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Onida: Perché i Governi di Renzi e Conte hanno sbagliato nel privatizzare la ex Ilva

Il noto economista condanna senza appello la nostra politica industriale sostenendo che le Ps sono state un fallimento. E per quanto riguarda la “fuga” del gruppo ArcelorMittal? Non solo è giustificata, ma andava fatta prima, in quanto scoraggiamo chi vuole investire. Mentre sull’accordo Fca-Psa…


11/11/2019

di Giambattista Pepi


Fabrizio Onida

Lo Stato come imprenditore ha fallito. Basti considerare il grande debito accumulato con le Partecipazioni statali. I Governi presieduti da Matteo Renzi e, in seguito, da Gentiloni e quelli di Conte hanno commesso errori nella privatizzazione delle acciaierie ex Ilva di Taranto. La vicenda dello scudo penale lo conferma. Fabrizio Onida, noto economista della Bocconi, nell’intervista che ci ha rilasciato, boccia senza appello le scelte compiute dall’Italia in materia di politica industriale. E lo fa proprio quando è esploso il “caso” dell’ex Ilva di Taranto con il gruppo ArcelorMittal, che ha deciso di punto in bianco di recedere dall’accordo siglato per rilevare il complesso siderurgico pubblico, restituendone gli impianti allo Stato e mettendo sulla strada oltre 17mila dipendenti, tra occupazione diretta e nell’indotto.  
Prendendo spunto da questa vicenda (che, di sicuro, terrà banco per settimane, e costituisce un’altra gatta da pelare per il Premier, assediato da ogni parte e con una maggioranza rissosa e divisa), Onida affonda il colpo sostenendo che, a ben vedere, la cordata franco-indiana ha ragione a volersene andare perché “quando non c’è certezza del diritto, quando le normative cambiano di continuo e per di più sono oscure e ambigue, non è nelle condizioni di svolgere la propria attività per perseguire profitto assumendosene rischi e responsabilità”. 
Professore emerito di Economia politica dopo essere stato ordinario di Economia internazionale alla Bocconi fino al 2009, ricordiamo che Onida ha insegnato anche nella facoltà di Scienze politiche dell’Università Statale di Milano e nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena. Dal 1995 al 2001 è stato prima amministratore straordinario, poi presidente dell’Istituto del Commercio Estero. Inoltre è stato collaboratore del Corriere della Sera e attualmente lo è del Sole24Ore.

Partiamo dal caso più clamoroso: l’annunciato recesso del gruppo Arcelor Mittal dall’accordo per l’acquisizione dell’acciaieria ex Ilva di Taranto. La restituzione degli impianti e dei lavoratori allo Stato nonché il mancato decollo del piano industriale 2018-2023 secondo la Svimez avrebbe un impatto negativo in termini di contributo a Pil, export, investimenti e consumi per oltre 9 miliardi. Inoltre sarebbero a rischio 17mila posti fra diretto e indotto. Secondo lei come è stato gestito dai Governi il “caso” dell’ex Ilva? Sono stati commessi degli errori? 
L’Ilva (ex Italsider) è stata una delle maggiori aziende siderurgiche italiane del XX secolo. La sua storia è centenaria e ha avuto inizio ai primi del Novecento, quando è nata per iniziativa di industriali del settentrione d’Italia come Ilva (nome che ha poi riacquistato dagli anni Novanta). Con la nascita dell’Iri la società è passata poi sotto il controllo pubblico con gli stabilimenti di Genova-Cornigliano, Taranto e Napoli-Bagnoli. Negli anni Sessanta la società è diventata uno dei maggiori gruppi dell’industria di Stato. A fine anni Ottanta, nel periodo di crisi del mercato dell’acciaio, questo complesso ebbe diverse traversie economico-finanziarie e giunse nel 183 alla liquidazione volontaria, cambiando il nome in “Nuova Italsider”. Fu poi ristrutturata nel 1989 rinascendo con il nome di Ilva, che assorbiva anche la Finanziaria dell’Iri, la Finsider. Ma era la principale fonte di indebitamento delle partecipazioni statali italiane. 
A quel punto anche sotto le pressioni della Comunità economica europea, lo Stato decise di cederla ai privati. Nel 1995, con l’originario nome di Ilva, fu acquisita dal gruppo siderurgico Riva. Noi come economisti ritenemmo giusta quella scelta. La Nuova Italsider, ceduta da Finsider, rinacque con la costituzione del consorzio Cgea come Nuova Italsider Acciaierie di Cornigliano. L’operazione di cessione ai privati dello storico complesso - un tempo colosso della siderurgia - ha destato polemiche e perplessità in special modo fra dirigenza industriale, amministratori pubblici e popolazioni delle aree in cui si trovavano gli insediamenti produttivi, zone fortemente minate dall’inquinamento industriale provocato dalla presenza di altiforni. 
In amministrazione straordinaria dal 2015, il 1º novembre 2018 Ilva entra ufficialmente a far parte del colosso ArcelorMittal nato nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e della lussemburghese Mittal Steel, attraverso Am InvestcoItaly, un consorzio partecipato per il 94,4% da ArcelorMittal e per il 5,6% dal gruppo Intesa Sanpaolo (subentrato dopo l’uscita di Marcegaglia). Entra nel polo industriale ArcelorMittal Europe cambiando anche il nome in quello attuale.  Ma mentre per decenni si era prodotto l’acciaio senza rendersi conto dell’impatto ambientale, cioè delle conseguenze dell’inquinamento da polveri e scorie, che provocava danni alla salute dei cittadini di Taranto, quando ci furono i primi decessi tra gli operai e i figli di operai che avevano lavorato nell’acciaieria, il problema dell’inquinamento esplose letteralmente. 
Nel gennaio 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo accolse i ricorsi presentati nel 2013 e 2015 da 180 cittadini che vivono o sono vissuti nei pressi dello stabilimento siderurgico di Taranto e condannò l’Italia per non aver tutelato il diritto alla salute dei cittadini. La bocciatura riguardò i governi che dal 2010 (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) hanno sempre rinviato il rispetto dei vincoli ambientali. 
Il passaggio alla ArcelorMittal fu fatto sulla base di un accordo che prevedeva investimenti per rilanciare l’acciaieria, conservare i livelli occupazionali, accrescere la produzione, e adeguare gli impianti alle normative in materia ambientale, ma garantendo loro uno scudo penale: cioè non avrebbero dovuto rispondere per gli eventuali inadempimenti di leggi statali o comunitarie in materia ambientale delle precedenti gestioni. 
Questo scudo fu concesso dal Governo Renzi. Poi l’Esecutivo Conte 1 prima ritirò la clausola che salvaguardava la ArcelorMittal da responsabilità penali relative ai loro predecessori, poi l’avrebbe rimessa e infine l’ha ritirata di nuovo. In tutta questa incertezza è maturata la decisione del colosso multinazionale franco-indiano di ritirarsi dall’accordo. Pare però che alla base della decisione dei manager di ArcelorMittal di ritirarsi non ci sia solo la mancanza del cosiddetto scudo penale, ma l’impossibilità di garantire i livelli di produzione che erano stati concordati.

Nella gestione complessiva del polo siderurgico prima pubblico e poi privato, lo Stato e i Governi hanno commesso degli errori di politica industriale? 
Lo Stato come imprenditore ha fallito. Basti considerare il grande debito accumulato durante la gestione statale con Italsider. I Governi di Renzi, Gentiloni e i due guidato da Conte hanno commesso errori anche nella privatizzazione. La vicenda dello scudo penale lo conferma.

Quindi è giustificata la decisione di ArcelorMittal di ritirarsi dall’accordo? 
Sì. Quando non c’è certezza del diritto, quando le normative cambiano di continuo e per di più sono oscure e ambigue, l’imprenditore non è messo nelle condizioni di poter svolgere la propria attività per perseguire profitto assumendosene rischi e responsabilità. Anzi, mi meraviglio che abbiano impiegato tutto questo tempo ad accorgersi che in Italia è difficile fare impresa. Il nostro Paese è fatto apposta per scoraggiare chi vuole venire a investire e fare impresa.

Dopo la prospettata fusione Fca-Psa il Governo francese si è subito fatto sentire, essendo tra l’altro azionista del gruppo Psa, mentre quello italiano è rimasto defilato. Come se la cosa non avesse riflessi importanti oggi e in futuro per la nostra economia, dove l’automotive è fondamentale. Perché? 
Intanto diciamo che la Fca non è italiana, ma italo-americana. E quindi la decisione sulla fusione è in mano agli azionisti della società anche se gli italiani sono nei posti chiave. I nostri Governi non sono mai stati così sicuri di quale dovesse e debba essere l’evoluzione dell’industria automotive dopo l’operazione di Sergio Marchionne (l’ex Ad del Gruppo Fca - ndr) di fusione con l’americana Chrysler. Da allora non è stato detto molto. Da economista ritengo che l’operazione Marchionne sia stata avveduta e lungimirante. La Fiat aveva già sperimentato che, da sola, non avrebbe potuto reggere la concorrenza globale sia per dimensioni, sia per i volumi della produzione e così via.
L’ulteriore decisione di fondersi con Peugeot ritengo da economista - che si occupa di concorrenza e di sviluppo - credo sia stata meditata. Non è una decisione del momento, ma un salto in avanti importante perché se le “nozze” saranno celebrate, Fca-Psa diventerà il terzo o quarto gruppo automobilistico al mondo, dopo Volkswagen e Toyota. L’industria automobilistica italiana non è fatta, però, solo di autovetture, ma anche di componenti. Basti citare la Magneti Marelli e la Brembo, due società leader. Ecco, nei componenti l’Italia è molto forte, molto competitiva e fornisce i prodotti alle migliori case automobilistiche del mondo.

Abbiamo citato due esempi di altrettante vicende societarie - certo completamente diverse l’una dall’altra - ma che riguardano in fondo comparti fondamentali della nostra economia. È azzardato o esagerato definire che l’Italia è orfana di una politica industriale? 
Sì, è vero. In passato ha messo in atto politiche fallimentari perché è entrata nell’economia producendo fenomeni degenerativi. Si veda, ad esempio, il capitolo della Partecipazioni statali, rivelatosi fonte di ingenti perdite, con i successivi problemi conseguenti alla privatizzazione. L’Italia in particolare ha seguito un’onda più generale che era quella degli anni Novanta e Duemila: lo Stato non deve fare politica industriale, deve solo garantire le regole del gioco: cioè a dire un ambiente “amichevole”, una normativa snella e trasparente, i tempi della giustizia civile, e ovviamente assenza di corruzione e deve dare il massimo contributo alla ricerca di base e applicata, che non può essere finanziata dai privati, perché la ricerca è un bene pubblico. 
Questa visione della politica industriale che non deve diventare politica industriale in senso stretto è largamente maggioritaria tra gli economisti. Io non sono d’accordo ed ho espresso la mia tesi in un libro edito da Università Bocconi Editore intitolato L’Industria intelligente sostenendo che esistono delle politiche industriali cosiddette orizzontali che sono importanti (finanziamento della ricerca, normative chiare e snelle, incentivi automatici, giustizia rapida, lotta alla corruzione e così via), che danno all’investitore - italiano o straniero poco importa -  sicurezza nello svolgimento della propria attività d’impresa e del proprio business. Aggiungo che non basta.  

Perché? 
Non basta perché in una competizione che è diventata sempre più globale un Paese come l’Italia dovrebbe incoraggiare le proprie imprese a fare più sforzi nella ricerca e nell’innovazione là dove ci sono orizzonti positivi: avanzamento tecnologico veloce, mercato in crescita, e quindi occorre sì una politica industriale, ma simile a quella che fanno i nostri vicini di casa come Germania e Francia. Sostenere una politica industriale vuol dire incoraggiare le imprese a cooperare, a mettersi intorno a un tavolo, a portarsi avanti insieme. Che sono i temi sui quali Paesi come la Francia, la Germania e l’Inghilterra hanno investito da tempo. Si ricorda del programma industria 2015 dell’ex ministro dello Sviluppo economico, Luigi Bersani?

Sì. 
Ebbene, quel programma fu affossato dalla politica, perché una volta cambiato il Parlamento e il Governo, il programma che aveva lanciato Bersani (che si articolava in cinque grandi programmi di cui almeno tre erano partiti fin dall’inizio, tra cui, ad esempio, quello del risparmio energetico, che coinvolgeva l’ex amministratore delegato della StMicroelectronics, l’ingegnere Pasquale Pistorio, e quello sulla mobilità sostenibile) è stato seppellito da chi lo sostituì: Romani e Scajola (esponenti di Forza Italia - ndr).

Poi è arrivato allo Sviluppo economico un certo Calenda. 
Calenda disse che non voleva più sentir parlare di settori, di piani settoriali (quelli per intenderci che avevano tenuto banco negli anni Settanta: il piano tessile, il piano chimico e così via), ma era disposto a garantire solo incentivi orizzontali. Ed è nata l’industria 4.0.

In un suo recente articolo pubblicato sul Sole 24 ore, lei sostiene che la nuova Commissione europea deve riscoprire obiettivi e strumenti della propria politica industriale. È dunque più importante una politica industriale a livello sovranazionale che dei singoli Paesi?
La risposta è sì. Non esiste una politica industriale nazionale. Non ci sono spazi per i cosiddetti “campioni nazionali”, mentre esistono spazi per i cosiddetti “campioni industriali” europei, che in parte già esistono e in parte devono ridisegnarsi alla luce di una concorrenza che nel frattempo è cresciuta a dismisura: non solo da parte della Cina, ma anche della Corea, dell’India e di altri Paesi asiatici e non solo. Esiste solo una politica industriale europea che in questo momento non è, a mio avviso, presidiata in modo sufficiente. 
Esiste, invece, una politica della concorrenza, cioè dell’antitrust che giustamente difende gli interessi dei consumatori-utenti. L’ultimo esempio è stata la bocciatura da parte della Commissione europea dell’accordo nel settore ferroviario tra Alstom e Siemens. Su quella fusione mi sono permesso di dire che l’Antitrust accanto alle sue valutazioni sui pericoli connessi alla creazione di un “gigante” europeo in questo settore per tutelare la concorrenza statica e i diritti del consumatore, non debba anche tenere conto della concorrenza dinamica entro cui giocano sempre più i mercati valutando i vantaggi che scaturirebbero per l’economia europea dalla creazione di “campioni europei, cioè imprese di dimensioni tali da poter sostenere la competizione a livello globale.

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