Share |

Senza armi ma con i capitali gli stranieri arrivano in Italia e conquistano i nostri brand

Da diversi anni va in scena lo shopping ai danni del patrimonio industriale tricolore. Così si va dalle tedesche Melitta e Heidelberg alle francesi Cristal Union, Lvmh e Lactalis; dalla Whirlpool alla coreana Haitai Confectionery; dalla spagnola Ebro Foods ai qatarioti di Qia sino ai cinesi di Sgid e Suning  


30/07/2018

di Giambattista Pepi


GIAMPIERO PESENTI E IL FIGLIO CARLO

Il 13 luglio le agenzie battevano la notizia che il gruppo tedesco Melitta (un fatturato consolidato 2017 di 1,54 miliardi di euro) aveva acquisito dall’azionista di maggioranza e ceo, Corrado Ariaudo, il 100% di Cuki, la società piemontese che opera nel settore del packaging alimentare con i marchi Cuki e Domopak (un fatturato di 200 milioni di euro, di cui un quarto generato all’estero, a fronte di 503 addetti). 
Subordinata all’approvazione da parte delle autorità antitrust, l’operazione sarà perfezionata nei prossimi mesi. Ariaudo - spiegava una nota della società - continuerà a guidare il gruppo per raggiungere gli “obiettivi di crescita e sviluppo” che saranno definiti anche in funzione delle sinergie in ambito europeo con Cofresco, società interamente controllata da Melitta, attiva nel settore del packaging alimentare in Germania, Regno Unito, Francia, Spagna, Est Europa e Scandinavia e già azionista al 18% della controllata operativa di Cuki, denominata Cuki Cofresco. 
Sempre a luglio il gruppo industriale Maccaferri ha annunciato di essere in procinto di cedere lo zucchero Eridania Sadam (un fatturato di 355 milioni di euro) ai francesi di Cristal Union che già detenevano il 49% della società. L’operazione “si inquadra nel processo di concentrazione in atto a livello europeo, in vista dell’abolizione delle quote di produzione nazionali a partire da ottobre 2017” ha spiegato in un comunicato stampa il gruppo italiano. Per Maccaferri (1,2 miliardi di giro d’affari), che controlla anche Eridania Sadam, si è trattato di una scelta non facile, ma giustificata dall’evoluzione della normativa Ue che, con la piena liberalizzazione del mercato dello zucchero, consentirà un’espansione della produzione da parte delle imprese saccarifere operanti nell’Europa continentale, a scapito dei Paesi, come l’Italia, caratterizzati da condizioni meno competitive. 
Quelli citati sono gli ultimi casi di società italiane acquisite da imprese multinazionali europee e americane, da fondi sovrani arabi o da compagnie pubbliche o private cinesi. In corso da anni, questo “shopping” ha subito un’accelerazione nel decennio della Grande crisi che ha fortemente eroso l’economia nazionale, indebolendo le imprese maggiormente indebitate, con minori margini di crescita, minor grado di internazionalizzazione, scarsa propensione all’innovazione e al marketing, i cui proprietari hanno (in alcuni casi dovuto, in altri preferito), passare la mano cedendone il controllo a società straniere. 
È un buon segno? Dipende dai punti di vista. Sicuramente sì, perché nessuno ha voglia di gettare il denaro dalla finestra comprando una società se non ci vedesse una prospettiva di crescita e di sviluppo magari all’interno di una organizzazione imprenditoriale più grande e più forte. D’altra parte parliamo in diversi casi di società appetibili, che generano ricavi e utili, dispongono di un buon posizionamento nei mercati con brand forti e riconoscibili, producono beni apprezzati e dispongono di maestranze preparate ed esperte. 
La vendita delle imprese italiane agli stranieri, però, può essere letta anche come un cedimento da parte delle famiglie proprietarie storiche che non hanno saputo o voluto rinnovarsi o assicurare una transizione nella successione delle generazioni senza rischi e cadute. Anche se, a volte, cedere una quota significa fare aggregazioni per essere più competitive sui mercati. E, in ogni caso, impedire il collasso di un’impresa significa salvaguardare l’occupazione, lo sviluppo di un comprensorio o una regione, preservare la produzione e tutto ciò che sta a monte di essa, e il marchio e i brevetti industriali della società. 
Ma per tornare allo shopping estero in Italia non bisogna andare molto lontano per pensare ai nuovi acquirenti delle nostre imprese. 
Basti pensare che una delle ultime acquisizioni di un certo peso porta diritto in Germania. Italcementi, lo storico gruppo societario della famiglia Pesenti, è diventato tedesco tre anni fa. Il 29 luglio 2015, infatti, il 45% del gruppo industriale venne ceduto a sorpresa per oltre 1,6 miliardi di euro a Heidelberg. “Non conta il controllo ma lo sviluppo”, dichiarò con filosofia Giampiero Pesenti (nella foto con il figlio Carlo).  L’aggregazione diede vita al primo gruppo mondiale negli aggregati, il secondo nel cemento e il terzo nel calcestruzzo. Un altro “pezzo” nobile dell’industria italiana insomma finì all’estero e si cominciò a scrivere un altro capitolo della storia dell’imprenditoria italiana. 
“E il capitalismo italiano sta a guardare” protestava accorato Massimo Mucchetti, giornalista ed economista, già columnist del Corriere della Sera prima di approdare al Parlamento come senatore eletto nelle file del Pd. “Bisogna avere il coraggio – ha detto Mucchetti - di osare, ma il coraggio come insegnava il curato Don Abbondio, nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, uno non se lo può dare: come dire, o ce l’hai o non ce l’hai. E ci sono imprenditori nostrani che il coraggio non ce l’hanno”.  
Prima di Italcementi, altre grandi griffe dell’industria tricolore erano finiti appannaggio di imprenditori europei ed extra – europei che sanno bene che il “Made in Italy” è un simbolo ovunque apprezzato nel mondo. Come la cessione del 60,4% di Indesit all’americana Whirlpool avvenuta nel 2014, anno che rappresenta l’escalation nel passaggio di marchi storici italiani in mani straniere per effetto della crisi che ha favorito le operazioni di acquisizione dall’industria alla moda fino all’agroalimentare per investimenti stimati in circa 2 miliardi di euro. 
Il passaggio venne formalizzato il 14 ottobre 2014 quando Whirlpool acquistò, attraverso Whirlpool Italia Holdings, una quota del 56% del gruppo di Fabriano (pari al 61,9% dei diritti di voto) da Fineldo e dalla famiglia Merloni, e portò le quote di capitale detenute al 60,4% (66,8% dei diritti di voto), secondo gli accordi che intercorsero tra i due gruppi.  
L’operazione pochi giorni prima era stata preceduta dall’acquisizione della storica gelateria Fassi da parte della società coreana Haitai Confectionery and Foods Company mentre a giugno 2014 l’antico Pastificio Lucio Garofalo siglò un accordo preliminare per l’ingresso nella propria compagine azionaria, con il 52% del capitale sociale, di Ebro Foods, gruppo multinazionale spagnolo che opera nei settori del riso, della pasta e dei condimenti. Nel mese di febbraio 2014 c’era stato l’acquisto da parte di Blackstone, private equity americano, del 20% delle quote di Versace, la terza operazione nella moda dall’inizio dell’anno a finire nel mirino di investitori stranieri, dopo Krizia e Poltrona Frau. 
Andando ancora indietro nel tempo, nel 2013 era stata la volta di Loro Piana ad essere fagocitata dal gruppo francese Lvmh per 2 miliardi di euro. Alla fine del mese di giugno 2013 la stessa multinazionale del lusso Lvmh aveva acquisito una partecipazione di maggioranza nel capitale sociale della pasticceria Confetteria Cova proprietaria della società Cova Montenapoleone Srl, che gestisce la nota pasticceria milanese. 
La Lvmh di Bernard Arnault aveva già in portafoglio Bulgari ed è proprietario di Fendi, Emilio Pucci e Acqua di Parma mentre la sua rivale francese Ppr di Francois-Henry Pinault controlla Gucci, Bottega Veneta e Sergio Rossi. 
E gli odiati-amati “cugini” d’oltralpe avevano già messo a segno il colpo più grosso nell’industria agro-alimentare di casa nostra quando nel 2011 Lactalis aveva acquistato la Parmalat, dopo aver già acquisito in passato la Galbani, la Locatelli e l’Invernizzi, storici brand nostrani conosciuti da tutte le mamme italiane. Ma il made in Italy non poteva passare inosservato nemmeno agli emiri che sono pieni di soldi. 
Così nella moda gli emiri del Qatar si sono assicurati lo scorso anno lo storico marchio Valentino, assieme alla licenza Missoni, mentre nel settore vitivinicolo quest’anno un imprenditore cinese della farmaceutica di Hong Kong ha acquistato l’azienda agricola Casanova - La Ripintura, a Greve in Chianti, nel cuore della Docg del Gallo Nero. 
Tra gli immobili di pregio acquisiti dal Qatar, ci sono i più prestigiosi alberghi di Firenze: il Four Season, all’interno del Palazzo della Gherardesca, e lo storico Grand Hotel Baglioni. A Milano, Qatar Investment Authority si è concentrato sulle sedi delle banche: ha acquistato il palazzo di via Santa Margherita che ospita gli uffici di Credit Suisse e ha partecipato ad un fondo costruito ad hoc per valorizzare un portafoglio di filiali di Deutsche Bank. Con la scalata dal 40% al 100% del progetto immobiliare di Porta Nuova a Milano, il complesso di grattacieli, ponti e spazi verdi dal valore di mercato stimato in circa 2 miliardi di euro, lo shopping immobiliare del fondo sovrano del Qatar in Italia comincia a farsi rilevante. Risale al 2012, l’investimento “shock” con cui il fondo sovrano ha rilevato dalla Colony Capital di Tom Barrack nientemeno che la Costa Smeralda per una spesa di circa 600 milioni per quattro alberghi di lusso e terreni non edificati. 
Nel novero dei progetti in Italia, ora c’è anche un ospedale. In Sardegna il progetto per l’ospedale ex San Raffaele di Olbia, che coinvolge la Qatar Foundation, ha subito recentemente un’accelerata: l’emiro del Qatar ha intenzione di investire 1,2 miliardi di euro per realizzare un centro di cura e di ricerca di eccellenza a livello internazionale. Nel mondo, gli investimenti di Qia spaziano dai grandi magazzini di Harrods all’aeroporto di Heathrow, dal Banco Santander alla Agricultural Bank of China. Recentemente, una delle ultime operazioni di Qatar Investment Authority, veicolo presieduto dall’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, è stato l’ingresso nel capitale di Inalca, la società del gruppo Cremonini, insieme al Fondo Strategico Italiano (società di investimento di capitale di rischio con circa 4,4 miliardi di euro di capitale, il cui azionista strategico è la Cassa Depositi e Prestiti che detiene l’80% della società) con un investimento di 165 milioni. Nel 2012, non direttamente con la Qia ma attraverso una scatola societaria chiamata Mayhoola for investment, i reali del Qatar hanno comprato la maison Valentino per la cifra di 700 milioni di euro. 
Un capitolo a parte è quello dello shopping cinese in Italia. Le aziende del settore energetico, Snam e Terna sono diventate un po’ cinesi nel 2014. Per la precisione il 31 luglio l’ex AD della Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini, e il Presidente di State Grid International Development Limited (SGID), Zhu Guangchao hanno firmato l’accordo per la cessione a SGID di una quota del 35% del capitale sociale di CDP RETI Spa (interamente di proprietà di CDP, che detiene a sua volta una quota del 30% di Snam) al prezzo di 2.101 milioni di euro. E poi il 4 dicembre 2014 il Fondo Strategico Italiano ha perfezionato l’operazione di cessione del 40% di Ansaldo Energia a Shanghai Electric Corporation (“SEC”), leader mondiale nella produzione di macchinari per la generazione di energia e attrezzature meccaniche. A seguito dell’operazione, FSI detiene il 44,84% di Ansaldo Energia. La partnership con SEC consentirà ad Ansaldo Energia di imprimere un’accelerazione allo sviluppo internazionale delle attività, con positive ricadute occupazionali a livello di indotto. 
E sempre a proposito dello “shopping” cinese in Italia va ricordato che tra i principali azionisti della Fiat (oggi FCA) si annovera con il 2% la People’s Bank of China, che a quanto si vocifera, non disdegnerebbe di arrotondare la sua partecipazione. L’ultima ciliegina sulla torta delle acquisizioni cinesi in Italia è avvenuta nel 2016 quando l’imprenditore Zhang Jindong, a capo di Suning Holdings Group Company, multinazionale che opera nel settore della vendita di elettrodomestici e prodotti elettronici con un fatturato nel 2017 di 412,95 miliardi di renminbi (circa 55 miliardi di euro) ha acquistato il 68,55% dell’Internazionale di Milano, una delle società calcistiche di maggiore prestigio del mondo, diventandone l’azionista principale. 

(riproduzione riservata)