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Si chiama Penelope, è stata pubblico ministero e ora è una donna allo sbando in cerca di riscatto

Dalla penna di Gianrico Carofiglio una figura femminile, dura e fragile, che non mancherà di lascare il segno


15/02/2021

di LUCIO MALRESTA


Gianrico Carofiglio, una garanzia narrativamente parlando. In quanto capace di plasmare briciole di materia grezza per trasformarle in storie mai banali, quasi sempre di piacevole quanto intrigante leggibilità. Canovacci che inducono il lettore a fare le ore piccole per rendersi conto di come il gioco delle parti centrerà il bersaglio, per vedere come le indagini andranno a finire. Ma anche per farsi amici, nel bene e nel male, i suoi personaggi. Che non sono solo quelli più noti, come il brillante avvocato Guido Guerrieri, che è diventato seriale tenendo banco per ben sei volte. Ovvero in Testimone inconsapevole, Ad occhi chiusi, Ragionevoli dubbi, Le perfezioni provvisorie, La regola dell’equilibrio e La misura del tempo
Di fatto la bravura di Carofiglio è anche quella di saper diversificare, abbracciando tematiche controcorrente e avendo peraltro l’adeguata caratura per farle diventare appetibili. Giocando sulle emozioni, certo, ma soprattutto attingendo a tinte forti la penna nel campo della Giustizia visto il suo precedente ruolo di magistrato. Facendo inoltre collimare in maniera certosina i pezzi di una storia, a prima vista lontani anni luce, puntando sugli approfondimenti. 
Qualità che lo hanno portato a diventare un numero non solo in Italia e che gli sono valsi non pochi riconoscimenti. Come un Bancarella, un Premio Selezione Campiello, un Lido di Camaiore, un Piero Chiara, uno Scerbanenco-La Stampa e via dicendo. Oltre a essere tradotto in 26 lingue, alcune delle quali decisamente fuori target, come swahili, vietnamita, giapponese e turco. 
Lui portatore di un’ulteriore consacrazione: quella di essere entrato in questi ultimi giorni nella nobile schiera degli autori firmatari della collana Il Giallo Mondadori con La disciplina di Penelope (pagg. 186, euro 16,50). Un romanzo imbastito su una donna fragile e al tempo stesso dura quanto basta, un omicidio irrisolto e un padre in cerca della verità. Di fatto una protagonista dai “tratti epici, carica di rabbia e di dolente umanità”. 
Penelope appunto, per gli amici soltanto Penny (un nomignolo da lei detestato prima di farci l’abitudine), una donna ancora bella che non disdegna di portarsi a letto uomini appena incontrati. E a tenere banco nelle sue “giornate sprecate”? Un tranquillante e l’immancabile razione di alcool: che sia vino, bourbon o Jack Daniel’s poco importa. Fortuna vuole che abbia l’occasione per rimettersi in gioco e ritrovare se stessa. Proponendosi al lettore come una donna ricca sì di difetti, ma che finirà per rimanere a lungo nel cuore. Logico quindi un suo ritorno in scena: “In prima battuta - precisa Carofiglio - non avevo infatti pensato di farla diventare un personaggio seriale, ma visti i riscontri credo proprio che un seguito ci sarà…”. 
Cosa succede in questa storia è presto detto. Penelope si sveglia nel letto di uno sconosciuto del quale a malapena ricorda il nome. Una ennesima notte buttata al vento, come ben sa. Così se ne va via in silenzio attraverso le strade livide dell’autunno milanese. Lei che era uno stimato pubblico ministero, sin quando un misterioso incidente aveva messo drammaticamente fine alla sua carriera. Fortuna vuole che un giorno si presenti da lei un tizio che era stato ingiustamente indagato per l’omicidio della moglie, uccisa con un colpo di pistola alla nuca. Le indagini non erano approdate a nulla e il procedimento si era concluso con l’archiviazione, ma senza cancellare i terribili sospetti su di lui. 
Si tratta quindi di un uomo innocente, che vuole giustizia. Il quale le chiede di occuparsi del suo caso sia per recuperare l’onore perduto che per sapere cosa rispondere alla sua bambina quando, una volta cresciuta, gli chiederà della madre. 
Dopo un iniziale rifiuto, Penelope si lascia convincere, complice l’insistenza di un vecchio amico, un cronista di nera che era stato anche suo collaboratore (ovvero Barbagallo, alias Mano di Pietra). Un tipo un po’ strambo che era in debito con lei. Comincia così un’appassionante investigazione che si snoda fra i meandri che si dipanano a raggiera dal centro verso la periferia di una Milano avvolgente e ombrosa, peraltro sorretta - o se vogliamo dilaniata - dai ricordi di una vita che non torna. 
Risultato? Un romanzo “ritmato da una scrittura che non lascia scampo” da leggere in una notte, che ci regala l’ennesimo personaggio, vincente quanto gratificante, oltre a un finale davvero inaspettato. Un lavoro segnato da una vena malinconica che, quasi senza darlo a vedere, induce anche a profonde riflessioni su quel che ci può succedere. 
Per la cronaca - riprendiamo da una nostra precedente intervista -  Gianrico Carofiglio (magistrato e politico pugliese, oltre che romanziere e saggista) è nato a Bari il 30 maggio 1961, figlio di Nicola, di professione ingegnere, e della scrittrice Enza Buono (“Non so quanto il lavoro di mamma abbia potuto incidere sulla mia formazione; di sicuro non ho mai concepito la mia vita senza libri”). Non bastasse il fratello Francesco si propone a sua volta autore, illustratore e regista: ed è con lui che, nel 2007, Gianrico aveva firmato il romanzo grafico Cacciatori nelle tenebre
Sicuramente una figura fuori dagli schemi il “nostro” Carofiglio, portatore di una laurea in Giurisprudenza e di una giovinezza, diciamo così, alquanto vivace; un raffinato cultore della parola, segnata da “una certa dose di vanità”, pronto ad ammettere di portarsi al seguito alcuni difetti (“Sui quali cerco da tempo di lavorarci”) compensati da diversi pregi (ad esempio “non sono capace di portare rancore; tendo infatti a superare i torti, anche se non me li dimentico”). 
Lui pronto a stigmatizzare come un errore la violenza verbale, oltre a riconoscere come una sconfitta possa cambiare la vita (“A me successe nel 1998, quando per un solo voto non entrai nel Comitato scientifico del Csm. Così l’anno successivo mi misi a scrivere...”). 
E ancora: una penna con il dono dell’ironia incorporato (“A me piace scrivere di tutto, per di più sono anche pagato per farlo”); che a suo dire ha vissuto molte vite; che ama la lettura, il cinema, la musica e, a sorpresa, anche i giochi di prestigio (“Giocherellare con palle e clavette, in certi momenti, mi aiuta a rilassarmi”); che sin da ragazzino si era dedicato al karate (“Iniziai a praticarlo per difesa personale a 14 anni. Ero mingherlino e due anni dopo, quando un compagno sbruffone mi minacciò, gliele suonai di santa ragione”). 
Magistrato dal 1986 - ha lavorato prima come pretore a Prato, quindi come Pm a Foggia e infine ha rivestito il ruolo di Sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Bari - nelle elezioni dell’aprile 2008 entrò in Parlamento come senatore in forza al Partito Democratico (“In ogni caso nessuno ha mai potuto accusarmi di essere una toga rossa, tanto più che la mia elezione era più legata al mio ruolo di scrittore che non a quello di magistrato”). 
Accantonato il passaggio in politica e richiamato in servizio presso il tribunale di Benevento, decise però di declinare l’incarico. “Per correttezza, in quanto avevo iniziato a scrivere a tempo pieno: quello di magistrato non poteva quindi proporsi come un secondo lavoro”. Una decisione che comunque si porta ancora al seguito briciole di nostalgia, in particolare “per l’attività di investigatore”, benché tuttora ritenga di aver fatto bene a lasciare. 
Lui che nella narrativa aveva debuttato nel 2002, quando Sellerio gli pubblicò Testimone inconsapevole (“La mia prima speranza - minimizza - era che almeno qualcuno, questo romanzo, finisse per leggerlo”), in tal modo aprendo la strada - complice il debutto del citato avvocato Guerrieri - al filone dei legal thriller all’italiana. Con milioni di copie vendute al seguito.

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