mentre la quota degli indecisi oscilla tra il 29 e il 20%. È verosimile pertanto che all’indomani del voto possa mancare una maggioranza per formare un nuovo governo. Quale scenario è allora possibile prefigurare? C’è il rischio che l’Italia torni a dare ai mercati l’immagine di un Paese instabile? 
“Sì. È una cosa da non sottovalutare, ma nemmeno da sopravalutare. Quando si fanno queste valutazioni si tende a dimenticare una serie di dettagli che pure sono importanti. Il primo è che il governo Gentiloni non si è dimesso. E quindi è nella pienezza dei poteri e non è solo un governo che sta li per il disbrigo degli affari correnti. Può prendere decisioni e si può presentare di fronte al futuro Parlamento, ma di questo dirò più avanti. Il secondo punto su cui riflettere sono i tempi tecnici post-elettorali di queste elezioni. Il Rosatellum, cioè il nuovo sistema elettorale, è complicato a fronte del problema dei collegi uninominali e del proporzionale; il calcolo esatto dei parlamentari eletti si presenta quindi relativamente lungo. 
Diciamo che ci vorranno una quindicina di giorni per avere l’elenco dei senatori e dei deputati effettivamente eletti. Ci vorranno poi altri dieci o quindici giorni per arrivare alla prima convocazione delle Camere, all’elezione degli organi delle Camere stesse a cominciare dai Presidenti e alla formazione delle varie commissioni legislative. Quindi, realisticamente, le consultazioni presidenziali potrebbero cominciare subito dopo la Pasqua. È possibile poi che, essendoci un governo in carica, il capo dello Stato, in presenza di una situazione senza maggioranza precostituita, sia pure dopo avere fatto un giro di consultazioni, si limiti a dare un mandato esplorativo e non direttamente un mandato a formare un nuovo governo. 
Al limite, in una situazione bloccata, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella potrebbe chiedere al governo Gentiloni che, ripeto, non è dimissionario, di presentarsi alle nuove Camere sia a chiedere la fiducia sulla base di un programma di scopo di breve durata, sia per ottenere l’approvazione di questioni urgenti, specie di carattere europeo.  

Ci sono importanti scadenze dopo le elezioni che riguardano i rapporti tra l’Italia e la Commissione europea. 
È vero. A fine aprile-inizio maggio occorrerà inviare alla Commissione europea il nuovo Documento di programmazione economica e finanziaria (Def).  E questo adempimento spetta al governo e richiede una minuziosa preparazione, sicuramente già in corso nei ministeri competenti (a questo proposito il ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, ha precisato: “Il mio ministero darà vita al Def ad aprile perché credo non ci sarà un ministero in pieno potere”). A questo punto, se mancasse una chiara maggioranza parlamentare, è ragionevole pensare che le nuove elezioni non si terrebbero prima di settembre, più concretamente in ottobre-novembre.  Peraltro, se l’economia tira e non ci sono misure particolari da adottare per andare avanti, potrebbe prendere corpo un’altra opzione, al momento solo ipotetica.

Quale? 
Arrivati a settembre, se lo stallo dovesse continuare, nel senso che partiti e gruppi parlamentari non sono in grado di convergere verso un’ipotesi di governo a tempo, ci si comincerà a ricordare che nel 2019 si svolgeranno le elezioni europee. E allora forse l’idea di combinare un turno elettorale che, nella stessa consultazione, convochi i comizi elettorali per eleggere contemporaneamente sia il Parlamento europeo sia quello italiano sarebbe una soluzione ragionevole. Non vedo una drammaticità in tutto questo, ma semplicemente il movimento di rotelle di ingranaggi molto complessi. Dopotutto, la Germania è andata alle urne a settembre e il governo precedente è ancora in carica.

La eventuale indisponibilità delle nostre forze politiche a garantire un governo non rappresenterebbe un’eventualità tale da far preoccupare l’Europa tanto più adesso che l’appartenenza dell’Italia all’eurozona e la moneta unica come valuta non sono più messi in discussione nemmeno dalle forze più radicali, populiste e, almeno a parole, antieuropeiste? 
Al momento direi proprio di sì. Anche perché si parla troppo disinvoltamente di rischio di uscire dall’euro, ma uscire dall’euro non si può. Non dimentichiamo che l’Italia, assieme ad altri undici Paesi allora facenti parte della Comunità Europea, il 7 febbraio 1992 ha stipulato il Trattato di Maastricht o dell’Unione Europea (entrato in vigore il 1° novembre 1993). Con questo Trattato sono state fissate le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l’ingresso dei vari Stati aderenti all’Unione. Uno dei pilastri è rappresentato dalla nascita del Mercato unico europeo e dall’Unione economica e monetaria europea (Ume). Attraverso tre successive fasi si portò a termine un lungo processo di diplomazia economica, cominciato anni prima, il cui esito è più notoriamente rappresentato dal conio e dall’adozione di una moneta unica europea, l’euro, in sostituzione delle rispettive valute nazionali da parte di 19 paesi membri, tra cui l’Italia, con una politica monetaria comune sotto il controllo della Banca Centrale Europea (Bce). Roma, ratificando quel Trattato, si è impegnata a non uscire dall’euro. Dopodiché l’uscita di un Paese deve essere accettata dagli altri. Oltretutto se anche si volesse, non sarebbe possibile far svolgere un referendum popolare sulla legge che autorizza la ratifica di un Trattato internazionale, com’è quello di Maastricht, perché l’articolo 75 della Costituzione della Repubblica Italiana lo esclude tassativamente. Sull’uscita dall’euro si è costruito una sorta di castello in aria, ma di concreto non c’è niente”.

Preso atto che l’Italia non lascerà l’Unione Europea, né l’euro come valuta, nell’ipotesi in cui invece dalle urne uscisse una maggioranza in grado di esprimere un governo autorevole, il nostro Paese potrebbe assumere una maggiore capacità negoziale in vista della riforma dell’eurozona per la quale esistono già le proposte presentate a dicembre 2017 dalla Commissione Ue? 
Per rispondere occorrerebbe sapere qualcosa di più sul futuro governo. Non tanto per la questione dell’uscita dall’euro che, come si è detto sopra, non è possibile, ma se l’Italia presentasse un programma che implica anche solo uno sforamento del limite nel rapporto tra deficit e Pil, noi avremmo molto rapidamente un calo del valore dei titoli del debito pubblico italiano, quindi un rialzo degli interessi che l’Italia deve pagare per finanziare il proprio debito. Noi abbiamo praticamente un miliardo al giorno di debito in scadenza e ogni anno scadono titoli per un valore complessivo di circa 350 miliardi di euro. Le aste non si fanno tutti i giorni ma periodicamente. 
Da circa 30 anni rifinanziamo il debito emettendo titoli nuovi in prossimità della scadenza dei titoli vecchi; la sottoscrizione spetta in buona parte al mercato internazionale e, tra l’altro, Paesi come la Cina sono dei buoni sottoscrittori dei nostri titoli del debito. Allora, se un Governo proponesse una politica economica contraria alla saggezza convenzionale, volta ad aumentare anziché diminuire il proprio debito, i premi al rischio aumenterebbero, crescerebbe lo spread rispetto agli analoghi titoli del debito di altri Stati dell’UE. In altre parole i mercati potrebbero anche decidere di muoversi con maggiore cautela verso l’Italia decidendo di rifinanziare il debito italiano solo in parte e, comunque, a condizioni molto più onerose di quelle degli ultimi anni. Quindi dal tipo di proposta politica che sarà fatta dipenderà se potremo continuare a godere del consenso dei mercati e quindi della possibilità di poter rifinanziare il nostro debito.

Tutti gli schieramenti puntano a ridurre la pressione fiscale, ad aumentare il reddito per i più bisognosi, a far lievitare le pensioni. Colpisce molto l’immaginazione la tassa piatta (flattax). Tutte queste proposte la convincono o ritiene che siano irrealistiche? 
Si parla di flattax (tassa piatta - ndr), intendendo un’aliquota fiscale unica e bassa per l’imposta sui redditi, il che comporta l’eliminazione degli scaglioni. La proposta avrebbe senso se l’applicassimo con gradualità nel corso degli anni. Se, invece, volessimo attuarla subito, ci troveremmo di fronte ad un’emorragia di finanza pubblica: perché è sicuro che ci sarebbe un vistoso calo delle entrate pubbliche dal gettito fiscale, mentre l’aumento delle entrate dalle imposte indirette (Iva) legato alle possibili maggiori spese di famiglie e imprese che si trovano con maggiori risorse finanziarie è più lento. Può darsi che questo provvedimento possa costituire un incentivo all’uscita di un certo tipo di imprese dall’ “economia sommersa” e alla riduzione dell’evasione ma sono molto scettico in proposito. 

Gli schieramenti in campo hanno proposto tutta una serie di misure che aumentano la spesa dello Stato, da un lato, e altre che diminuiscono le entrate. Se attuate, queste misure farebbero sicuramente crescere il deficit e quindi il debito pubblico, nonostante il ciclo economico sia positivo. Faremmo esattamente il contrario che ci chiede l’Europa e in violazione dei Trattati. 
Le regole sono regole. La nostra Costituzione dice che ogni nuova spesa deve indicare i mezzi per farvi fronte. Quindi non è che il Parlamento possa decidere di spendere mille miliardi in più, come si legge sui giornali in questi giorni perché la Ragioneria Generale dello Stato non concederebbe il suo visto a una legge che prevedesse maggiori uscite dello Stato senza che venissero compensate con entrate per lo stesso importo. Si può essere elastici sulla copertura ma le regole della finanza pubblica limitano grandemente questo tipo di operazione.

Avendo un debito pubblico di 2.267 miliardi di euro secondo le stime dell’Istituto Bruno Leoni, pari al 132% rispetto al Pil, l’Italia, come lei stesso ha ricordato, deve rifinanziarlo sui mercati. Con la fine dell’allentamento monetario e l’eventuale ritocco al rialzo dei tassi d’interesse da parte della Bce non rischiamo di dover pagare molto di più degli attuali 66 miliardi di euro l’anno? 
Dipende se l’Italia vorrà incrementare il proprio debito pubblico o no. Se si tratta di mantenere il debito al livello attuale (“Il debito è enorme - ha riconosciuto il ministro dell’Economia Padoan - ma finalmente si è stabilizzato. Vedremo i dati Istat dei prossimi giorni e ritengo che stia finalmente iniziando a scendere. Questo andamento è un bene preziosissimo per l’Italia”) bisogna ricordare ciò che ha detto proprio il presidente della Bce, Mario Draghi, in occasione dell’ultima conferenza stampa a Francoforte, e cioè che la Bce rinnoverà alla scadenzai titoli pubblici in portafoglio. Non comprerà altri titoli ma quelli che detiene li rinnoverà, pertanto non ci troveremo di fronte a un crollo di questa componente della domanda. 
Questo è un primo punto molto importante: se l’Italia rispetta le regole e ci manteniamo entro i limiti prescritti, e quindi operiamo per ridurre il deficit e il debito, non ci sono problemi. Va anche detto che, per ridurre il debito di questi anni, la Banca d’Italia ha fatto una politica di estrema cautela, allungando dove possibile le scadenze. Sul debito da rinnovare, alla fine dell’azione di stimolo monetario della Bce, è cresciuto il peso delle scadenze più lontane. Il problema del rinnovo rimane naturalmente un problema ma, se non accompagnato da cattive politiche (per esempio la dichiarazione di voler sforare il limite del 3% nel rapporto deficit/pil) appare gestibile.

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