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Quel binario 21 che partiva dalla Stazione Centrale di Milano...

La testimonianza di Liliana Segre che, in un toccante memoir, ricorda come sia stato l'amore di suo padre a salvarla da Auschwitz


26/01/2015

di Massimo Mistero


Per una ragazzina ebrea di tredici anni non deve essere stato facile sentirsi dire dal padre che, a seguito delle nuove leggi (razziali), tutto per lei e la sua famiglia sarebbe cambiato. Niente più scuola (non solo quindi l'ora di religione), la perdita delle amiche, l'indifferenza di chi, sino al giorno prima, dimostrava una umana solidarietà (come il vicino di casa che smette di salutare). E che frecciata al cuore anche quell'alzata di spalle della maestra Cesarina che, invitata dai Segre, si era limitata a dire che non era colpa sua se in alto avevano deciso così.
Successe tutto in poco tempo. Quanto bastava perché i giochi, la scuderia, le corse coi cavalli, la ditta di famiglia e i regali del papà diventassero un ricordo e Liliana si ritrovasse prima emarginata, poi senza una casa, infine in fuga e arrestata. Sta di fatto che a tredici anni viene deportata ad Auschwitz. Parte il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano e sarà l'unica bambina di quel treno a tornare indietro. Con ancora nella mente le camminate a piedi scalzi nella neve e fra i cadaveri. Lei che ogni sera nel campo in cui era stata internata cercava in cielo la sua stella, facendosi coraggio con queste parole: Finché io sarò viva, tu continuerai a brillare.
Di certo una toccante testimonianza, quella di Liliana Segre, nata a Milano il 10 settembre 1930, che nel 1944 ebbe a vivere la brutale esperienza della deportazione - partendo in tradotta dal citato binario 21, oggi luogo della memoria - nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Testimonianza (non solo per ragazzi, ma per tutti) raccolta con garbo e malizia narrativa dalla giornalista e scrittrice Daniela Palumbo, che lavora per lo storico mensile di strada Scarp de' tenis, e trasformata nel romanzo Fino a quando la mia stella brillerà (Piemme-Il Battello a Vapore, pagg. 200, euro 15,00).
Un lavoro che nasce da una domanda del nipotino Filippo rivolta a Liliana: Nonna, mi racconti di quando eri bambina? e che si avvale della prefazione di Ferruccio de Bortoli, storico direttore del Corriere della Sera. Il quale tiene subito a sottolineare: «Chi salva una vita, salva il mondo intero, recita un detto del Talmud. Ma anche chi racconta la propria vita può contribuire a salvarlo. Soprattutto se è una vita eccezionale. Una vita che ne racchiude idealmente tante altre che non ci sono più».
Una vita che parte da una bambina che scopre, giovanissima, di essere diversa dai suoi compagni perché ebrea e che, da reginella della casa (coccolata dai nonni Olga e Giuseppe, dalla balia Caterina, per non parlare dell'affetto del padre Alberto, ma anche sfiorata dal ricordo di quella madre, di nome Lucia, che era morta quando lei aveva meno di un anno e della quale restavano solo i ritratti), dovrà farsi carico di brutture inenarrabili. Delle quali abbiamo forse «perduto con il tempo la dimensione della loro ferocia oltre che della loro ingiustizia».
Perché Liliana, nel lager, «non era una persona. Era un corpo, per fortuna giovane e integro, capace di resistere al freddo e alla fame. Era un pezzo, con quel numero (75.190) che restò inciso per sempre nella sua pelle. Ma conservò la libertà di pensare, di sognare, di immaginarsi altrove, di aggrapparsi a una stella solitaria nel cielo che copriva un panorama di morte». Anche se, una volta tornata nella sua Milano nell'estate del 1945 (era stato l'amore di suo padre a salvarla dall'inferno), avrebbe faticato, e non poco, a "rientrare" nella normalità. In quanto dimenticare risulta tutt'altro che facile.
A margine annotiamo che Liliana Segre ha deciso di devolvere il ricavato proveniente dai diritti per questo lavoro alla Onlus "Opera San Francesco" per i poveri di Milano. Così come ricordiamo un'altra sua presenza in libreria con La memoria rende liberi (Rizzoli, pagg. 225, euro 17,50), un libro-intervista, firmato in coppia con Enrico Mentana, che in questo caso racconta la sua storia a uso e costume degli adulti. Ovvero il dramma dell'Olocausto letto attraverso le righe di un grande giornalista e raccontato da una delle sue ultime testimoni.

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