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Per un nero avere la pelle bianca, eccezion fatta per il sedere, quali vantaggi può offrire?

La strana metamorfosi di un nigeriano che scopre di essersi trasformato in un oyibo. Ce la racconta la graffiante penna di A. Igoni Barrett


06/11/2017

di Valentina Zirpoli


Un incipit che va subito al sodo, quello di Culo nero (66thand2nd, pagg. 234, euro 16,00, traduzione di Massimiliano Bonatto), brillante romanzo d’esordio del nigeriano A. Igoni Barrett, nato a Port Harcourt nel 1979: Quella mattina, al suo risveglio, Furo Warikobo scoprì che anche i sogni possono smarrire la strada e riapparire dalla parte sbagliata del sonno. Sdraiato nudo sul letto, gli bastò sollevare appena la testa per vedere la pancia bianca come l’alabastro, e più sotto le gambe pallide, con una peluria sottile cosparsa di riflessi bronzei nella luce fredda che filtrava dalla finestra aperta. Si mise a sedere di scatto, con un movimento brusco che gli rivoltò lo stomaco e gli rovesciò le mani in grembo. Poi si guardò… 
Parte da qui il lungo, intrigante viaggio del trentatreeenne Furo, che proprio quella mattina era atteso da un altro - l’ennesimo - colloquio di lavoro. E non deve essersi trattato di una bella sensazione svegliarsi e scoprirsi trasformato in un oyibo, un uomo bianco, con i capelli rossi e gli occhi verdi. Una metamorfosi inspiegabile - eccezion fatta per il deretano, rimasto di un “bel nero gagliardo” - che gli cambierà la vita: difficile per lui, ingabbiato in una nuova figura umana, sapere se in meglio oppure in peggio. 
Ed è appunto in questa specie di satira sull’identità razziale e sessuale (lo stesso Barrett fa capolino nel romanzo, per poi trasformarsi in donna) che l’autore gioca a mettere in luce i vantaggi di aver cambiato il colore della pelle e gli svantaggi che un uomo di colore deve affrontare quotidianamente nella vita. O viceversa, visto il contesto. Regalando comunque spazi al suo scaltro protagonista, che se la svignerà di nascosto, seduta stante, conscio che il nuovo colore della sua pelle (una volta superato il disgusto iniziale) si porterà dietro delle positività. Anche da parte di quelli che sino al giorno prima lo snobbavano. 
Ma andiamo con ordine: senza una casa dove tornare (se l’è infatti data alle gambe per non avere a che fare con la madre) Furo dovrà vivere alla giornata, rendendosi conto che per uno come lui risulta difficile confrontarsi con gli altri, pronti a prenderlo di mira, a irriderlo, a farne un bersaglio. E di questo se ne rende conto in men che non si dica. Così decide di trasferirsi a Lagos, la turbolenta capitale del Paese. Magari lì potrà rifarsi una vita, e magari fare anche fortuna. Senza che qualcuno ironizzi sul suo status ogni volta che sostiene di essere nigeriano (si è infatti inventato di essere stato adottato da una famiglia nigeriana emigrata in America). 
Ed eccolo quindi alle prese con la babele di Lagos, una città dai mille inganni, un immenso coagulo di odori e sudori, di vite in bilico; una baraccopoli senza fine, bistrattata dalla mancanza di acqua; un esercito di case fortificate da muretti in cemento sovrastati da cocci di vetro; un proliferare di fumosi generatori e di torri arrugginite; la desolazione post-industriale ovunque; il peso di una malapolitica che si porta al seguito una più che tollerata giustizia fai da te. E sono appunto queste amare angolazioni che l’autore riesce a tratteggiare alla grande, strizzando peraltro l’occhio alle cose che non vanno con una certa indulgenza.
Ed è qui che Furo impara a vivere e a sopravvivere. In un quartiere dove i bianchi si contano sulla punta delle dita, e la gente “da loro vuole sempre qualcosa: denaro, amicizia, favori. Se però conosci l’arte di arrangiarsi di ogni lagosiano, avere la pelle bianca può offrire dei vantaggi. Può farti entrare in un’azienda dalla porta principale, può spingerti tra le braccia di una donna bellissima che sa come manovrare i paparini di qualsiasi colore, può garantirti amicizie altolocate e una macchina con autista”. 
Sta di fatto che “in un clima sospeso tra sogno e incubo kafkiano, l’avventura di Furo Wariboko, alias Frank Whyte, si snoda intorno ai labili confini della razza e dell’identità, dei pregiudizi dei neri verso i bianchi e viceversa, sullo scenario della più chiassosa e seducente tra le metropoli africane: una città in cui ognuno è un re a casa sua, e ogni casa è una nazione sovrana. Dove aggirarsi con le fattezze di un oyibo può essere esilarante ma anche molto rischioso, specie per Furo che nella metamorfosi ha conservato un dettaglio della sua vecchia vita”: il citato sedere di un bel nero gagliardo. 
Per la cronaca Igoni Barrett (il cui Culo nero lo ha posto al vertice della letteratura nigeriana di oggi insieme a Teju Cole, Chimamanda Ngozi Adichie e Helon Habila) si propone fra gli altri fellow (ovvero una persona della cosiddetta upper class) del Chinua Achebe Center e del Norman Mailer Center. Lui che nel 2005 aveva esordito sugli scaffali con la raccolta di racconti From Caves of Rotten Teeth, tra i quali figura The Phoenix premiato dalla Bbc. Per poi dare alle stampe nel 2013 la sua seconda antologia, Love Is Power, or Something Like That, che sarà pubblicata da 66thand2nd il prossimo anno.

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