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Nella Milano dei tempi andati con l’ultima storia firmata dal rimpianto Dario Crapanzano

Sempre per i tipi della Sem, riflettori puntati su Richard Osman, presentatore Tv, produttore e regista inglese, che ci diverte con Il Club dei delitti del giovedì


21/12/2020

di CATONE ASSORI


Un’ultima volta che lascia il segno, quella di Dario Crapanzano, uno0 scrittore gentiluomo dal carattere a volte spigoloso (“Mi capita di accendermi, anche se conosco bene le regole della diplomazia”), arrivato postumo sugli scaffali (ci ha infatti lasciato lo scorso 21 ottobre) con Arrigoni e il delitto in redazione (Sem, pagg. 168, euro 15,00). Un romanzo nel quale torna a regalarci - con il suo consueto garbo - le intriganti atmosfere milanesi degli anni Cinquanta. Quelle stesse che lui aveva vissuto in prima persona, essendo nato a Milano il 12 gennaio 1939. Facendo così rivivere, a quelli della mia età (ma al tempo stesso intrigando anche i più giovani), una stagione oggi impensabile. 
Ovvero quando si viaggiava soprattutto a piedi, in bici o in tram, quando tenevano banco i famosi nebbioni e le osterie, quando a intrigarci erano la pubblicità del “cordiale” e cinemini fumosi, quando in molte case ci si scaldava ancora con le stufe a legna o a carbone, quando la carne si mangiava alla domenica e nelle feste comandate, quando gli elettrodomestici erano ancora un lusso per pochi. Anni nel corso dei quali “il sogno dell’abbondanza era però un qualcosa che si percepiva, quasi si toccava”. Non a caso il grande salto verso l’Olimpo dei grandi era nell’aria. 
Ad esempio proprio all’inizio del 1958, insieme a Germania, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, contribuimmo a far entrare in vigore le norme Cee per la riduzione graduale dei dazi doganali, mentre di lì a poco, ovvero il 25 maggio 1959, il quotidiano londinese Daily Mail parlò per la prima volta di “miracolo italiano”. Complimento peraltro ribadito qualche mese dopo dal Financial Times
Ma veniamo al dunque. Come accennato siano nel 1958 a Milano, dove Leonardo Bruni dirige l’omonima quanto fortunata casa editrice con sede a Porta Venezia. Tra i suoi collaboratori spicca Alberto Masserini, correttore di bozze poi promosso a redattore capo dopo aver scovato e fatto pubblicare un romanzo di successo. La sua fortuna però si esaurisce presto, in quanto viene trovato con la gola squarciata nel suo appartamento di via Settala, vicino alla Stazione centrale. 
L’assassinio del giovane e brillante redattore capo porta Mario Arrigoni a indagare in un ambiente per lui del tutto nuovo, quello dell’editoria. Oltre tutto il caso si presenta complicato: l’omicidio è avvenuto a casa della vittima dove non vengono trovati appigli di sorta da parte degli investigatori: la porta e le finestre non sono state forzate, così come non vengono trovate impronte digitali. In altre parole l’assassino ha agito con freddezza e lucidità. 
Secondo logica narrativa il nostro collaudato commissario (una moglie e una figlia che lo aspettano a casa, pochissimi grilli per la testa, la capacità spiccata di ascoltare e di orientarsi sempre tra le vie del quartiere, percorse rigorosamente a piedi o in tram visto che non ha la patente) in sede di indagine si metterà in contatto con i vari personaggi che hanno a che fare con la casa editrice: l’editore in primis, ma anche con la moglie e i componenti dei diversi reparti, più il classico ricorso alla portinaia della vittima. Di quelle di una volta, che sapevano tutto o quasi. Ma non ne uscirà un granché, se non che il morto aveva una forte passione per le donne e il gioco d'azzardo. 
L’inchiesta si allargherà così coinvolgendo anche conoscenze extra lavorative di Masserini (e se ognuno di noi ha un segreto, lui sembrava averne certamente uno di troppo). Tanto è vero che la soluzione del caso alla fine arriverà nel modo più imprevedibile, con la scoperta di un assassino assolutamente insospettabile. 
Detto del suo ultimo libro, ben raccontato e pertanto da non perdere, ricordiamo che Dario Crapanzano ha lasciato la moglie Luisa, per tutti “Chicco”, e due figli grandi (Matteo e Carlo). Lui che - repetita iuvant - sotto la Madonnina aveva frequentato l’Accademia Filodrammatici di Esperia Sperani, dove si era diplomato. Ma non a fronte dei risultati sperati, in quanto si era portato a casa soltanto “alcune modeste apparizioni televisive, oltre alla partecipazione a due spettacoli del Trebbo di Toni Comello, Era la resistenza e Ahi, serva Italia, di matrice dantesca. Spettacoli peraltro apprezzati da numeri uno del calibro di Eugenio Montale e Riccardo Bacchelli. 
Ma forse il suo problema - ci aveva tenuto a precisare - era quello di non essere abbastanza motivato. Per questo aveva ripreso a frequentare l’Università laureandosi in Giurisprudenza, anche se l’avvocato non l’avrebbe “mai fatto”. Così, una volta terminati gli studi, si sarebbe dato da fare come copywriter e redattore presso la casa editrice Mursia, peraltro dando alle stampe anche una guida sentimentale (A Milano con la ragazza... e no). 
A seguire avrebbe imboccato una significativa carriera in campo pubblicitario, debuttando nello studio Damioli, che altri non era se non il marito della rimpianta Elda Lanza (ovvero la prima conduttrice donna di un programma televisivo, oltre che giornalista, intrattenitrice e scrittrice di livello), quindi fondando anche un’agenzia, sino a ricoprire ruoli di vertice a livello internazionale, come quello di amministratore delegato del Gruppo Havas. 
Carriera che gli avrebbe fatto inizialmente accantonare la vena narrativa. Salvo poi tornare a scrivere, una volta abbandonato nel 2005 il timone del comando, pubblicando - per i tipi dell’Accademia Vis Vitalis - un libricino di cui ci aveva detto di non andare fiero (Ciao ipocondriaco. Lettere a un malato immaginario), ma soprattutto iniziando a imbastire alcuni gialli nei quali l’indagine poliziesca (attingendo da quelle portate avanti dal Maigret di Simenon, il suo autore preferito in abbinata al rimpianto Andrea Camilleri, del quale aveva letto tutti i suoi lavori”) fila via liscia, senza contraccolpi, mentre la trama si nutre di ambientazioni datate e personaggi particolari - in ogni caso accattivanti - che piacciono sia ai giovani che ai meno giovani.  
E per quanto riguarda questa sua nuova carriera, iniziata quando aveva 72 anni? Inizialmente faticosa. “In effetti avevo inviato il mio primo libro, Il giallo di via Tadini, a una dozzina di piccole e medie case editrici, convinto che nessuna mi avrebbe risposto. Invece - dopo un’attesa durata diciotto mesi - si fece avanti il rimpianto Marco Frilli che lo apprezzò e lo pubblicò, con ben sei ristampe al seguito. E per lui avrei scritto anche La bella di Chiaravalle, Il delitto di via Brera nonché Arrigoni e il caso di Piazzale Loreto”. Romanzi che avrebbero ingolosito quattro “case” dei piani alti: Rizzoli, Mondadori, Garzanti e Giunti. 
“Scelsi Mondadori, che non mancò di reclutarmi nella sua scuderia, dapprima ripubblicandomi il romanzo d’esordio, quindi puntando su Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio, Arrigoni e l’assassinio del prete bello e poi via via, sino ad arrivare a Il furto della Divina commedia, accasato nell’Olimpo rappresentato da “Il Giallo Mondadori”. 


Da “un’ultima volta” a “una prima volta”: quella dell’esordiente inglese Richard Osman che, sempre per i tipi della Sem, arriva sui nostri scaffali, quasi in contemporanea rispetto a quelli di Oltremanica, con Il Club dei delitti del giovedì (pagg. 382, euro 18,00, traduzione di Roberta Corradin). Un divertente quanto intelligente lavoro (parole di Ian Rankin, uno che certamente se ne intende) frutto di un’idea che era venuta all’autore alcuni anni fa, quando ebbe “la fortuna di visitare una comunità di pensionati, persone straordinarie portatrici di storie straordinarie”. E da allora avrebbe segretamente accumulato materiale per scrivere proprio questa storia, per poi trovare nella sua agente Juliet Mushens - “una donna brillante, creativa, divertente e anticonformista” - la spalla giusta. 
Cinquant’anni (è infatti nato il 28 novembre 1970 a Billericay, nell’Essex), un pezzo di marcantonio alto due metri e un centimetro, Richard (all’anagrafe anche Thomas) Osman nella vita si propone come un eclettico personaggio: presentatore televisivo, direttore creativo, comico, sceneggiatore, attore (nell’aprile di tre anni fa era ad esempio apparso nel primo episodio della terza serie di Murder in Successville), ma anche produttore, regista e ora scrittore. 
Lui padre di due figli di 17 e 19 anni (Ruby e Sonny), portatore di un difetto visivo che lo costringe a imparare a memoria i copioni, oltre a essere già in predicato con questo suo primo romanzo per il grande schermo (Steven Spielberg ne avrebbe infatti acquisito i diritti cinematografici). Un lavoro i cui diritti, in abbinata a un secondo, sarebbero stati acquistati dalla Viking Press, una sussidiaria della Penguin Random House, per una somma a sette cifre in un’asta che lo scorso anno aveva visto in lizza una decina di editori. 
Come da condivisibili note editoriali, Osman “rompe gli schemi della narrativa poliziesca dipanando un racconto zeppo di suspense, ma incredibilmente divertente”, regalando al lettore un coinvolgente romanzo dal “sapore” particolare, interpretato da accattivanti personaggi. 
La location è quella del Kent, in Gran Bretagna. Dove, in una tranquilla e lussuosa casa di riposo quattro improbabili amici si incontrano, una volta alla settimana, per indagare sui casi di omicidi irrisolti. 
Si chiamano Elizabeth (la più scostante), l’ex infermiera Joyce, Ibrahim che si vanta di sembrare più giovane e che nuota tutti i giorni nonché Ron, l’unico a possedere un’auto (tutto sta a vedere chi la può guidare), che si è fatto fare un tatuaggio del West Ham sul collo. Ovvero i quattro protagonisti che, tra calici di vino e torte alla vodka, studiano i fascicoli della polizia segretamente acquisiti dalla leader indiscussa del gruppo, Elizabeth, proprietaria di un grande appartamento a Larkin Court. Ma quando un brutale omicidio ha luogo proprio sulla loro soglia di casa, Il Club dei delitti del giovedì si ritrova nel bel mezzo del primo caso in diretta. E saranno pure degli ottantenni i nostri detective dilettanti, tuttavia hanno qualche asso nella manica. Vivaci, straordinariamente agili ed energici, i quattro sono decisi a esercitare la loro notevole elasticità mentale nella ricerca di un assassino a piede libero. 
E per trovarlo si immedesimeranno nei panni di anziani curiosi e vagamente ingenui, così da raccogliere informazioni e inserirsi nelle indagini ufficiali con stratagemmi sorprendenti. Non preoccupandosi, a volte, di superare il confine della legalità. 
Magari rapportandosi con la ventiseienne Donna De Freitas, un’agente che avrebbe desiderato tanto possedere una pistola e che inizialmente troviamo in scena a parlare di “consigli pratici per la sicurezza domestica” ai vecchietti di turno con le coperte sulle ginocchia, biscotti gratuiti e qualcuno che sonnecchia beato in ultima fila… Ma a tenere la scena ci saranno anche altri personaggi, come l’ispettore capo Chris Hudson, il divagante padre Matthews Mackie, uno spasimante di nome Gregor che è meglio lasciar perdere e, ci mancherebbe, anche un… morto e l’assassino.

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