Share |

Si può a novant'anni trovare ancora una buona ragione per vivere?

La torinese Margherita Giacobino dà voce a una storia potente, quella di una “vecchia” che sfodera gli artigli per difendere una giovane badante


03/12/2018

di Arne Lilliput


È una storia d’amore e di solitudine, di umanità e di divertimento, di anni sul confine dell’aldilà e di altri dal sapore di giovinezza. Una storia di differenze, quella imbastita da Margherita Giacobino, capace di intrigare, catturare e far sognare il lettore. Una storia che in ogni caso lascia il segno sin dalle prime pagine. Una storia di quotidianità che vede in scena una anziana donna e la sua badante straniera unite, pur nella grande differenza di età, da un feeling esistenziale. Pronte a scoprire, per vie differenti, che la vita vale ancora qualcosa. 
Risultato? Un romanzo, L’età ridicola (Mondadori, pagg. 270, euro 19,00), che corre a cento all’ora; che trascina al sorriso e al tempo stesso induce alla riflessione; che ci regala un personaggio da antologia pronto a entrare, in men che non si dica, nell’immaginario del lettore. Perché l’autrice, nata a Torino nel 1952 (città dove vive occupandosi fra l’altro di letteratura e cultura lesbica), è anche, oltre che saggista, una raffinata traduttrice di numeri uno come Emily Brontë, Gustave Flaubert, Margaret Atwood, Dorothy Allison e Audre Lorde. Ferma restando una sua collaborazione alla rivista satirica online Aspirina
Lei che, sugli scaffali, aveva debuttato nel 1993 con Un’americana a Parigi, edito dalla Baldini & Castoldi e firmato con il nom de plume di Elinor Rigby. Lei che, a seguire, avrebbe dato voce a diversi altri lavori, come La morte è giovane (firmato con lo pseudonimo di Rita Gatto e pubblicato da Salani), L’uovo fuori dal cavagno pubblicato da Eliot e, per i tipi della Mondadori, Ritratto di famiglia con bambina grassa e Il prezzo del sogno
Detto questo, spazio alla trama de L’età ridicola. Dove incontriamo subito una novantenne che vive sola - a Torino, ci mancherebbe - con un gatto, a sua volta piuttosto anziano, chiamato Veleno. Come età vuole, la nostra protagonista è alle prese con mille acciacchi, amiche smemorate come Germana e la coetanea Malvina (in questo pure lei ci mette del suo), dita artritiche che faticano a tenere in mano le cose. Ma anche alle prese con i ricordi di un amore finito, la sua amatissima Nora, morta ormai da diversi anni. Insomma, una povera vecchia che ha poco da spartire con il mondo reale, che si limita a tenere conto dei suoi nuovi malanni, ad ascoltare alla radio una sfilza continua di violenze e catastrofi che la indispettiscono. 
Una vecchia che non ha mai voluto essere chiamata signora, perché signora non si è mai sentita. Una vecchia decisamente stanca di vivere, stanca come un vecchio lombrico di cimitero. Anche se ha ancora qualcosa da spartire con il mondo reale, qualcosa per cui non arrendersi. Ovvero Gabriela, “un grumo di gioventù operosa proveniente dai Paesi dell’Est e sopravvissuto a una sgangherata odissea familiare”, condita di parenti terribili il cui solo scopo sembra essere quello di estorcerle denaro. In primis quel dannato cugino di Dorin, aspirante terrorista, che non manca di impaurirla in quanto lei si rifiuta di sposarlo. 
“In costante dialogo amoroso con la morte (ha anche provato a farla finita a comando, come i saggi orientali, ma non ci è riuscita), la vecchia suo malgrado è ancora piena di energia, e si prende cura di ciò che le resta dell’amore: ovvero il decrepito Veleno e la sua amica svaporata, che nel frattempo è stata “deportata” dai parenti serpenti in una casa di riposo. E quando oscure minacce incombono su Gabriela, la vecchia leonessa, pur fisicamente acciaccata, non ci pensa due volte a sfoderare gli artigli per difendere ciò che le è caro”.

(riproduzione riservata)