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Per certi uomini, da lontano, le persone sembrano soltanto mosche da schiacciare

Kike Ferrari, addetto alla pulizia del metrò di Buenos Aires, si addentra - con piacevolezza narrativa - nei lati oscuri del potere


12/02/2018

di Massimo Mistero


Una inaspettata quanto coinvolgente forza narrativa. La capacità di catturare l’attenzione del lettore per la sua dirompente forza nel rappresentare al meglio i contesti e nel tratteggiare personaggi credibili, sempre all’insegna di una disarmante potenzialità nell’uso delle parole. In altre parole una storia brutale che pulsa e vive di luce propria, con incastri che non sono mai lasciati al caso, forte di una trama che parte subito in quarta, per poi viaggiare costantemente a cento all’ora. E così dall’inizio alla fine. 
Di chi e di cosa stiamo parlando? In primis di Kike Ferrari, nonni italiani come spesso succede in Argentina, assurto alla popolarità in quanto penna che si guadagna da vivere come addetto alla pulizia di una stazione della metropolitana di Buenos Aires. E questo lo fa arrabbiare: “Sono vent’anni che scrivo e sono diventato famoso soprattutto per il mio mestiere. Vi sembra logico essere citato per aver svolto un lavoro di notte per quattro anni, anche se ora sono stato promosso al turno che va dalle tre alle nove di sera?”. Di fatto, però, questo suo curioso status ha contribuito parecchio. 
Buenos Aires, si diceva, città dove vive con la moglie e i tre figli, dove è nato il 14 luglio 1972, dove per tirare avanti ha esercitato variegati mestieri. Peraltro inframmezzati da una trasferta quadriennale a Fort Lauderdale, negli Stati Uniti, dov’era andato a cercare fortuna con la sua compagna di vita, prima di essere entrambi rimpatriati (“Qui ero peraltro riuscito a scrivere Operación Bukowski”) come immigrati illegali. E a Fort Lauderdale si era adattato “a far senza del tango e del calcio (è tifoso del River Plate)”, a convivere e far congrega con i molti sudamericani presenti in Florida, ma anche a sopportare i cubani” che, evidentemente, non rientravano nelle sue corde. 
Insomma, un autore che non le manda a dire (vorrà significare qualcosa il Carlo Marx che si è fatto tatuare su un braccio?), pronto a scendere in piazza, in prima fila con il sindacato di cui fa parte, per protestare ad esempio contro i recenti tagli delle pensioni; un autore che ama addentrarsi nel mondo del crimine in quanto si tratta di un modo come un altro per parlare dei mali che contaminano la società (“Agevolato dal fatto che il mio lavoro mi porta ad annotare curiosità e comportamenti legati alle migliaia di persone che mi passano accanto nelle stazioni sotto la città”); un  autore che, nella sua attività, è stato a suo dire influenzato da Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari, un libro che gli era stato regalato da suo padre quando aveva otto anni e che lo aveva colpito per la sua capacità (“Lui sfruttato e malpagato”, e questo vorrà dire qualcosa) di parlare di luoghi che non aveva mai visitato. 
Per la cronaca Kiki Ferrari - all’anagrafe Enrique - ha pubblicato, oltre a un saggio e a sette antologie, cinque libri che gli sono valsi riconoscimenti importanti, fra i quali il premio Casas de las Américas (Cuba) e il premio come migliore opera prima al festival la Semana Negra de Gijón (Spagna) con il romanzo - e qui siamo al dunque del cosa stiamo parlando - Da lontano sembrano mosche (pagg. 182, euro 15,00, traduzione di Pino Cacucci), edito da Feltrinelli. 
A tenere la scena in questo libro, pubblicato per la prima volta nel 2011 e ambientato a Buenos Aires, è il signor Machi, un uomo arrogante quanto potente; felice a modo suo per i molti quattrini che gli circolano nelle tasche, guadagnati in maniera truffaldina; che quando si guarda allo specchio vede l’immagine del successo. Al quale “paiono carezze gli sguardi invidiosi della sua fortuna che rimbalzano sulla carrozzeria della Bmw” che gli è costata duecentomila testoni. Un uomo che non ha rispetto per alcuno e che considera moglie e figli alla stregua di una proprietà. Lui che, fra una sniffata di coca e un servizietto di qualche giovane donna in cerca di favori, si illude, inebriato dai buoni risultati conseguiti, di restare per sempre sulla cresta dell’onda. Ma non sempre il vento tira nella stessa direzione. 
Succede infatti che un giorno, alla guida del suo macchinone, fori una gomma (complice tre chiodi a quattro punte, “una puttanata che non vedeva dai tempi del grande sciopero dei tessili in fabbrica”) e, soprattutto, scopra nel bagagliaio un cadavere sfigurato da un colpo di pistola sparato a bruciapelo. E qui inizia “l’incalzante serie di disavventure che, in una mattinata di discesa all’inferno, dimostra al protagonista che tutte le sue certezze e la sua sicumera sono materia corruttibile quanto la società in cui ha sinora sguazzato”. A questo punto percorrerà affannosamente la città - messo “in allerta dalla bestia della paranoia” e supportato dalla Glock 45 che gli ha regalato il suo amico Wilkinson, dello il Pazzo - in cerca di chi gli ha giocato quel brutto tiro. Ma sono davvero tante le persone “che lui ha schiacciato e umiliato, e sono sempre state così insignificanti da sembrare, da lontano, soltanto delle mosche”. 
Come da note editoriali, da condividere, Kike Ferrari “usa con disinvoltura il genere noir per narrare con spietata ironia il marciume della società contemporanea in un romanzo ricco di colpi di scena e dialoghi fulminanti, con personaggi che appartengono a un mondo di cui riconosciamo le similitudini fin troppo da vicino”.

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