Share |

Padri e figli a confronto: ma chi potrà salvare il mondo se non le nuove generazioni?

La scintilla - ha annotato Dacia Maraini - è venuta da una bambina con le trecce che ha indovinato le parole giuste nel momento giusto. A loro volta i piccoli eroi di San Donato hanno saputo fare squadra, dimostrando il coraggio e la saggezza che non rientrano nel contratto di Governo


25/03/2019

di Antonio Sciortino*


Dove non è riuscita la politica, ce l’ha fatta Greta Thunberg, giovanissima attivista svedese. Da settembre dello scorso anno, ogni venerdì, s’è piazzata davanti al Parlamento svedese, scioperando per il clima. La sua protesta ha mobilitato, venerdì 15 marzo scorso, milioni di giovanissimi in quasi duemila città del mondo e oltre duecento città italiane, per denunciare il gravissimo degrado ambientale. Un suicidio collettivo di dimensioni planetarie, di cui l’umanità non ha preso sufficiente coscienza. È stato uno sciopero globale, per il più grande conflitto tra le generazioni. Da una parte i padri, che continuano - irresponsabilmente - a consumare le risorse della terra; dall’altra i figli, soprattutto millennials e post-millennials preoccupati per il loro futuro, che rivendicano un differente modello di sviluppo economico e sociale. 
Nulla di ideologico nella protesta di Greta Thunberg, icona dell’ambientalismo e ora candidata social al Nobel per la pace. Anche se non manca chi vorrebbe offuscarne l’immagine, accusandola d’essere stata manipolata, pagata o strumentalizzata da qualche organizzazione. O anche dagli stessi genitori.  Parole semplici e incisive, quelle che la piccola attivista svedese, a nome dei suoi coetanei, ha rivolto ai politici di tutto il mondo: “Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa e, invece, gli state rubando il futuro”. Così come spontanea è stata la sfida dei ragazzi, che hanno scioperato per la loro sopravvivenza. Senza alcuna bandiera politica a rappresentarli. E con qualche slogan, maliziosamente, incisivo: “Ci avete rotto i polmoni”.  Un cambio di rotta importante. Una miccia che ha acceso un fuoco contagiosissimo. “Sotto la miccia di un evidente disinteresse politico”, ha scritto Dacia Maraini sul Corriere della sera, “sotto la tanto criticata apatia c’era del fuoco che aveva solo bisogno di una scintilla per scoppiare. La scintilla è venuta da una bambina con le trecce che ha indovinato le parole giuste, nel momento giusto”. 
Il pericolo di una immane catastrofe non è lontana nel tempo. I cambiamenti climatici ne sono le prime avvisaglie, con sempre più frequenti uragani, inondazioni e tempeste. E lo strascico di distruzioni e morti che si portano appresso. Com’è avvenuto, di recente, nell’Africa australe (in Mozambico in particolare) con il ciclone Idai, che ha fatto mille vittime, lasciandosi dietro più di 400 mila senzatetto. La gravità del fenomeno è pari all’urgenza. Ci restano solo undici anni, secondo gli scienziati, per invertire il surriscaldamento del pianeta. E salvare il futuro dei nostri figli. «Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale», ha detto il presidente Sergio Mattarella, «gli sforzi finora fatti sono insufficienti». Forse, siamo l’ultima generazione che, effettivamente, può combattere la crisi climatica globale. 
Non c’è molto tempo per salvare il pianeta. Occorre far presto, molto presto. Ogni giorno perso, in questa lotta, si tramuta in migliaia di vittime in più nel mondo. Ogni anno, sei-sette milioni di persone muoiono per malattie da inquinamento ambientale. E gli oceani, ormai, sono un’immensa pattumiera, soprattutto di rifiuti plastici. Con danni incalcolabili alla fauna marina, che di essi si nutre e muore. Entro il 2050, secondo recenti studi, la presenza di plastica negli oceani supererà quella dei pesci. E per la prima volta, gli scienziati hanno trovato tracce di microplastiche nelle feci umane in tutto il mondo. A riprova che esse fanno già parte della catena alimentare, attraverso il consumo di pesci o frutti di mare. 
Dati drammatici. E sarebbe da folli ignorarli. Gli organismi Onu per l’ambiente ci avvertono: “Siamo a un bivio: o continuiamo sulla strada attuale, che porterà a un futuro terribile per l’umanità, o ci concentriamo su un percorso di sviluppo più sostenibile. Questa è la scelta che devono fare i politici, ora”. Cominciando a rispettare gli accordi di Parigi 2015, per tagliare le emissioni di gas serra, all’origine del surriscaldamento della terra. L’inquinamento atmosferico, oltre a essere la principale causa di diverse malattie, provoca milioni di morti premature. E interviene sia nelle mutazioni genetiche che nello sviluppo neurologico dei bambini. 
Se tutti, giustamente, hanno plaudito a Greta Thunberg, paladina mondiale dell’ambientalismo, non si può ignorare il prezioso contributo di papa Francesco alla salvaguardia della “casa comune” con l’enciclica Laudato si’. E il concetto di ecologia integrale, per un cambio radicale di mentalità.  Le sorti del mondo e dell’umanità sono strettamente connesse tra loro. Il grido della terra violata è lo stesso grido dei poveri oppressi, che pagano il prezzo più alto dello sfruttamento delle risorse della terra e dell’inquinamento. “Le previsioni catastrofiche”, ricorda Francesco, “ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale (…) può sfociare solo in catastrofi”. 
Temi, questi, che Francesco rilancerà al Sinodo speciale per l’Amazzonia, a Roma, nell’ottobre prossimo. Per individuare “nuovi cammini” per la Chiesa panamazzonica. Ma anche per “nuovi stili” sostenibili di ecologia integrale da indicare al mondo intero. A partire da una delle zone della terra, l’Amazzonia, tra le più esposte all’ingordigia umana, per lo sfruttamento delle sue risorse naturali. “L’ambiente umano e l’ambiente naturale”, scrive Francesco, “si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale”. Purtroppo, anche nella Chiesa, fatica a imporsi quella che papa Francesco invoca con urgenza: e cioè, “una vera conversione ecologica globale”. La stessa Laudato si’, prima enciclica “ecologica” della storia, ha una recezione tiepida tra preti e vescovi, che la considerano una questione “aliena”. O, al massimo, un tema minore. Ben lontani dalla concezione di “sora nostra matre terra”, dono di Dio, cui il santo poverello di Assisi ha elevato una meravigliosa lode nel Cantico delle Creature. Per fortuna, qualcuno va controcorrente. Don Luigi Ciotti, di Libera, è tra i fondatori di “Casacomune”, una scuola di formazione ispirata ai princìpi della Laudato si’.  E Carlin Petrini, fondatore di Slow food, ha dato vita in tutt’Italia alle Comunità Laudato si’, una serie di “buone pratiche” per arrestare l’inquinamento. 
Ma chi, davvero, potrà salvare il mondo? Forse, non ci resta che affidarci alle nuove generazioni. E alla loro sensibilità ecologica. Ragazzi “globali”, sebbene poco considerati in Italia. E costretti, in massa, a “migrare” all’estero. Mentre nel Paese cresce una miope inquietudine verso i migranti “stranieri”. Una speranza ci viene da quella scolaresca di tredicenni del pullman di San Donato. Cinquantun ragazzi, di cui una dozzina figli di immigrati, che con gioco di squadra si sono salvati dalla folle volontà distruttiva del loro sequestratore, l’autista Ousseynou Sy. Piccoli eroi, coraggiosi e intraprendenti. Per uno di loro, Rami, figlio di un egiziano, è stata proposta la cittadinanza italiana, come riconoscimento. 
“Se mi daranno davvero la cittadinanza italiana sarò felice”, ha detto Rami. “È il mio sogno. Ma allora dovrebbero darla anche a mio fratello e ai miei compagni di classe di origini straniere che vivono in Italia da tanto tempo e magari sono pure nati qui”.  E Adam, un altro dei bambini del pullman, ha aggiunto: “Il governo dovrebbe darla anche a me. E agli altri compagni di classe che stavano con noi sul bus. Frequentiamo la scuola qui, la cittadinanza dovrebbe essere un diritto non un premio o un regalo”. 
A frenare gli entusiasmi ci ha pensato subito il premier Conte: “È molto bella la proposta”, ha detto. “Sì al singolo caso, come per Rami, ma non approfittiamo in modo strumentale per aprire una prospettiva più ampia”. A lui s’è affiancato il vicepremier pentastellato Di Maio, che ha precisato: “Il tema della cittadinanza ai bambini figli di stranieri nati nel nostro Paese non è nel contratto, né nell’agenda del governo”. Né poteva mancare l’ineffabile ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che s’è rivolto al tredicenne Rami: “Vorrebbe avere lo ius soli? È una scelta che potrà fare quando verrà eletto parlamentare”. Parole arroganti. Per un diritto svilito a benevola concessione di Stato. O da conquistare, per “meriti speciali”, rischiando la vita. Come fanno gli eroi. Retorica razzista che nega un’uguaglianza di base, per tutti. Come se la cittadinanza fosse un abito che si indossa o si toglie per meriti o demeriti. 
I ragazzi del pullman di San Donato, a loro modo, hanno riproposto il tema dello ius soli. Provvedimento caduto in oblio nella scorsa legislatura, dopo aver superato il voto alla Camera. Per la pavidità di uno sbandato centrosinistra, che non ebbe il coraggio delle proprie scelte. E sul diritto di cittadinanza si arenò, piuttosto che porre il “voto di fiducia”. Perse una battaglia di civiltà, L’Italia sono anch’io. Assieme a tantissimi elettori. Così, ancora oggi, un milione circa di bambini nati e cresciuti in Italia sono senza cittadinanza. In attesa che la politica rinsavisca. E si mostri più coraggiosa e matura. Almeno quanto quei tredicenni del pullman di San Donato. Anche se coraggio e saggezza non sono nel contratto di governo. Purtroppo, il buon senso non si può normare. Beata la terra che non ha bisogno di eroi!  

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale

(riproduzione riservata)