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Sergio Romano: «La crisi durerà, ma restiamo calmi: l'Italia il Governo ce l'ha»

Ci vorrà tempo per trovare una soluzione. Nell’ipotesi peggiore servirà un Esecutivo che riscriva la legge elettorale. Ma nel processo di riforma dell’Eurozona e nella difesa degli interessi economici minacciati da Trump l’Europa potrà contare sul nostro contributo   


06/03/2018

di Giambattista Pepi


Il Rosatellum? “Un fallimento, ma non è una novità”. La crisi per la formazione del nuovo governo?  “Sarà lunga. Ma che fretta c’è? L’Italia un Governo in carica ce l’ha ancora ed è apprezzato e amato in tutta Europa”. I mercati? “Si sono assuefatti all’anomalia italiana, la considerano una sorta di regola”. Sergio Romano - storico, scrittore, giornalista e diplomatico - nelle risposte all’intervista concessa a Economia Italiana.it non è mai scontato. E, soprattutto, non è un uomo di mezze misure: o dentro, o fuori. 
Lui che è stato protagonista di una carriera diplomatica brillante, interrotta bruscamente nel 1989 a Mosca con le dimissioni in seguito a contrasti con il Governo presieduto dal democristiano Ciriaco De Mita. Da quel momento sarebbe diventato un apprezzato commentatore di prestigiose testate giornalistiche nazionali (La Stampa, Panorama, Limes, Il Mulino). Inoltre collabora dal 1999 al Corriere della Sera, sul quale, dal 2 gennaio 2005 al 31 dicembre 2016, ha tenuto una rubrica di lettere con i lettori, incentrata su temi storici, politici e di attualità. Inoltre è stato anche docente all’Università della California e di Harvard, nonché negli atenei di Pavia, Sassari e della Bocconi di Milano.  

Che Italia esce dal voto? 
Esce un’Italia sempre più ingovernabile. La legge elettorale ha dimostrato quello che avevamo capito da tempo e, cioè, che non avrebbe mai funzionato. Considerato che nessuna coalizione ha ottenuto la maggioranza, si determinerà una lunga crisi che potrà concludersi quando avremo verificato l’impossibilità di creare una coalizione di governo.

Si sta dunque riproducendo in Italia ciò che è avvenuto nelle elezioni tedesche dell’anno scorso? 
Certamente, ma non solo in Germania. Abbiamo avuto fenomeni analoghi in Belgio anzitutto, addirittura la crisi durò più di un anno, e poi anche in Spagna. In altre parole stiamo ripercorrendo una strada che conosciamo, perché ci sono precedenti importanti. E come già accaduto in quelle circostanze si va avanti cercando di verificare la possibilità di comporre questa o quella coalizione. Poi, quando alla fine ci si sarà accorti che questa coalizione non è componibile, si tornerà alle urne. Probabilmente con un Governo destinato a sovraintendere alla scrittura di una nuova legge elettorale.

Non è paradossale che il Rosatellum abbia fallito entrambi gli obiettivi che perseguiva: da un lato, garantire la governabilità e, dall’altro, dare adeguata rappresentatività agli elettori? 
Sì. I commentatori che avevano esaminato la legge avevano messo in guardia l’opinione pubblica dai rischi che con essa forse si sarebbe avuto uno specchio del Paese per lo meno fedele, ma non certamente una formula di governo.

Scampate le paure del 2017 con le sconfitte di Wilders in Olanda e Le Pen in Francia, incassata la Grande Coalizione in Germania, le preoccupazioni per Bruxelles arrivano dall'Italia con il successo delle forze euroscettiche. Questo scenario che potrebbe mettere in discussione il cammino tenuto finora dall'Italia nell’Unione e aprire una frattura in Europa? 
Naturalmente spero che questo non accada. Ma attenzione, se davvero l’Italia cedesse a tentativi di politica euroscettica o eurofobica, bisognerebbe che ci isolassimo, perché noi abbiamo constatato che generalmente anche nei Paesi in cui si faticava a trovare formule di governo i princìpi dell’integrazione europea non erano messi in discussione. In Italia vi sono ormai forze politiche oggi rappresentate a Bruxelles: il Movimento 5 Stelle e la Lega che sono fortemente euroscettiche. Quindi forse lei ricorderà quello che aveva detto il presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker. Era stato molto criticato da noi per il modo in cui aveva esternato le sue preoccupazioni sulle elezioni italiane, ma aveva ragione a essere preoccupato.

Le conseguenze sul futuro dell'Unione appaiono evidenti: assieme a Germania e Francia, l'Italia gioca un ruolo fondamentale nel cantiere aperto delle riforme, da quella dell'Eurozona al nuovo trattato di Dublino. Allontanarsi dall'asse franco-tedesco potrebbe spingerla inesorabilmente verso l'isolamento? 
Ma è proprio questo il problema. Naturalmente noi non facciamo parte dell’asse franco-tedesco, anzi ce ne siamo lamentati in passato quando qualche volta siamo stati messi di fronte a delle situazioni, a dei fatti compiuti. Ma non bisogna dimenticare che l’asse franco-tedesco ha anche favorito certi progressi che sono stati realizzati perché Francia e Gran Bretagna si erano messi d’accordo prima su soluzioni che abbiamo finito, più o meno tutti, per accettare. Ora l’Italia non ha mai avuto un ruolo determinante. L’Italia è necessaria ai progressi dell’Europa, ma non ne è mai stata il motore se non molti anni fa. E allora? Francesi e tedeschi stanno lavorando sul testo della riforma che dovrebbe essere pronto tra due mesi. Verrà naturalmente discusso dal Parlamento europeo, verrà sottoposto ai governi, ma questo testo prevede soprattutto dei progressi soprattutto in materia di Unione monetaria e per quanto attiene il Bilancio europeo. Quindi è concentrato sulle questioni economico-finanziarie. In ogni caso il Governo italiano dovrà essere coinvolto e dovrà dare la sua approvazione. È lì che noi corriamo il rischio di non essere in grado di partecipare a questo passo avanti, non dico storico ma certamente fondamentale, che Francia e Germania cercano di far fare all’Europa in questo momento.

C’è un’altra sfida, sia pure in fieri, che riguarda l’Europa. Si tratta di capire come dovrà comportarsi se il presidente Usa, Donald Trump, in materia di dazi all’importazione dovesse passare dalle parole ai fatti. In questo momento non occorrerebbe che l’Europa si presentasse compatta e determinata a far valere i suoi diritti con una presenza convinta e attiva dell’Italia? 
Sì. Assolutamente. Debbo, però, dire che non sono molto preoccupato dalla possibilità che sorgano in Europa delle divergenze o dei dissensi sul modo in cui reagire a Trump. Sappiamo tutti che i partiti nazionalistici e populistici che hanno dimostrato in questi ultimi mesi una sorta di simpatia per Trump, quasi una certa affinità nelle idee, nei programmi che porta avanti, però né i grillini, né la Lega, né Fratelli d’Italia possono essere in questo momento insensibili a misure adottate da Trump che danneggerebbero l’economia italiana ed europea. Perché, piaccia o non piaccia, l’economia italiana è fondata sulle esportazioni. E un Paese esportatore non può non essere preoccupato dalle misure protezioniste di Trump. Perché noi sappiamo già da vecchia esperienza che quando un Paese, soprattutto così importante come gli Stati Uniti, adotta delle misure protezionistiche, questo non fa che innescare un processo di ritorsione da parte delle altre nazioni, pronte a ribattere con misure altrettanto protezionistiche. Sappiamo che anche la Cina reagirà. Così come sappiamo che a Bruxelles è in corso una consultazione sul modo come reagire alle proposte di Trump. Da questo punto di vista non sono preoccupato perché ho l’impressione che anche se l’Italia in questo momento è ingovernabile per la pluralità delle forze in campo, sul problema dei dazi la posizione dovrebbe essere comune a tutti i Paesi europei.

Stante l’impasse che segue inevitabilmente alle elezioni, e la cui durata è difficilmente prevedibile, può avere un impatto sui mercati e ostacolare il processo di ricrescita della nostra economia che sappiamo essere reduce da una lunga e profonda crisi quasi decennale? 
Sì. Debbo dire che per il momento i mercati non sembrano avere reagito nervosamente. Vedremo nei prossimi giorni volteranno pagina. Al momento stanno alla finestra, stanno ad aspettare di avere elementi sufficienti per trarne delle conclusioni definitive. Detto questo il rischio esiste nel caso in cui la crisi italiana diventasse il sintomo di una più grande crisi europea: allora una reazione dovremmo certamente aspettarcela.

Potremmo concludere con una battuta la nostra conversazione sostenendo che all’anormalità italiana i mercati sono in qualche modo assuefatti? 
In un certo senso sì. Debbo dire che c’è un altro aspetto della cosa che in qualche modo tende a tranquillizzarci, a sperare di evitare il peggio. Noi abbiamo un buon Governo in questo momento (Gentiloni - ndr). Un governo con la testa sulle spalle e i piedi per terra. Un Governo che è apprezzato e amato in Europa. Siccome la crisi sarà probabilmente lunga, il Governo rimarrà in carica e allora i Paesi che ci guardano, che vorrebbero sapere come saremo governati in futuro, hanno comunque ancora un valido interlocutore che li può rassicurare. Sanno che questo Governo e questo presidente della Repubblica fino a quando ne hanno la possibilità e i poteri non prenderanno mai delle posizioni antieuropeistiche.

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