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Perché l'Onu vuole obbligarci ad abbattere le frontiere

In arrivo un piano per riequilibrare la popolazione mondiale, puntando sulla lotta al traffico di uomini. Cercando cioè di sdoganare i flussi migratori. Con l’obiettivo di trasformare le frontiere in passaggi


12/11/2018

di Renato Cristin*


Sul problema, sempre rovente, dell’immigrazione, il differenziale dromologico fra la politica e la burocrazia si manifesta nel modo più esplosivo: la politica è lenta, la burocrazia invece procede velocemente. Non mi riferisco agli apparati amministrativi, sempre purtroppo pachidermici, ma a quelle strutture sovranazionali situate fra il legislatore e l’amministrazione, organismi anfibi, non sottoposti al controllo popolare, che hanno poteri istituzionali deliberativi ma non decisionali in ultima istanza. 
In Italia il blocco, concreto e positivo, degli sbarchi imposto dal ministro Salvini ha avuto anche un effetto anestetico, che ha tolto i riflettori (speriamo non anche la riflessione) dal problema generale dell’immigrazione, il cui potenziale dirompente è però rimasto intatto. Se su questo punto la politica tira il fiato (anche comprensibilmente, dopo tanti sforzi), la burocrazia sovranazionale invece procede a spron battuto. 
L’ONU lavora alacremente e con sistematicità alla realizzazione del suo antico piano demografico mondiale, risalente addirittura ai primi anni Venti, quando c’era ancora la Società delle Nazioni (documenti e pubblicazioni lo attestano). I suoi apparati che da decenni pianificano e propongono la redistribuzione della popolazione mondiale lavorano spediti: il 30 luglio scorso la Conferenza intergovernativa incaricata di redigere il «Patto globale per la migrazione sicura, ordinata e regolare» ha prodotto la bozza di «Documento finale» dell’incontro che si svolgerà il 10 e 11 dicembre 2018 a Marrakech, i cui contenuti dovrebbero allarmare qualsiasi statista o politico interessato alla difesa dei confini nazionali e al blocco dell’immigrazione extra-europea. 
Il testo è un concentrato di politicamente corretto e di dogmatismo sinistrista, di cosmopolitismo buonistico e di terzomondismo antioccidentale, in cui emerge una volontà costrittiva, quasi da terrorismo psicologico, nei confronti di qualsiasi posizione o espressione anti-immigrazionista. Da questo punto di vista, l’obiettivo 17 è emblematico: «eliminare tutte le forme di discriminazione e promuovere un discorso pubblico a base empirica per modificare i modi con cui vengono percepite le migrazioni», al fine di «condannare e combattere le espressioni, gli atti e le manifestazioni di razzismo, di discriminazione razziale, violenza, xenofobia e connesse forme di intolleranza contro qualsiasi migrante». 
Con furbizia, il discorso si mantiene sul filo della correttezza giuridica e linguistica, ma dentro alla fitta rete di tecnicismi e di retorica sui diritti umani, che sembra costruita apposta per imbozzolare le menti degli attori che dovranno siglare questo documento, si annidano tesi e propositi quanto meno inquietanti, riunibili sotto l’idea di favorire le migrazioni con un molteplice obiettivo: riequilibrare la popolazione fra i vari continenti (e dati i numeri che affliggono Africa, Asia e Sudamerica, lo spazio su cui riversare la popolazione in eccesso rispetto alle condizioni generali di sviluppo è anzitutto l’Europa); invertire la decrescente curva demografica occidentale; decongestionare sul piano economico-demografico le aree afro-asiatiche in condizioni di sofferenza; ridimensionare o magari azzerare l’infame commercio di uomini che accompagna l’immigrazione selvaggia; affermare l’universalità dei diritti umani (adottando però una soluzione che definire iniqua è eufemistico: non imponendo tali diritti, con tutte le forze disponibili, ai paesi in cui sono negati o limitati, ma trasferendo enormi masse di persone nei paesi che invece li rispettano: una semplificazione ragionieristica e brutale). Se per fermare il traffico di migranti ad opera di organizzazioni criminali, bisogna creare autostrade legali da cui transitino quelle stesse masse, si è impedito un reato senza però cambiare l’esito finale. Ed è appunto questo, ciò che alcuni governi e sicuramente la maggior parte dei cittadini europei vogliono: chiudere il flusso indiscriminato di immigrati. 
L’accordo sulle migrazioni, ordito dall’ONU e da quel suo braccio operativo che è l’alto commissariato per i rifugiati (formidabile palestra ideologica di sinistrismo globale e, per inciso, trampolino di lancio dell’ex-presidente della Camera Boldrini), è il grimaldello con il quale gli scaltri burocrati sovranazionali scardineranno le difese che, faticosamente, alcuni stati sono riusciti ad erigere contro gli ingressi clandestini. L’intenzione è di «gestire le frontiere in modo integrato, sicuro e coordinato», che da un lato afferma «il rispetto dei diritti umani» e parallelamente «il rispetto dello Stato di diritto», dall’altro implica «l’impegno che vi siano procedure esaustive ed efficienti per il passaggio delle frontiere». Il documento si sforza di occultare la carica ideologica sottesa a questa politica delle migrazioni, ma non riesce a nascondere completamente l’intenzione strategica e, appunto, ideologica che lo anima: arrivare con il tempo ad abbattere le frontiere, creando una circolazione globale delle persone, non solo dei singoli, come è ovvio per chiunque, ma delle masse, come è invece obiettivo di coloro che condividono il progetto della «sostituzione» etnica e l’idea di radicalizzare il multiculturalismo imponendo la migrazione globale. 
Usando l’astuzia di non distinguere fra singoli individui e grandi masse (in fondo – questa la tesi – se uno vale l’altro, tutti equivalgono a uno), si prepara la trasformazione delle frontiere in passaggi, perché se la migrazione «genera prosperità, innovazione e sviluppo sostenibile», bisogna che «tutte le nazioni siano di volta in volta paesi di origine, di transito e di destinazione». Promozione del nomadismo globale, sradicamento totale, sostituzione dei popoli europei. Frontiera, insieme con il termine nazione, è una brutta parola e una ancor peggiore cosa, un male oggi ancora necessario ma che dovrà essere superato. Premesse allarmanti, ammantate di buoni sentimenti e di diritti umani, che potrebbero preludere alla creazione di una zona-Schengen mondiale. 
Tra i paesi che non aderiscono al migration global compact spiccano gli Stati Uniti di Trump, la Polonia e l’Austria, e ci sono tutti i motivi, politici e culturali, affinché anche il nostro governo ritiri l’adesione dell’Italia a questo accordo che, nella sua sostanza teorica e pratica, è tutto sbilanciato su una logica che, dopo la redistribuzione della popolazione, immagina di arrivare alla redistribuzione della ricchezza, atto finale del parossistico crescendo di pauperismo antioccidentale e, diciamolo pure, comunistico, al quale gli strateghi sovranazionali vorrebbero condurre il mondo.

* La Verità

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