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Non odiare, ma ama il prossimo tuo come te stesso

Il cardinale Matteo Maria Zuppi riflette sulle paure del nostro tempo e ci esorta a riappropriarci del sentimento della fraternità


06/04/2020

di Giambattista Pepi


“Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Ama il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti”. Nella versione del Vangelo secondo Matteo (22,37-40), il comandamento viene dato da Gesù come risposta ad una domanda, posta da un dottore della legge, su quale sia il comandamento più grande. Ha un ruolo centrale nel Nuovo Testamento dove viene ribadito e declinato più volte e in formule diverse. 
Con sfumature diverse, ma analogamente, il comandamento viene riportato anche negli altri Vangeli sinottici di San Marco e San Luca. Ma in modo del tutto diverso in quello di San Giovanni. Dove l’accento, invece, viene posto sull’amore di Dio per l’umanità. “Vi do un comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Giovanni 13-34). 
A questo “comandamento” del Signore, che ci piace definire piuttosto come un’esortazione, credenti o non credenti, come rispondono? Rispondono con l’odio, un sentimento contrapposto all’amore. 
La questione dell’odio e della sua immanenza nel mondo contemporaneo è affrontata nel libro Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità (Piemme, pagg. 191, euro 16,50) da Matteo Maria Zuppi con Lorenzo Fazzini. 
Oggi, infatti, più che amare, senza limiti, sempre e comunque, e dunque, perdonando coloro che ci offendono, pensiamo ad odiare e ci adoperiamo – a volte in maniera plateale o subdola, direttamente o indirettamente -  per fare del male al nostro prossimo. 
Come uomo della Chiesa, Zuppi ritiene urgente affrontare quella che, secondo lui, è a tutti gli effetti un’emergenza, anzi, la più grande emergenza dei nostri tempi: l’odio che ci disumanizza e ci condanna alla solitudine. 
Non bisogna andare lontano per vederne le manifestazioni, i risultati, gli esiti. Lo vediamo nel nostro Paese incattivito, dove i rapporti e la comunicazione sono dominate dall’aggressività, le porte della casa sono chiuse agli estranei; le donne e gli immigrati sono vittime frequenti di violenze verbali e fisiche; i bambini sono oggetti di attenzioni insane e sono talora utilizzati come armi di ricatto e di vendetta da coniugi che vedono naufragare il loro matrimonio; le persone anziane sono abbandonate, trascurate, talora maltrattate e così via, passando, indifferentemente, da una turpitudine all’altra, da una violenza all’altra, da una sopraffazione all’altra, in una catena senza fine di odio, di vendetta, di cattiveria. 
“La violenza - dice il presule - viene percepita come forza capace di proteggerci dalle minacce e ripagarci delle ingiustizie subite”. Così almeno ci sembra. Mentre in realtà crea muri di incomunicabilità, steccati che ci separano gli uni dagli altri; derive di risentimento, pregiudizio, paura che ci allontanano dal nostro prossimo, visto e considerato come un “nemico”, da osteggiare, combattere, sopraffare. 
Tessendo una riflessione in dialogo con scrittori, filosofi e teologi, attingendo a vicende storiche ed esperienze personali, il cardinale di Bologna si interroga sulle paure del tempo presente che alimentano l’ostilità e l’intolleranza. E indaga le conseguenze nefaste dell’individualismo sfrenato che induce le persone ad idolatrare il benessere personale e le rende impermeabili alle sofferenze altrui, ma anche più fragili e incapaci di pensarsi in relazione agli altri. 
E allora? Come respingere l’odio? La soluzione è l’amore. Non c’è nessun altro antidoto. Amore che si fa carità verso chi è solo, chi ha fame e sete, chi è straniero, chi è ammalato ed in carcere. Come ci ha insegnato Gesù stesso nel suo magistero divino (“Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete accolto nella vostra casa, ero in carcere e siete venuti a trovarmi …”). 
L’amore è a portata di mano, anzi è dentro noi stessi, alberga nel nostro cuore e ci riporta proprio al comandante da cui abbiamo preso le mosse: quello che promana direttamente da Dio, che si fa uomo e viene ad abitare da noi. E’ Gesù stesso a rendere testimonianza alla verità accettando di morire da innocente sulla croce facendo trionfare l’amore del Creatore per l’umanità e schiacciando il male. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3,16). 
Ecco la sfida che Zuppi lancia all’uomo contemporaneo attraverso le riflessioni contenute nel libro: ritrovare l’autentica solidarietà intesa come partecipazione alla vita degli altri; a guardare al pluralismo religioso come ad un’opportunità per ritrovare le ragioni della propria fede; a promuovere l’accoglienza che difende la vita; ad aprirsi all’amore, forza creativa che costituisce la dimensione più autentica di ogni essere umano.

E, tuttavia, è dall’odio, strano a dirsi, che può nascere la speranza. “L’odio che si respira nella nostra società, l’odio che sembra diventato un’ovvia necessità - persino una virtù civile, almeno sulla bocca di qualche voce autorevole - potrebbe rivelarsi non solo una tentazione cui resistere, ma un’occasione preziosa per riscoprire con rinnovata energia il grande valore della fraternità, unico materiale che può rendere solida la nostra casa comune”.

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