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Pippo Baudo: "Sono stato un testimone privilegiato del lungo cambiamento italiano"

Il noto presentatore ha approfondito per i lettori di Economia Italiana.it il nostro difficile periodo politico, in abbinata al suo percorso di vita, peraltro segnato da un carattere spigoloso ammorbidito dal tempo. Raccontando, ad esempio, di quando piantò la Rai e poi la Fininvest. Ferme restando le più gratificanti avances di Sharon Stone…


10/12/2018

di Mauro Castelli


Signore e signori, ecco a voi Pippo Baudo. Un uomo, una garanzia. Uno di quelli che basta la parola. Un personaggio unico, entrato di diritto nell’immaginario collettivo all’insegna della sua robusta capacità di intrattenere, di saper tenere il timone delle sue trasmissioni con mano ferma e attributi di peso (quegli stessi che Roberto Benigni, scusate la battuta, aveva messo a dura prova sul palcoscenico di Sanremo nel 2002). Lui inarrivabile conduttore televisivo e radiofonico con oltre 150 programmi all’attivo, ma anche attore e compositore, paroliere e scrittore. Seppure a fronte di un obiettivo mancato: “Avrei voluto fare il direttore d’orchestra. Sono sempre stato infatti affascinato dal podio, un ruolo che richiede genialità assoluta. Ma questo sogno si è purtroppo perso per strada, anche se - ironizza - mai dire mai”. 
Un sogno di vecchia data forse nato quando aveva guidato, con il ruolo di pianista e cantante, l’orchestra Moonlight (“Avevo rubato il nome al celebre pezzo Moonlight Serenade firmato da Glenn Miller), con la quale, nel 1959 aveva fatto capolino in televisione nel varietà La conchiglia d’oro, un programma condotto da Enzo Tortora. In quella occasione suonammo Donna, un pezzo composto dal “geniale” Gorni Kramer (“In quale in realtà si chiamava Kramer Gorni, dove quel Kramer si rifaceva a un famoso ciclista elvetico del quale era appassionato tifoso il padre”). Di fatto si trattò di un debutto vincente: “Sbaragliammo infatti avversari del calibro di Riccardo Rauchi (supportato da Sergio Endrigo), Marino Marini e Renato Carosone”. 
E se oggi appagare quel vecchio desiderio di prendere in mano la bacchetta risulta difficile, al contrario non è stato troppo tardi per fidanzarsi con il web. “Lo ammetto - complice Fabio Rovazzi, che mi ha creato il profilo - recentemente mi sono proposto su Instagram. Risultato? Oltre 57mila followers, che non so cosa vogliano dire ma mi sembra siano una cosa positiva…”. D’altra parte quando si è giovani dentro - aggiungiamo noi - nulla è impossibile. Persino nel farsi carico degli hashtag giusti. Ferma restando una sua raccomandazione al seguito: “Sulla Rete abbondano le sciocchezze, ed è quindi necessario fare molta attenzione. In effetti questo mezzo mi fa paura. Come sosteneva il grande Umberto Eco, Internet consente anche ai cretini di esprimere concetti. Perché se è vero che ognuno di noi ha diritto di parola, questo non vuol dire che abbia diritto di scrittura”. 
Pippo Baudo, si diceva. All’anagrafe Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo (“Secondo tradizione siciliana Giuseppe era il nome di mio nonno paterno, Raimondo di quello materno”), nato il 7 giugno 1936 a Militello in Val di Catania: un paese che nel 2002, per il grande valore dei suoi monumenti, è stato inserito, insieme ad altri sette centri tardo-barocchi della Val di Noto, nella lista dei siti dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Lui figlio unico di una casalinga, Innocenza Pirracchio, e di un avvocato, Giovanni. 
Un padre peraltro amato e rispettato, per il quale aveva chiesto e ottenuto, dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’onorificenza di Commendatore, quella stessa che sarebbe stata conferita al nostro Pippo - questa volta senza richiesta - il 2 giugno 1988 da Francesco Cossiga.  
Insomma, mica capita tutti i giorni un figlio così. Una figura cordiale e al tempo stesso spigolosa (“Ammetto di avere avuto un carattere incazzoso, poco avvezzo ai compromessi. Fortunatamente mi sono ammorbidito nel tempo”). Una connotazione che strada facendo avrebbe peraltro pagato a caro prezzo. Come quando, dopo aver rotto con Enrico Manca, a quei tempi responsabile dei servizi culturali della Rai, si era accasato all’ombra del Biscione come direttore artistico. Ma senza troppo successo. “Con Antonio Ricci a massacrarmi su Striscia la Notizia”. Una storia, aggiungiamo noi, che anche ultimamente si è ripetuta. 
Ragion per cui “decisi di rescindere il contratto. Berlusconi ci pensò sopra e mi disse che si poteva fare, a patto che rendessi quanto mi aveva anticipato. Tu sei proprietario di un palazzo di quattro piani sull’Aventino con un bar a fianco, proprio di fronte ai miei stabilimenti (non a caso è qui che alloggia la Medusa Film, dopo aver ospitato Canale 5). E questo è quanto mi dovrai pagare per andartene. Chiesi qualche giorno per riflettere, ma lui non aveva tempo da perdere: il suo notaio aveva già pronto il compromesso. Fu così che l’investimento che rappresentava il frutto dei miei risparmi cambiò di mano, con il rimpianto di quel terrazzo sull’attico dal quale si vedeva e si vede tutta Roma. Ed è qui - lo sa che questo palazzo oggi è da molti chiamato Villa Baudo? - che all’ultimo piano lavora l’amico Giampaolo Letta, amministratore delegato della Medusa Film”. 
E, sempre a proposito di buoni rapporti, va sottolineato anche quello con Silvio Berlusconi, “forse per via della stessa età, anche se lui tiene a precisare di essere più giovane di me di tre mesi”. Berlusconi con il quale non ci sono stati veri dissapori e non si è mai parlato di penali, anche se il “rimborso dell’acconto attraverso la cessione del mio palazzo gli avrebbe fruttato quattro anziché due”.  
Ma torniamo al Baudo privato. All’inizio un bravo studente (“Non sono mai stato un secchione, ma pur senza impegnarmi non mi hanno mai rimandato”); uno scarso interesse per lo sport (“Ho giocato un po’ a calcio, ad esempio, a Milano con Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, oppure sul campetto Rai di Tor di Quinto”); una passione per la lettura che spazia a trecentosessanta gradi (da Thomas Mann a Ippolito Nievo, sino agli autori più moderni), con il ricordo di penne sopraffine come quelle di Indro Montanelli e di Mario Cervi, giornalisti e scrittori cui era legato da stima e profonda amicizia. 
E ancora: un certo disagio per l’attuale stato del nostro mondo politico. “Sto assistendo a una ballata tragica sulle percentuali del debito. Dico soltanto che se si fa parte di un contesto internazionale non si può fare ciò che si vuole. D’altra parte anche i vari Juncker e Moscovici dovrebbero avere un po’ più di rispetto per un Paese che è stato fra i fondatori dell’Europa di oggi. Non nascondo che io sono ancora un uomo della Prima Repubblica, quando i politici erano veri politici. Come dimenticare Alcide De Gasperi, che volle andare con il cappotto vecchio a portarsi a casa i quattrini del Piano Marshall? Oppure Palmiro Togliatti quando, ferito a colpi di pistola da Antonio Pallante (che guarda caso era un mio compagno di università), impose ai suoi di lasciar perdere evitando così che si scatenasse la rivoluzione?”. 
Baudo, si diceva. Di fatto un bell’uomo, portatore - poteva essere diversamente? - di una trafficata vita sentimentale, coronata da due figli (Alessandro e Tiziana), tre nipoti e un bisnipote. Una prima guida nelle cui vene, è stato scritto, non scorrono globuli rossi ma frequenze televisive, in quanto è nato per stare davanti alle telecamere con un microfono in mano: e toglierglielo sarebbe come negargli l’ossigeno. 
Tanto è vero che il 20 e 21 dicembre si rimetterà in gioco per l’ennesima volta presentando Sanremo Giovani - in onda in prima serata su Raiuno - in abbinata al cantante, attore e regista Fabio Rovazzi, dal quale risulta “separato” dalla bellezza di 59 anni. Una strana coppia etichettata da Claudio Baglioni come l’insieme di “un veterano giovane e di un giovane veterano”. Una coppia che certamente farà breccia sugli ascoltatori, accomunata com’è da una grande versatilità, in abbinata a una capacità fuori dal comune di proporsi al pubblico.


Che altro, affondando la penna nei ricordi e attingendo dalla sua recente autobiografia scritta a quattro mani con il giornalista Paolo Conti, vale a dire Ecco a voi. Una storia italiana (Solferino, pagg. 281, euro 18,00)? Una sfilza lunga sempre di aneddoti e curiosità dell’uomo che ha inventato la televisione e che ha scoperto talenti a bizzeffe. Con un interrogativo al seguito: possibile che né la Rai né Mediaset abbiano ancora pensato a ripercorrerne gli aspetti più intriganti con uno show celebrativo? Ma lui minimizza e, a mezza voce, ammette che “qualche contatto c’è stato”. Speriamo in bene, visto che il suo è uno spaccato di vita per molti aspetti unico. 
Come peraltro emerge dal suo libro, supportato dalle risposte alle nostre domande. Mettendo a nudo non solo se stesso, ma un’Italia che via via ha cambiato usi e costumi. E lo ha fatto attraverso i ricordi che lo hanno visto incrociare le maggiori personalità della politica, dello spettacolo, del cinema e della musica. Raccontando a modo suo una rivoluzione che lo ha visto, oltre che “testimone privilegiato, anche come attore, autore e regista attivo del cambiamento”. 
Ferma restando quella grande passione per il palcoscenico (“Ma non sono mai stato superstizioso o scaramantico, come spesso succede agli artisti”) che l’aveva contagiato quand’era ancora piccolissimo e aveva impersonato il figlio di Santa Rita in una recita scolastica. Per poi interpretare, durante il suo ultimo anno di liceo (“A 14 anni mi ero trasferito a Catania con la famiglia per proseguire gli studi”), la commedia L’ex alunno di Giovanni Mosca. Quindi il sodalizio con il compagno di università Tuccio Musumeci, con il quale “intrapresi la strada dello spettacolo: lui faceva il comico, io gli facevo da spalla e da presentatore”. 
E dopo i primi successi non si sarebbe più fermato, lasciando ammuffire in un cassetto la laurea in Giurisprudenza, a dispetto delle aspettative paterne. Il quale aveva accettato di concedergli una trasferta romana di tre mesi (“Pagata, anche se in quel periodo già guadagnavo di mio”) a patto che si laureasse. 
 “Fu così che, subito dopo aver discusso la tesi, sbarcai nella Capitale e mi recai in via Teulada, il famoso centro di produzione della nostra televisione. E aspettai alcune ore davanti al cancello per incontrare qualche divo o qualche dirigente disposto ad ascoltarmi. In realtà l’unico a darmi retta - come dimenticarlo? - fu Carlo Mazzarella, che mi indirizzò a un signore che faceva i provini. In questo modo riuscii a ottenere un’audizione con Gino Procacci e il mitico regista Antonello Falqui, il quale non mancò di lasciarmi di sasso affermando: lei è siciliano e voi siciliani non parlate italiano. Come pensa di poter riuscire a presentare? Poi mi chiese di immaginare di dare la parola a Mina sul palco del Festival di Sanremo. Partii in quarta, subissandolo di parole, e fu costretto a fermarmi. Risultato? Fui giudicato di buona presenza e adatto a spettacoli minori”. 
Secondo Baudo una bocciatura in piena regola. Invece “pochi giorni dopo mi venne affidata la conduzione di In primo piano, un programma musicale che andava in onda, in diretta, alle sei di sera. E lì, in quella che doveva essere la mia unica presenza, intervistai i cantanti Johnny Dorelli e Julia de Palma. Finita la trasmissione, scese in studio il direttore di allora e mi confermò per altre sei puntate”. Con il rammarico al seguito “di mia madre che, quando mi vide in Tv, ci rimase male, anzi, si arrabbiò da morire in quanto non mi avevano fatto sedere a una scrivania con tanto di scritta Dottor Pippo Baudo, come si conveniva a un laureato… Per contro avrebbe capito che ce l’avevo fatta quando, andando per negozi, avevano iniziato a farle lo sconto…”. 
Un passo indietro a proposito della laurea. “La sera prima della discussione della tesi andai a presentare a Erice, lo splendido paesino che sovrasta Trapani, una serata legata al concorso di bellezza Miss Sicilia. Come si sa queste manifestazioni vanno sempre per le lunghe. Così quando finii dovetti accontentarmi (in abbinata a Musumeci) di un passaggio - per di più faceva un freddo ladro - sul retro di un camioncino che trasportava cassette di fave, verdure e cicoria per andare in stazione, dove presi la littorina per Catania. E siccome i ritardi erano all’ordine del giorno, quando finalmente arrivai - sommerso dai pianti di mamma e dalle incavolature di mio padre - dovetti cambiarmi il vestito nel bar davanti all’Università. Ma alla fine tutto andò bene”. 
E per quanto riguarda la sua passione per la televisione? “A stregarmi fu una gita a Trieste. Con un compagno di scuola avevamo infatti acquistato un biglietto di terza classe, e per di più scontato, per partecipare alla gioia della gente per il ritorno di questa città all’Italia. Sta di fatto che per il ritorno dovevamo recarci al Sacrario militare di Redipuglia per far vidimare il biglietto. E fu lì che rimasi colpito dalle immagini che scorrevamo sugli schermi ammiccanti e mi dissi che quella sarebbe stata la mia strada”. 
A seguire il debutto sul piccolo schermo come conduttore del citato In primo piano - erano gli inizi degli anni Sessanta - seguito da Guida degli emigranti e Telecruciverba. Anche se l’entrata in orbita vera e propria sarebbe stata supportata da un disguido: “Il mancato arrivo della pellicola, che doveva andare in onda il 6 febbraio 1966, del telefilm Le avventure di Rin Tin Tin, serie a quei tempi molto seguita. Fu così che la Rai fu costretta a rimpiazzarla con una puntata pilota di Settevoci, uno show ante litteram ideato assieme agli autori di In primo piano che avevo registrato a Milano, ma che era stato giudicato intrasmissibile dai vertici aziendali. Al contrario il pubblico gradì e il programma sarebbe andato in onda per quattro anni”. Con tanto di scuse dei dirigenti e il successivo invito, da parte di Guido Sacerdote (il produttore di Studio uno), a presentare Sabato sera con Mina. “In realtà credevo stesse scherzando, invece…”. 
E, sempre a proposito di Settevoci, “ricordo quando il megadirettore Ettore Bernabei, una raffinata quanto intelligente mente politica, decise di spostare il mio programma a mezzogiorno. Pensai subito a una retrocessione e quindi andai da lui per protestare. Mi ascoltò con pazienza e poi mi rispose: Baudo, io devo lanciare l’edizione Tg delle 13.30. Se non metto prima un programma che piace a tutti, come faccio? Ancora una volta non avevo capito niente…”. 
Insomma, a quel punto, per Baudo sarebbe stata una strada tutta in discesa, con l’incoronazione definitiva datata 1968, quando fu incaricato di presentare Sanremo su chiamata di Gianni Ravera. “Primo dei tredici festival che avrei condotto, superando addirittura Mike Bongiorno. Con il quale ho sempre avuto ottimi rapporti, a dispetto di quel che si diceva. Tanto è vero che quando arrivai in Fininvest fu fra i pochissimi a dimostrarsi mio amico. In realtà era stata la stampa a creare una rivalità che non c’era e noi ovviamente stavamo al gioco…”. 
Che altro? Una miniera di aneddoti e di ricordi quella contenuta nel libro Ecco a voi. Una storia italiana, un titolo che “mi aveva suggerito Fabio Fazio nel corso della sua trasmissione Che tempo che fa”. Una storia che si raffronta con le centinaia di incontri che hanno costellato la sua vita, a partire dai grandi divi dello spettacolo. Così si va da Wanda Osiris a Delia Scala, dalle gemelle Kessler a Sandra Mondaini, da Gino Bramieri a Marisa del Frate, da Raffaella Carrà a Loretta Goggi, da Roberto Benigni a Beppe Grillo, da Lorella Cuccarini a Domenico Modugno, da Alighiero Noschese a Renzo Arbore, da Adriano Celentano ad Alberto Sordi, da Vittorio Gassman a Franco e Ciccio. 
Già, Franco e Ciccio, una formidabile coppia che “litigava in continuazione. Due numeri uno che volevano diventare attori drammatici. Ma se Ciccio c’era riuscito con Amarcord di Federico Fellini, Franco si era limitato a una chiamata a vuoto di Franco Cristaldi per Il nome della rosa. Purtroppo il regista francese Jean-Jacques Annaud non lo aveva voluto. E quando me lo raccontò davanti al portone di casa mia si mise a piangere come un bambino”. 
Insomma, quanti souvenir. Come quando incontrò Lorella Cuccarini. “L’avevo notata durante una convention, le feci un provino (dove venne con la mamma a scanso di equivoci) e la scritturai per Fantastico. La sera del debutto si presentò con una benda sulla fronte, che le copriva una brutta ferita causata da un fresco incidente d’auto. Per rimediare i parrucchieri si inventarono quella frangetta sulla fronte che, da lì in poi, sarebbe stata fra le sue pettinature preferite”. 
E come non ricordare quando fu mandato a quel paese da un certo Louis Amstrong? Successe nel 1968. “Mi era stata affidata la conduzione del Festival di Sanremo con il compito di rivitalizzarlo. Per questo decisi di puntare su grandi nomi, come quelli di Paul Anka, Dionne Warwick, Roberto Carlos e, appunto, Amstrong. Il quale, dopo aver cantato il suo pezzo, prese la tromba pensando di poter dare vita a uno show personale. Gliela tolsi, su sollecitazione di Ravera, allungandogli un fazzoletto per asciugarsi il sudore, fazzoletto che rappresentava un po’ il suo marchio di fabbrica. Ci rimase male, tanto che tre giorni dopo - avendolo incontrato per caso davanti al Teatro della Fiera di Milano - mi riservò, tanto per farsi capire, un eloquente Fuck you”. 
Andò meglio, invece, con la bellissima, “quanto fascinosa e intelligente”, Sharon Stone. Era il 2003, periodo in cui era ancora sposato con Katia Ricciarelli. “Mi recai a trovarla in albergo e lei si fece trovare distesa sul letto solo con gli slip. Look me, mi disse. Io ero meravigliato. Mi fece togliere gli occhiali, me lì pulì, me li rese e poi ancora Look me... Io la guardai e non feci nulla. Poi parlammo del programma che doveva andare in onda il giorno dopo. L’indomani, prima dell'inizio della trasmissione, lei arrivò, mi tolse gli occhiali, me li pulì e di nuovo e mi ripetè: Look me! Solo a quel punto capii che avevo superato l’esame, ma che avevo pure perso un’occasione unica…”. 
Ma sarà andata realmente così? Ah, saperlo. Anche perché Pippo è sempre stato un gentiluomo vecchia maniera, pronto a mentire sapendo di mentire. 
Insomma, aneddoti e ancora aneddoti. Come quando Giulio Andreotti lo faceva andare in studio alle sei e mezza del mattino “per organizzare l’intervista in diretta” e lo congedava dopo un’ora di chiacchiere con un disinvolto Improvviseremo. “Un politico che non mi sarei mai immaginato di dover consolare. Successe quando uscì il film Il divo di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo a impersonarlo. Mi hanno rovinato, ebbe a dirmi. E io a minimizzare: ci rida sopra, passerà anche questa. Ne ha passate tante. E lui, sorridendomi con amarezza: No, questa volta non sarà così”. 
A questo punto, restando nel campo della politica, eccolo giocare a rimpiattino con le giravolte partitiche di Claudio Villa. “Era comunista, ma a causa di uno sgarbo di Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci - che non era andato al suo matrimonio dove, assieme al sottoscritto, doveva proporsi come testimone - si avvicinò ai radicali di Marco Pannella. Infatuazione che si perse per strada quando si lasciò attrarre dai democristiani”. 
E come passare sotto silenzio quando Mikhail Gorbaciov, al premio Fiuggi del 1990, “mi diede del ladro” per via di un assegno da 500 milioni di lire misteriosamente sparito dalla busta che gli era stata consegnata, assegno destinato alla Fondazione dedicata alla moglie Raissa? Come non farsi carico dell’errore della sua vita, quando a un provino bocciò nientemeno che Fiorello (“Una toppata clamorosa”)? E che dire di una Sandra Mondaini “inebriata” dalla sangria e della sbronza triste di Liza Minnelli? Passando per il no di Raffaella Carrà a lavorare con lui perché si era impegnata con Corrado; con l’irruenza di Vittorio Gassman che, coinvolgendolo in diretta tv in esercizi impossibili, lo aveva fatto finire all’ospedale, e con l’inventiva di Heather Parisi che si era messa a ballare sulla scrivania di un dirigente Rai per farsi scritturare. 
Insomma, pagine e pagine, a volte venate di malinconia, che si leggono che è un piacere. Poteva essere diversamente?    

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