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Non c'è il Governo, ma dalle urne le indicazioni sono chiare

Ne è uscito un Paese diviso in tre “blocchi”. Ma il trionfo di M5S e Lega, nonché il crollo del Pd e di tutta la sinistra, dicono di come l’Italia sia cambiata - nelle aspirazioni, nei valori e negli schieramenti - nel corso di questi dieci anni di crisi


05/03/2018

di Paolo Mastromo


Previsioni avverate, quindi. Dalle urne non esce il Governo. Ma in realtà alcuni fatti nuovi, rispetto alle previsioni, ci sono. Li elenco in ordine, prima di dare una prima - inevitabilmente sommaria e provvisoria, stante la situazione - valutazione politica del voto. Il primo dato interessante è che, una volta tanto, i sondaggi avevano visto giusto: dalla larga vittoria della coalizione di centrodestra alla forte affermazione del M5S, al rilevante ridimensionamento del Pd. Altro dato interessante è che il temuto crollo dei votanti non c’è stato. Abbiamo un 73% di italiani alle urne, appena un po’ sotto il dato del 2013 ma molto, molto al di sopra della temuta débâcle. Buon segno, vuol dire che gli Italiani vogliono ancora partecipare alla vita politica del loro Paese. Il terzo elemento è il superamento del gap generazionale. Dai dati disponibili emerge che i risultati del proporzionale di Senato e Camera, per le tre coalizioni, sono praticamente identici. Così, salta il luogo comune degli anziani tendenzialmente più conservatori e/o dei giovani maggiormente arrabbiati e massimalisti. 
Venendo alle valutazioni che è possibile dare “a caldo”, cioè a spoglio ancora aperto, colpisce il fatto che la coalizione di centrodestra sia giunta effettivamente assai vicino al 40%. Una volta ridistribuiti i resti dei partiti che non hanno raggiunto il 3% nel proporzionale, il gap per il 40% potrebbe ridursi a uno, massimo due punti. Per non dire che bisognerà vedere come si schiereranno gli eletti “grillini” espulsi dal Movimento alla vigilia del voto: avevano già annunciato che avrebbero aderito al Gruppo misto ma ovviamente quei “voti vaganti” potrebbero anch’essi far gola a una coalizione che dovesse navigare sulla lama del 40%. 
È comunque presto, in questa situazione, azzardare quale Governo guiderà l’Italia per i prossimi cinque anni. In campagna elettorale tutti hanno giurato che mai si sarebbero “alleati con il nemico”; ma la realtà è altra cosa e per fare un governo, in questa realtà, occorre un’alleanza. Sulla carta un’alleanza M5S-LeU non raggiunge i voti necessari, quella M5S-Pd forse arriverebbe al pelo, ma rappresenterebbe un disastro per entrambi gli elettorati e dunque è da escludere anch’essa. Numericamente, potrebbe forse tenere una inedita alleanza fra M5S, Lega e FdI, che non sono proprio partiti fratelli ma che pur presentano affinità non trascurabili. 
Di Maio, in queste ore, sostiene che dovrebbe toccare al M5S l’incarico di formare il Governo (aveva già presentato al Quirinale una “listi di ministri”, che tuttavia dovrà stracciare dal momento che il suo movimento non ha raggiunto il 40% e non ha quindi i numeri per governare da solo). Un atteggiamento solo in parte ragionevole. Infatti, il primo scoglio del nuovo Governo sarà la Fiducia in Parlamento, e Mattarella certamente non assegnerà un incarico a un “pretendente premier” che non gli si presentasse con delle ipotesi di alleanze. Al limite, riuscire a formare una maggioranza, al momento, potrebbe essere più facile per Salvini. 
Ma lo scoglio del Governo non sarà il primo: non appena il nuovo Parlamento si insedierà dovranno essere eletti i presidenti di Camera e Senato; saranno quelle le prime “prove di alleanza”, e vedremo cosa ne uscirà. 
Non si può chiudere un commento, sia pure necessariamente succinto, senza accennare alla profonda crisi sia di Forza Italia sia della sinistra italiana. Fi, sostenuto dal disperato ritorno in campo di Berlusconi, appare oggi un partito inesistente, troppo moderato anche per i moderati, enigmatico. Sulle “solite promesse” sul taglio delle tasse, più che voti, sono piovute barzellette. Appare evidente che l’epoca del “Ex-Cavaliere” sia definitivamente tramontata. Per venire a sinistra: il Pd esce distrutto dal confronto elettorale; LeU, se riuscirà a superare lo sbarramento del 3% al proporzionale (al momento è sulla lama del rasoio), rimarrà una forza (e un pensiero) ininfluente nel Paese. La Bonino, pur accompagnata da esplicite simpatie per la sua storia personale nella politica italiana, è fuori dal 3%. Isolata e divisa, attraversata da asti, gelosie, rancori personali, vendette e veti incrociati, priva di una visione di assieme, la sinistra italiana sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia. 
E in ogni caso non è un buon momento, per la sinistra, in tutto il mondo. In Europa, per venire più vicino a casa nostra, non tira una bella aria per i partiti progressisti; in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra nelle più recenti elezioni sono stati fortemente ridimensionati (per non parlare della intera “fascia orientale”, che si sta esprimendo su atteggiamenti assolutamente conservatori e xenofobi, quando non apertamente reazionari). Di conseguenza dubito che l’abbandono di Renzi dalla scena politica, cosa che sembrerebbe inevitabile al momento, risolverà una questione che ha caratteristiche storiche di ben altra portata. 
I governi Renzi-Gentiloni - anche perché aiutati dalla maggioranza eccezionalmente favorevole uscita dalle urne delle politiche 2013 - hanno approvato un ventaglio di iniziative di portata davvero significativa, certamente maggiore di quanto non avessero mai fatto i governi precedenti, e questo nel bel mezzo della crisi economica più dura che il Paese avesse attraversato negli ultimi cinquant’anni: dalle unioni civili al divorzio breve, dal Jobs act alla stabilizzazione dei precari nella Pubblica amministrazione, incentivi all’occupazione per i giovani, l’Ape social, abolite le tasse sulla prima casa, riduzione dell’Irap e dell’Ires, riforme del sistema bancario. Si va dall’abolizione di Equitalia alla legislazione sugli eco reati, alle politiche a sostegno della natalità, alla legge sui vaccini, alle riforme del processo civile, all’introduzione dell’omicidio stradale, alla reintroduzione del reato di falso in bilancio, alle numerose iniziative anticorruzione. Provvedimenti nel campo della scuola, della cultura (musei), della Pubblica amministrazione, per dire in estrema sintesi delle iniziative di maggiore impatto e rilevanza. 
Tutto questo non è bastato; anzi, è stato bocciato. Oggi metà dell’elettorato italiano si schiera con partiti e movimenti (M5S, Lega) che hanno fatto del giustizialismo la loro bandiera, vincendo su parole d’ordine che niente hanno di “politico” (la campagna ossessiva della Lega contro “i clandestini” e quella altrettanto ossessiva del M5S a favore degli “onesti”) e che però gli Italiani hanno apprezzato in una misura che non ammette repliche (nel momento in cui scrivo M5S e Lega hanno il 49,9% dei voti al proporzionale). Solo il tempo ci dirà se avrà avuto ragione una maggioranza così chiara e inequivocabile oppure se tutto il Paese abbia preso un colpo di sole in pieno inverno.

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