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Polvere di stelle del mistery d'antan con Valentine Williams e Anthony Weymouth

E fra le ultime proposte? Consigli per gli acquisti legati a sei racconti firmati da Gianni Simoni e alla perfezione narrativa di Gin Phillips


04/06/2018

di Mauro Castelli


Rifacendosi (soprattutto) alla grande tradizione poliziesca anglo-americana, la Mistery Collector’s Edition di casa Polillo - ovvero “I bassotti” - propone ai lettori due nuove chicche d’antan, inedite in Italia, firmate dai londinesi Valentine Williams e Anthony Weymouth. Ovvero L’indizio della luna crescente (pagg. 256, euro 16,40) e Delitto in Cornovaglia (pagg. 206, euro 15,90). Due lavori distanti fra loro in termini di ambientazioni, personaggi e tematiche trattate, ma uniti da un unico filo conduttore: l’intrigante abilità narrativa dei due autori. Dei quali tracciamo un profilo a beneficio dei lettori. 
(George) Valentine Williams - nato a Londra il 20 ottobre 1883 - una volta completati gli studi decise di seguire le orme del padre e del nonno, entrambi giornalisti presso la Reuters, l’agenzia di stampa fondata dall’emigrato tedesco Paul Julius Reuters per trasmettere, inizialmente, le quotazioni della Borsa londinese (per la cronaca era stata la prima, nel 1865, a rilanciare la notizia dell’assassinio del presidente americano Abramo Lincoln). E gli risultò peraltro facile - a soli 21 anni - entrare in questa agenzia come corrispondente da Berlino per via della sua buona conoscenza del tedesco. Salvo poi licenziarsi cinque anni dopo per approdare alla redazione parigina del Daily Mail
In seguito sarebbe stato gravemente ferito, durante la Prima guerra mondiale, nel corso della battaglia della Somme del 1916. E fu appunto durante la lunga permanenza in ospedale che iniziò a scrivere le sue prime spy stories, in questo incoraggiato da uno che di romanzi di spionaggio se ne intendeva, il famoso autore John Buchan. Nacque così, due anni dopo, The Man With the Clubfoot, pubblicato originariamente sotto lo pseudonimo di Douglas Valentine. 
A tenere la scena in questo libro di successo il perfido Adolph Grundt, capo dei servizi segreti tedeschi, che comparirà anche in altre storie. Fermo restando che il percorso narrativo del nostro giramondo - morto a New York il 20 novembre 1946 dopo aver sfornato diverse sceneggiature e più di trenta romanzi - sarebbe stato supportato da diversi altri azzeccati personaggi, come il Barone Alexis De Bahl, il sarto Horace B. Treadgold, l’ispettore Manderton in abbinata a Trevor Dene , il giovane quanto geniale ispettore di Scotland Yard che si propone protagonista, fra l’altro, del mistery che vi stiamo proponendo, ovvero L’indizio della luna crescente. Storia pubblicata per la prima volta nel 1935 e nella quale Dene indaga però da solo. 
Sul palcoscenico di questo canovaccio incontriamo Peter Blakeney, un reduce di guerra segnato da profonde cicatrici sul corpo e nell’anima, intenzionato a scrivere commedie. E per farlo in santa pace decide di accettare l’invito di alcuni amici facoltosi che gli propongono di ospitarlo nella loro tenuta sui monti Adirondack, nello stato di New York. Fra i presenti anche due splendide donne: Graziella, infelicemente sposata con Victor, per la quale Peter prova una non corrisposta passione, e Sara, che non disdegna le attenzioni di altri uomini nonostante la presenza del geloso fidanzato Dave. 
“Tra nuotate nel vicino lago, passeggiate a cavallo, partite a tennis e a bridge, il tempo passa e Peter fa progressi nella stesura della commedia alla quale sta lavorando. Una notte, però, dopo una serata insolitamente carica di tensione, uno degli ospiti viene trovato morto nel vicino capanno di caccia. Per tutti un suicidio, anche se nessuno riesce a capirne il motivo. Si tratta invece di omicidio, come stabilirà il giovane e geniale investigatore Trevor Dene che, in vacanza nella zona, è stato invitato dallo sceriffo a dargli una mano. E se il destino è scritto nelle stelle, la soluzione del caso stavolta è scritta nella… luna”. 
Detto questo, spazio ad Anthony Weymouth, pseudonimo del medico londinese Ivo Geikie Cobb della cui vita, per la verità, non si sa molto. Se non che era nato a Londra nel 1887, dove sarebbe morto nel 1953. Autore di numerosi testi scientifici, non disdegnava darsi da fare come giallista, tanto da pubblicare sette mistery di stampo classico, imperniati sul bizzarro ispettore Treadgold di Scotland Yard. Il primo dei quali, Frozen Death, venne pubblicato nel 1934 (e poi approdato come Congelato nella collana “I bassotti” con il numero 173), seguito in rapida successione dagli altri sei, l’ultimo dei quali, Inspector Treagold Investigates, risale al 1941. Dopodiché, purtroppo verrebbe da dire, questo intrigante scrittore si sarebbe dedicato a tempo pieno alla medicina. 
E per quanto riguarda Delitto in Cornovaglia, un lavoro del 1937 inizialmente proposto sotto il titolo di Cornish Crime? Un romanzo di piacevole leggibilità che si rifà a un caso complicato, ricco di misteri, che metterà a dura prova gli investigatori. Un caso che, come da nota dell’autore, si rifà alla cronaca. Rappresentando, in altre parole, il (bugiardo) resoconto di un crimine e delle successive indagini riferitigli dagli stessi investigatori, ovvero i fantasiosi protagonisti della sua storia, con “la speranza che ciò possa destare qualche interesse nel lettore”. Vecchio volpone, verrebbe da dire. 
A tenere la scena una ricca vedova, Mrs Bennet, che invita alcuni amici nella villa che ha affittato per i mesi estivi in Cornovaglia. Tra gli ospiti ci sono Joyce (la figlioccia), Geoffrey (il nipote), Mr Frere (un colonnello in pensione), Sir John Manners (rientrato dal servizio civile in India) e l’avvocato Sylvanus Ward. Succede che al termine di una cena Geoffrey, che per tutta la giornata ha mostrato segno di grande nervosismo, chieda privatamente all’avvocato un consiglio, in quanto “deve assolutamente versare 30 sterline come acconto di un grosso debito che ha contratto, ma non ha alcuna intenzione di rivolgersi alla zia”. 
L’avvocato lo esorta a farlo, “ma il mattino seguente si scopre che dal portafoglio di Sir John mancano proprio 30 sterline. Un semplice furto? Niente affatto, perché la situazione precipita quando uno degli ospiti viene trovato pugnalato a morte nel suo letto e un altro scompare misteriosamente con indosso soltanto il pigiama e la vestaglia. L'ispettore Meredith della polizia locale si trova ben presto in difficoltà e allora non gli rimane che chiedere aiuto a Scotland Yard. Sarà così l’ingegnoso ispettore Treadgold a risolvere il complicato caso, partendo da pochi e bizzarri indizi: una macchia di ruggine su un lenzuolo, un’etichetta strappata sulla quale è impressa una strana impronta e un pezzo di corda sporco di catrame”.

E ora spazio al diciottesimo appuntamento, per i tipi della Tea, con Gianni Simoni, l’ex magistrato che ha tenuto banco in indagini di primo piano nel campo della criminalità organizzata, dell’eversione nera e del terrorismo il quale, una volta raggiunta l’età della pensione, ha deciso - anziché “sposarsi con le pantofole, portare a spasso il cane o sedersi su una panchina del parco per dar da mangiare ai piccioni” - di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, proponendosi come un intrigante portavoce del giallo made in Italy. Un passaggio che avrebbe rappresentato una specie di ideale prosecuzione, pur in un diverso ambito, della sua quarantennale esperienza nel campo della Giustizia. Lasciando peraltro perdere, ma non del tutto, le sue vecchie passioni “legate al disegno e all’incisione”. 
Per la cronaca Simoni, nato a Brescia il 17 giugno 1938 da una famiglia piccolo-borghese, aveva esordito sugli scaffali con Un mattino d’ottobre, pubblicato da una piccola casa di Forlì (la Foschi, non particolarmente agguerrita in termini di distribuzione), un lavoro in seguito ripreso da Tea che avrebbe beneficiato di diverse ristampe. Quindi, per i tipi della Garzanti, avrebbe pubblicato Il caffè di Sindona, una sorta di saggio sul controverso finanziere siciliano scritto a quattro mani con il collega Giuliano Turone. 
Poi il ritorno al poliziesco con il romanzo Commissario, domani ucciderò Labruna, che “ricevette diverse proposte di pubblicazione, fra le quali accettai quella che sarebbe diventata la mia casa editrice di riferimento, la Tea appunto, casa con la quale ancora oggi pubblico a fronte di un buon numero di copie vendute”. 
Che altro? Al seguito della sua professione Gianni Simoni si sarebbe accasato a Milano nel 1985, città dove ancora vive, per via del suo trasferimento presso la Procura Generale del capoluogo lombardo dove si sarebbe occupato, nel ruolo di pubblico ministero, di alcuni significativi processi (come quello d’appello per l’omicidio Ambrosoli), ma anche per seguire l’inchiesta sulla morte di Sindona nel carcere di Voghera. Il tutto a fronte - ne abbiamo già parlato, ma repetita iuvant per conoscere meglio il personaggio - di una lunga esperienza legata ai fatti e ai misfatti che via via si era trovato a seguire in prima persona. Un’ esperienza che, travasata fra le righe delle pagine, gli sarebbe servita per regalare credibilità alle sue trame. Ferma restando un’intelligente abilità nel rendere semplici anche tematiche complesse. 
Ma cosa propone ora questa penna affettivamente legata ad autori come Georges Simenon, Ed McBain e Andrea Camilleri, pronta a scavare fra le pieghe della verità facendosi carico del quotidiano? Una antologia, La chiave rubata e altre storie (pagg. 228, euro 14,00), e più precisamente Uno sparo nel crepuscolo, Voglia di libertà, Cronaca di un rapimento, Una lettera d’amore e Un delitto impossibile. In altre parole un libro di racconti a suo dire “rimasti in un cassetto”, due dei quali (La chiave rubata, che dà il titolo alla raccolta, e Una lettera d’amore) “sono quasi dei romanzi brevi, così come dovrebbe essere appunto un racconto”. 
Di fatto sei piccoli casi che “irrompono in modo fortuito nella quotidianità del giovane magistrato Carlo Petri (che in seguito diventerà il giudice istruttore protagonista di undici romanzi) e del commissario Grazia Bruni. Colei che, a modo suo, raccoglierà il testimone del futuro giudice, “costretta a confrontarsi con un dilemma etico nell’ambito di un caso che vedrà contrapporsi il suo rigore professionale alla sua umanità”. 
L’arco narrativo di questa raccolta “rappresenta un periodo particolare di Petri: ovvero gli ultimi anni di attività prima della pensione, una fase che ancora non conoscevamo e che Gianni Simoni illustra mettendo in scena il suo personaggio alle prese con il furto di un prezioso dipinto a una vedova, l’omicidio di un anziano contadino, la scomparsa di un vicino oppresso dalla moglie, il rapimento della figlia di un ricco industriale all’ingresso della sua villa fuori città, dove nessuno sapeva che si sarebbe recata. Ferma restando la vicenda legata al furto del portafogli di una donna che, casualmente, finirà per arrivare nelle mani di Petri, un uomo dal carattere non facile, a volte un po’ burbero, allergico ai furbetti. In ogni caso un galantuomo dotato di ironia e di autoironia, il quale scoprirà una lettera d’amore con dettagli inquietanti che lo indurranno a indagare su chi l’ha scritta.

In chiusura di rubrica una penna a stelle e strisce approdata in trenta e passa Paesi, complice la sua capacità di imbastire trame perfette, segnate da una scrittura credibile quanto graffiante, pronta a far battere il cuore, a riempire di brividi le notti e a farsi leggere senza soluzione di continuità. Il suo nome? Gin Phillips, che sin dal suo debutto sugli scaffali con The Well and the Mine, vincitore del Barnes & Noble Discover Award 2009, si è proposta alla stregua di una prima della classe nel trattare argomenti di peso, di quelli che inducono alla riflessione. 
Come appunto succede ne La madre perfetta (Piemme, pagg. 254, euro 18,50, traduzione di Anna Martini), un lavoro che affonda i suoi contenuti nella semplice domanda di un bambino: “Come fanno i cattivi a essere felici?”. Già, come fanno? Non è che, qualche volta, i cattivi siano contenti nel far del male agli altri? E se, poniamo il caso, ci si dovesse addentrare nella ferocia di un amore materno? Di fatto tutto diventerebbe più complicato e dannatamente straniante. 
In buona sostanza in questo thriller l’autrice ci trascina con maliziosa complicità fra le paure del nostro quotidiano, segnato “dai nostri istinti più veri e nascosti”. Addentrandosi, in primis, in quel misterioso processo di vita legato al fatto di essere madre. Ed è appunto sviluppando e sviscerando questa complicata tematica che la Phillips riesce a dare - narrativamente parlando - il suo meglio. “Perché essere madre - tiene a precisare - è anche vedere il mondo con gli occhi dell’unica creatura che sarà per sempre parte di te”. 
Detto questo spazio alla trama, che ci porta a incontrare una mamma, Jean, nel suo tran-tran giornaliero. La quale Jean, dopo essere andata a prendere il suo piccolo Lincoln all’asilo, lo porta allo zoo per regalargli qualche momento di svago. Perché lui, di appena quattro anni, “si diverte da matti a giocare sulla sabbia nella Fossa dei Dinosauri e inscenare battaglie e avventure, cattivi contro buoni, la vita contro la morte”. Joan lo guarda e si immagina come e quanto queste ore possano restare felicemente impresse nella mente del suo piccolo. 
Purtroppo, poco prima della chiusura, mentre si sta avviando verso il cancello d’uscita, tutte le sue più remote paure si trasformano in realtà quando alcuni colpi fendono l’aria: non si tratta di palloncini fatti scoppiare dai bambini, ma di spari. E, in un momento, è il terrore a prendere il sopravvento: il terrore per il suo bambino, il terrore di perderlo per sempre. Lo zoo è infatti in mano ai terroristi e Joan si ritrova intrappolata in quel luogo senza vie d’uscita. Ovviamente cerca di nascondersi, non tanto per salvare se stessa, ma per l’incolumità di suo figlio. Magari facendogli credere che si tratta solo di un gioco. “Perché essere madre è anche vedere il mondo con gli occhi dell’unica creatura al mondo che sarà per sempre parte di te”. 
Inizieranno così le tre ore più lunghe della sua vita. E la conoscenza intima di Joan di questo luogo - dai percorsi nascosti alle mostre in fase di ristrutturazione, dai punti migliori sulla giostra alle macchine per snack in eccesso - rappresenterà la condizione per tenersi un passo avanti rispetto al pericolo. Detto questo, dove inizia e finisce il confine “tra il nostro istinto animale a sopravvivere e il nostro dovere umano di proteggerci l’un l’altro?”. 
Insomma, una storia particolare, questa. Non nuovissima, ma raccontata da un diverso punto di vista. Una storia che si rapporta con le angosce violente legate agli attacchi terroristici, attingendo non solo dalle paure personali, ma anche da quelle che ci portano a difendere con qualsiasi mezzo i nostri bambini. Bambini che non sempre capiscono le decisioni di chi li ama. Anche quando, tutt’intorno… A conti fatti una vicenda che ti lascia, pagina dopo pagina, con il cuore in gola in un crescendo di spasmodica suspense. Con una novità al seguito: quella di aver saputo dare una specie di ruolo anche alla mente dell’attentatore. 
Detto del libro, ricordiamo che Gin Phillips - autrice di cinque romanzi, tre dei quali (La notte ha occhi curiosi, Cacciatore di stelle cadenti e, appunto, La madre perfetta) già proposti in Italia da Piemme - è nata a Montgomery, in Alabama; si è laureata al Birmingham-Southern College in giornalismo politico (professione esercitata per oltre un decennio); ha vissuto in Irlanda, a New York e a Washington DC prima di tornare in Alabama, e più precisamente a Birmingham. E qui ora vive con la famiglia, in primis Fred, “il migliore dei mariti”.

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