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Quando una bugia finisce per affogare in un mare di sangue

Dalla penna dell’inglese Rachel Abbott un thriller agghiacciante quanto coinvolgente. Sugli scudi anche Sandrine Destombes e Gaetano Savatteri  


29/04/2019

di Mauro Castelli


Se tre numeri uno della narrativa mondiale - come Angela Marsons (“Un fantastico thriller dalla lettura davvero avvincente”), Robert Bryndza (Una vera maestra del genere”) e Laura Marshall (“Ho adorato il suo ultimo lavoro”) - ne hanno tessuto gli elogi vorrà pur dire qualcosa. Stiamo parlando dell’inglese Rachel Abbott, (pseudonimo di Sheila Rodgers, nata a Manchester nel 1952) che, dopo aver venduto nei primi anni Duemila la sua azienda di comunicazione, era venuta a vivere in Italia con il marito John (“Un uomo unico, sempre pronto ad ascoltarmi e a darmi supporto”). Andando ad abitare nelle Marche, in un monastero del quindicesimo secolo da loro fatto restaurare. Location che peraltro alternano con quella di Alderney, Aurigny in francese, una delle Isole del Canale. 
Rachel Abbott, si diceva. Un’autrice che con la penna ci sa fare, anche se agli inizi si era dovuta confrontare con diversi rifiuti da parte degli agenti e degli editori contattati. Da qui la decisione di approdare nel 2013 su Amazon - attraverso il self-publishing - con un thriller, Only the Innocent, per certi versi ricollegabile alla sua nuova vita… italiana. E i risultati, dopo un avvio faticoso, le avrebbero regalato soddisfazioni, consigliandole di proseguire su questa strada. Pubblicando, uno dopo l’altro, The Back Road, Sleep Tight, Stranger Child e Kill Me Again
Risultato? Tre milioni di copie vendute, traduzioni in sette lingue e una benedizione da parte de l’Express che l’aveva definita nel 2017 “La regina del romanzo di suspense”. E in quello stesso anno avrebbe firmato un contratto con il Gruppo Headline Publishing per la stampa di due libri incentrati su una nuova figura di investigatore, volta a rimpiazzare l’ispettore capo Tom Douglas (un tipo onesto e simpatico, ma attratto dalle donne sbagliate): quella del sergente Stephanie King. 
Il primo dei quali sarebbe stato il thriller psicologico And So It Begins, benedetto dal The Guardian come “l’evento editoriale dell’anno”, ora proposto dalla Piemme sotto il titolo La tua ultima bugia (pagg. 360, euro 19,90, traduzione di Elena Cantoni). Un thriller che ci porta “nel freddo dell’Inghilterra, dove nebbia e mare in tempesta non sono che uno specchio dell’anima”. A fronte di un’ulteriore amara considerazione: “Quando hai mentito per tutta la vita; quando il tuo passato è un buco nero e nemmeno tu sai chi sei, forse è troppo tardi per la tua ultima bugia”. 
A regalare subito peso e spessore a questo lavoro è un prologo amaro, decisamente agghiacciante, di pochissime righe. Quanto basta per far drizzare le antenne al lettore: “Adesso tutto è chiaro: dovrò scegliere fra ucciderti e morire. Certe morti sono inevitabili. Altre si possono prevenire. E poi ci sono tragedie con una forza propria, che una volta innescate travolgono tutto, causando un dolore dopo l’altro. Sì. È ora di finirla”. 
Curiosamente, se vogliamo, a tenere la scena è una casa. Quella di Marcus North, un luogo magnifico e spaventoso per Evie Clarke quando, la prima volta, ci mette piede. Una casa immensa, affacciata su una scogliera, tutta un brulicare di vetrate. “Peccato che sulla costa occidentale dell’Inghilterra il vento e il grigio la facciano da padroni: ma anche così, davanti a lei si apre uno scenario spettacolare. Per Marcus, però, le cose sono molto diverse. Quella casa è legata per sempre al ricordo della sua prima moglie, Mia, e di ciò che accadde al piano di sotto, dove la palestra e la piscina ormai sono chiuse da tempo. E dove lui non mette più piede”. 
Ma adesso è arrivata Evie, il suo nuovo amore, la donna che potrebbe cancellare il buio del suo passato in quanto rappresenta una speranza di vita. Ma a non pensarla in questo modo è la sua morbosa sorella Cleo. Alla quale Evie non piace affatto, come del resto non le piaceva Mia. E quando Mark comincia ad allontanarsi, Evie si trova sempre sola con la sua piccola Lulu in quella enorme casa, mentre Cleo cerca di capire quale rapporto leghi per davvero il fratello alla nuova compagna. Sta di fatto che “pian piano le verità che ciascuno nasconde verranno a galla”. 
Come peraltro avrà modo di scoprire il sergente Stephanie King (Steph per i colleghi) - la stessa che era arrivata a indagare in quello strano luogo anni prima, quando Mia, la prima moglie, era caduta dalle scale - ci sono molte cose che non quadrano. La qual cosa le fa ben presto rimpiangere di essere stata in servizio proprio quella sera, seppure ben presto attorniata da colleghi e agenti della scientifica, in quanto non si aspettava certo di trovarsi di fronte a una scena così raccapricciante. Con due corpi fra le lenzuola intrise di sangue. E sul cuscino, accanto all’uomo sgozzato (mentre la donna è in stato di shock), la lama insanguinata di un costoso coltello d’acciaio inossidabile. Un brutale omicidio che si raffronterà con una strana confessione, quella appunto di Evie. Ma si tratterà ancora una volta di una terribile bugia? 
Che dire: un canovaccio orchestrato con perizia, infarcito di personaggi - sia primari che secondari - ben tratteggiati. A fronte di una storia dai contorni complicati, ricca di colpi di scena e di tensione psicologica, pronta a nutrirsi di una scrittura che, nella sua garbata semplicità, cattura senza darlo a vedere. Giocata peraltro fra verità e false verità su un pericoloso crinale: sin dove ci si può spingere per vendetta? E chi è realmente il colpevole e chi la vittima? 
Ferma restando un’ulteriore considerazione: se la prima parte del romanzo veleggia senza particolari acuti nel tran-tran quotidiano, regalando comunque alcuni spunti scarsamente decifrabili, la seconda si propone subito dirompente, da far accapponare la pelle: La stanza è buia, come piace a lui. Sa esattamente cosa sta facendo e non sopporta di vedere occhi pieni di odio che lo fissano. Però adora i suoni: lo schiocco della frusta sulla carne e i gemiti soffocati..


Brividi da prima pagina sono anche quelli proposti dalla francese Sandrine Destombes (è risaputo che la malvagità narrativa è una connotazione molto femminile), capace di lasciare senza fiato il lettore nel thriller I gemelli di Piolenc (Rizzoli, pagg. 318, euro 19,00, traduzione di Maurizio Ferrara). Lei che, curiosamente di origini abruzzesi, è nata a Parigi il 29 aprile 1971, città dove ha studiato alla Scuola del cinema e della televisione, dove ha lavorato per vent’anni nell’ambito della produzione di eventi e dove continua a vivere. Dedicando il suo tempo libero alla scrittura di libri polar (neologismo nato dalla fusione di poliziesco, policier in francese, e noir), il suo campo narrativo preferito. 
Lei che è arrivata per la quinta volta sugli scaffali appunto con Les jumeaux de Piolenc, un lavoro di accattivante lettura da parte di una autrice praticamente sconosciuta in Italia, ma forte di una credenziale di tutto rispetto: quella del premiatissimo Michel Bussi (secondo giallista d’Oltralpe in quanto a copie vendute) che ne ha parlato un gran bene - guidando peraltro la cordata che ha portato questo lavoro a essere premiato con il Vsd Rtl come miglior thriller francese del 2018 - venendo peraltro ripagato nei ringraziamenti, con ugual moneta, da parte della stessa Sandrine. 
Ma di cosa si nutre questa storia che si rifà, nel prologo, ad alcuni scambi di radiomessaggi fra camionisti nel Sud della Francia, nei quali si accenna anche a un fattaccio di cronaca del novembre 1989: ovvero il ritrovamento in un cimitero del corpo senza vita della piccola Solène Lessage, uno dei due gemelli undicenni di Piolenc spariti nel nulla un paio di mesi prima. Un incubo che sembra riproporsi a vent’anni di distanza con nuove sparizioni nella stessa cittadina. Succede infatti che nel giugno 2018 un’altra undicenne, Nadia Vernois, saluti le amiche all’uscita da scuola e a sua volta sparisca. 
I sospetti si concentrano su Victor Lessage, “il maledetto di Piolenc”, come è stato soprannominato da qualcuno. Un vedovo che della collera ha fatto bandiera e che non trova pace da trent’anni. Ma, mentre l’uomo viene torchiato nella sala interrogatori della Gendarmeria di Orange, Nadia torna a casa. Tuttavia la ricomparsa della bambina non basta a scagionarlo: particolari inquietanti non lo consentono, come il messaggio che la piccola dice di dover riferire allo stesso Victor: Ditegli che Solène lo perdona. Già, Solène, che era sua figlia. Quella bambina trovata morta dopo essere scomparsa insieme al fratello gemello, Raphaël, di cui invece non si sono più avute notizie. 
Un messaggio impossibile da decifrare, ma che per il commissario Julien Fabregas rappresenta l’unica traccia da seguire per risolvere le altre due sparizioni che si erano verificate in quel periodo. E che avevano riportato al clima drammatico di quell’estate del 1989. 
Da quel momento, Fabregas sprofonda in un rovo di piste già battute dal suo alter ego dell’epoca, Jean Wimez, e di altre nuove, inesplorate, che allungano la lista dei sospettati. Neanche il più piccolo frammento disseminato sul sentiero degli anni potrà essere trascurato, in quanto la situazione non lo consente. Tanto più che anche le poche certezze vengono via via messe in discussione. Sin quando - in un ambito di ambiguità, dubbi, incertezze e un susseguirsi di colpi di scena - si arriverà a un inaspettato quanto sorprendente finale.   


Ultimo, ma non ultimo in termini di qualità narrative, la brillante penna di Gaetano Savatteri, che torna in libreria per la settima volta con i tipi della Sellerio, anche se nel suo carnet figurano altri undici lavori. Stiamo parlando de Il delitto di Kolymbetra (pagg. 248, euro 14,00), romanzo che vede il ritorno in pista del giornalista Saverio Lamanna, un anomalo quando disilluso disoccupato di successo che, sin dalla sua prima uscita ne La fabbrica delle stelle (ferma restando una presenza allargata a quattro antologie: Il lato fragile, Il fatto viene dopo, È solo un gioco e La regola dello svantaggio), aveva subito incontrato il favore del pubblico. 
Lui detective per caso, come avevamo appreso nella sua precedente indagine, che era stato costretto da un inciampo professionale (il licenziamento da parte del sottosegretario del quale era portavoce) a lasciare Roma, città dove si trovava alla grande, per tornare in Sicilia e rifugiarsi nella villetta di famiglia sul mare di Màkari (“Nella realtà Macari, un angolo di paradiso a ridosso di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani”). 
Un personaggio, Lamanna - secondo quanto ci aveva anticipato l’autore - nato da una specifica richiesta di Antonio Sellerio, il quale da tempo gli chiedeva di dare voce alla figura di un giornalista. “E io lo avrei accontentato. Con qualcuno a millantare che si tratta del mio alter ego, quando invece il mio vero alter ego trova terreno fertile nel personaggio di Beppe Piccionello. Tuttavia, volendo essere onesto, potrebbe essere che il sottoscritto conviva in entrambe le loro anime”. 
Lamanna, si diceva, un simpatico quarantenne, un po’ sbruffone e dalla battuta pronta, che nella sua accattivante simpatia trova l’arma vincente. Peraltro giocando a rimpiattino nella storia fra ironia e sarcasmo. Che sono poi le connotazioni vincenti di Savatteri, una mano calda di settore che sa maliziosamente intrigare il lettore. Lui che oggi si propone romano di adozione, pur essendo nato a Milano il 7 giugno 1964 da genitori originari di Racalmuto, in provincia di Agrigento, da dove a 12 anni - repetita iuvant - si era trasferito in Sicilia al seguito della famiglia. E proprio nell’isola sarebbe cresciuto e, a soli 16 anni, avrebbe fondato con alcuni compagni di scuola il periodico Malgrado Tutto, che avrebbe beneficiato di articoli scritti da Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Matteo Collura, Vincenzo Consolo e Giuseppe Bonaviri. 
Dopo aver conseguito la maturità presso il liceo classico Empedocle di Agrigento (lo stesso frequentato da Luigi Pirandello e, durante la Seconda guerra mondiale, anche dal “papà” di Montalbano), Savatteri avrebbe cominciato a collaborare con il Giornale di Sicilia di Palermo, per poi trasferirsi nella Capitale (dove oggi vive con la moglie e il figlio diciottenne) prima come inviato de L’Indipendente e, in seguito, come giornalista di Mediaset, attualmente in forza alla trasmissione Matrix
Detto questo, veniamo al dunque. Ovvero alla sinossi de Il delitto di Kolymbetra.  “Un giallo irriverente e appassionato, icastico e dissacrante”, che si rapporta con “l’indagine svagata e serrata di due investigatori involontari dotati solo delle armi dell’intelligenza e dell’ironia”. 
Cosa succede è presto detto: Saverio Lamanna viene incaricato di scrivere per un giornale online alcuni articoli sui siti siciliani dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Parte, non a caso, dalla Valle dei Templi di Agrigento: proprio in quei giorni, infatti, la sua fidanzata Suleima - che ora vive a Milano dove esercita la professione di architetto - si trova in zona per accompagnare il titolare del suo studio. Lamanna, alle prese con qualche problemino di gelosia, viaggia naturalmente in compagnia di Peppe Piccionello, sua spalla nonché confidente e mentore (un tipo che - come annota Pietrangelo Buttafuoco - nonostante le perenni infradito ai piedi, mutande e t-shirt, non è mai ridicolo e men che mai caricaturale), il quale deve a sua volta svolgere una piccola indagine familiare. 
Giunti nella Valle si trovano nel bel mezzo di una contesa scientifica: sono infatti affiorate da uno scavo archeologico alcune pietre che sembrano indicare la presenza dell’antico Teatro greco (non a caso Acragas contava a quei tempi trecentomila abilitanti ed era una delle città più importanti della Magna Grecia), ricercato da secoli e mai ritrovato. E proprio su questa scoperta si sono dati appuntamento, per discuterne nel corso di un congresso, i maggiori archeologi mondiali, oltre che per accertare se quelle pietre siano davvero i resti di uno dei più grandi teatri dell’antichità. 
Purtroppo nel corso dei lavori la comunità di studiosi e ricercatori viene scossa dalla morte violenta del professor Demetrio Alù, docente emerito e autorità dell’archeologia siciliana, ucciso a Kolymbetra, il giardino incantato della Valle dei Templi. Un delitto inspiegabile, consumato in un angolo di paradiso, tra mandorli, rovine e ulivi saraceni, sotto lo sguardo severo del Tempio della Concordia. 
Come da note editoriali, ancora una volta Savatteri utilizza una doppia chiave di lettura: da un lato un umorismo che la fa da padrone, ricco di battute e controsensi, e dall’altro una specie di “Sicilia come metafora”, specchio amaro di un mondo di disuguaglianze e di miserie. “Una forma romanzesca di cronaca diretta dell’Isola, delle sue magagne, delle sue piaghe, del suo quotidiano affondamento nel surreale di cui nessuno sembra accorgersi. Per dirla alla Alfred Jarry, un posto assurdo dentro un mondo feroce”. 
A titolo di cronaca ricordiamo che il debutto di Savatteri sugli scaffali risulta legato a una “doppietta” datata 1993 (La sfida di Orlando e Voci del verbo mafiare. Aforismi di Cosa Nostra), seguita da Premiata ditta servizi segreti, Ladri di vita. Storie di strozzini e disperati (scritto a quattro mani con Tano Grasso) nonché L’attentatuni. Storia di sbirri e di mafiosi. E via via, sino ad accasarsi alla Sellerio, per la quale ha pubblicato La congiura dei loquaci, La ferita di Vishinskij, Gli uomini che non si voltano, La volata di Calò, La fabbrica delle stelle e il saggio I siciliani. E questo è quanto.

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