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Sono tornati "I bassotti", i gialli da salvare voluti da Marco Polillo

Dopo una pausa di riflessione legata a un possibile cambio di casacca, ecco di nuovo sugli scaffali i libri che hanno segnato la narrativa degli ultimi 150 anni


27/06/2016

di Mauro Castelli


Come spesso succede, tutto nasce per caso. «Era il 1995 e io - racconta l’editore e scrittore Marco Polillo - mi trovavo a vivere un poco gratificante esilio dorato in quel di Roma. Ma andiamo con ordine. Mio padre Arrigo, grande esperto di jazz, era stato direttore del personale alla Mondadori. Mio zio Sergio, un uomo di grande levatura, ne era arrivato addirittura alla presidenza. Potevo io non lavorare, vista la storia di famiglia, per questo grande gruppo editoriale? Fu così che nel 1973, dopo essermi laureato in Legge, ne entrai a far parte arrivando a ricoprire il ruolo di direttore generale della Divisione libri. Sin quando, nel 1984, decisi di accasarmi alla Rizzoli, dove restai per tre anni. Tornato in Mondadori mi trovai a vivere la grande battaglia di Segrate, ma avendo vinto la fazione della quale non facevo parte, venni esiliato nella Capitale dove avrei dovuto occuparmi di cinema. In realtà, mi trovai alla periferia dell’Impero a non fare nulla».
Fu così che Polillo - il quale ha recentemente ricoperto anche la carica di presidente della Associazione Italiana Editori - nel 1995 decise di andarsene, con l’intento di dare vita a una nuova casa editrice: appunto la Polillo, che si sarebbe dovuta occupare di narrativa straniera contemporanea nell’ambito dell’intrattenimento e dell’evasione, con un occhio comunque puntato sui gialli. «Ma siccome i grandi autori di bestseller erano già tutti accasati al top, ed erano comunque economicamente al di fuori della mia portata, decisi di puntare sulle seconde migliori linee a disposizione. La qual cosa per un po’ funzionò. Almeno sino a quando entrarono sul mercato nomi come quelli di Einaudi, Garzanti, Piemme e altri, che fino allora non si erano occupati di questo genere di narrativa, e a me rimasero in tasca soltanto le briciole».
A quel punto, a fronte di un mercato ancora promettente per i gialli, Polillo decise nel mese di giugno 2002 di pubblicare «i primi quattro titoli» di una piccola biblioteca di libri classici da salvare, appunto I bassotti. In effetti «si trattò di una scelta felice, intesa a proporre al pubblico delle librerie una produzione pressoché irripetibile, e magari introvabile, attingendo soprattutto dalla grande tradizione anglo-americana. In altre parole rivalutando un genere che resisteva con successo da oltre 150 anni e nel quale si erano cimentati, fra gli altri, poeti, economisti, storici, scienziati e filosofi. Con una attenzione particolare all’età d’oro del mistery, dando voce, oltre ad autori molto conosciuti, anche a quelli poco noti ma di grandi qualità, quegli stessi che avevano contribuito ad aprire la strada al thriller moderno. Romanzi che ancora oggi - come Il caso dei cioccolatini avvelenati di Anthony Berkeley, ma è soltanto un citare - continuano a essere venduti molto bene».
Tutto bene, quindi, almeno sino al secondo semestre del 2011, «quando mi sarei trovato, un male comune, a far di conto con una robusta crisi delle vendite, discesa diventata irreversibile alla fine del 2012, con un continuo chiudere i battenti di chissà quante librerie. A quel punto, sia pure senza fretta e puntando su una politica risparmiosa, iniziai a guardarmi intorno. Ma nessuno sembrava interessato. A metà del 2014 trovai però la controparte che ritenevo giusta, ovvero un piccolo gruppo che editava soprattutto libri per bambini e ragazzi, il quale voleva allargare il proprio raggio d’azione. Le premesse erano positive, in quanto disponeva di un magazzino e di una adeguata rete commerciale. In altre parole questa realtà non avrebbe avuto costi aggiuntivi, semmai significativi risparmi. Peccato che dopo molte chiacchierate - quando ritenevo che ormai l’affare fosse concluso a far data primo gennaio 2015 - siano spuntate impreviste clausole contrattuali che, a dire il vero, sembravano essere state inserite più per far saltare l’intesa che per oggettiva necessità».
Risultato? «Mi trovai per tre mesi fuori dal mercato, con una attività in stallo, senza una rete di vendita e senza distribuzione. Così mi dovetti rimboccare le maniche con una corposa ristrutturazione, concentrandomi sui titoli di catalogo, abbandonando la collana I Mastini che era in perdita e puntando solo sui Bassotti e sulla collana umoristica I Jeeves (quella imbastita sul giovane e tonto Bertie Wooster nonché sul suo geniale e onnisciente maggiordomo Jeeves), le cui opere avevo acquistato diversi anni prima e si erano praticamente esaurite. Ora le sto ristampando tutte. E fortunatamente stanno andando bene».
Così come si stanno riprendendo le vendite de I bassotti (sempre corredati di un approfondito profilo dei vari autori), nonostante qualche inceppo distributivo in via di risoluzione. Si tratta infatti di una collana imperdibile che, negli ultimi tempi, si è arricchita di otto nuovi titoli, che intendiamo proporre ai lettori, in quanto tutti di ottima levatura.

Iniziamo quindi con una chicca da non perdere, ovvero Il cadavere in pantofole (pagg. 294, euro 15,90, traduzione di Bruno Amato), uno straordinario rompicapo scritto nel 1936 dall’inglese R.A.J. Walling (dove R sta per Robert, A per Alfred e J per John). Un autore che aveva iniziato a scrivere il suo primo poliziesco - «soltanto per divertimento» - all’età di 58 anni, vale a dire Dinner-Party at Bardolph’s. Lui che era nato a Exeter nel 1869 per poi lasciare questo mondo nel 1949; che aveva seguito le orme paterne come giornalista, sino a diventare direttore del Western Indipendent di Plymouth; che si era inventato Philip Tolefree, un intrigante investigatore privato che si nascondeva sotto i panni di un agente assicurativo. E che nel romanzo che stiamo proponendo si trova alle prese con la sua settima indagine, imperniata su una misteriosa lettera - con tanto di messaggio in codice - inviata a un famoso scrittore, avventuriero nonché esploratore. Una vicenda che porterà alla dimora di campagna di un ricco industriale, dove tempo prima un ospite si era inspiegabilmente suicidato con un colpo di pistola. Ma si era davvero ucciso o si era invece trattato di un omicidio?

Di estrazione inglese anche Quella cara vecchietta (pagg. 250, euro 15,40, traduzione di Dario Pratesi), un lavoro inedito in Italia che risale al 1938, uscito dalla penna di Belton Cobb (1892-1971), dipendente della casa editrice Longman, nell’ambito della quale era arrivato a ricoprire il ruolo di direttore vendite. Ferme restando alcune collaborazioni giornalistiche con riviste e giornali. Di certo una penna felice che aveva debuttato nella narrativa di settore nel 1936 con No Alibi, inventandosi la figura dell’ispettore Cheviot Burmann di Scotland Yard e molti altri personaggi. Lui che, strada facendo, avrebbe dato alle stampe ben 54 mistery. Ma di cosa si nutre Quella cara vecchietta? Di un lascito testamentario da parte di un’anziana signora, tale Mrs. Sprague, nei confronti di Emma, la sua dama di compagnia e all’occorrenza anche infermiera: l’unica condizione è che resti al suo servizio sino al momento della dipartita. Succede però che le condizioni della donna si aggravino e il medico curante ritenga necessario ingaggiare un’infermiera più qualificata. Il che significa, per Emma, doversene andare e rinunciare al lascito di duemila sterline. Come evitarlo? Certo, se la malata morisse subito… Ma all’onesta Emma una soluzione di questo genere non passa nemmeno per il cervello. Eppure, quella stessa notte, Mrs. Sprague finisce i suoi giorni. La causa? Avvelenamento da morfina e nessuno, tranne Emma, avrebbe potuto preparare la dose letale. Ma allora come sono andate realmente le cose?    

Proseguiamo, consigliando quello che in molti hanno etichettato - come le penne calde di Ellery Queen e di John Dikson Carr - «il più bel racconto giallo di tutti i tempi». Vale a dire Le mani di Mr. Ottermole (pagg. 48, euro 6,90, traduzione di Giovanni Viganò), firmato dal londinese Thomas Burke (1886-1945), un autore che in gioventù aveva dovuto subire la durezza dell’orfanatrofio (era rimasto orfano di padre poco dopo la nascita), la qual cosa lo avrebbe condizionato quando iniziò a scrivere - mentre lavorava come ragazzo d’ufficio, quindi come segretario in un teatro, commesso in una libreria e infine impiegato presso l’agenzia letteraria di Frank Casenove - crime stories violente, da alcuni ritenute anche immorali, ambientate nella Chinatown della capitale inglese. Racconti proletari, in buona sostanza, che riscossero un notevole successo, sino a essere travasati, in un paio di occasioni, sul grande schermo dal noto regista americano D.W. Griffith. A tenere banco in questo racconto è il vecchio Mr. Whybrow, che in una fredda giornata di gennaio sta tornando a casa - sita in un vicolo cieco e con tanto di guardia all’estremità aperta - già pregustando il tepore del caminetto. E una volta arrivato, mentre sta salutando la moglie, la porta è scossa da un colpo secco…

A questo punto attraversiamo l’Atlantico per incontrare Lange Lewis, al secolo Jane Lewis, scrittrice originaria di Los Angeles (dove era nata il 10 settembre 1915 per poi morire a Shernan Oaks, sempre in California, il primo febbraio 2003). La quale - tre anni dopo aver conseguito una laurea presso la University of Southem California, dove peraltro aveva conosciuto il futuro marito, il fotoreporter Mal Bissel - aveva esordito nella narrativa di settore con Delitto fra amici, il primo dei cinque romanzi con protagonista Richard Tuck, della squadra omicidi della polizia della Città degli Angeli. Un ispettore che troviamo in scena in Compleanno con delitto (pagg. 222, euro 15,40, traduzione di Marisa Castino Bado), un lavoro del 1945 «praticamente perfetto», a sua volta inedito nel nostro Paese, ai tempi molto apprezzato dalla critica. La trama si nutre di una storia d’amore (fra una affermata scrittrice e sceneggiatrice, Victoria, e Albert, regista sulla rampa di lancio) ambientata fra le esistenze dorate di Beverly Hills; di un compleanno indimenticabile, ma per le ragioni sbagliate; di un avvelenamento a base di fluoruro di sodio con le stesse modalità descritte nel libro di Victoria (quello che sta per essere portato sul grande schermo dal marito); di una godibile orchestrazione; di una scrittura a pronta presa; di un inaspettato finale. Un caso certamente difficile per l’ispettore Tuck, il quale riuscirà a trovare la chiave d’accesso alla soluzione del mistero grazie alle sue raffinate quanto acute doti investigative.

Altra penna a stelle e strisce da imparare a conoscere e apprezzare è quella di Hilda Lawrence (Baltimora 1906 - New York 1976), nom de plume di Hildegarde Kronmiller, figlia di un membro del Congresso degli Stati Uniti, inizialmente lettrice di testi per non vedenti, quindi al lavoro nella redazione della casa editrice MacMillan e in seguito in quella della rivista Publishers Weekly, fermo restando un impegno da sceneggiatrice radiofonica. Lei che, narrativamente parlando, utilizzò il cognome del marito, appunto il commediografo Reginald Lawrence, conservandolo anche dopo l’avvenuto divorzio. Avida lettrice di gialli, iniziò a scriverne di suoi in quanto millantava «di fare sempre più fatica a trovarne di buoni in circolazione». Fu così che nel 1944 diede alle stampe Sangue nella neve (pagg. 298, euro 15,90, traduzione di Sara Caraffini), un romanzo ricco di atmosfere e di suspense che approda per la prima volta sui nostri scaffali, nel quale debutta l’astuto investigatore privato Mark East, coadiuvato nelle indagini da due anziane quanto arzille zitelle vicine di casa, Miss Pond e Miss Petty. Tutto si svolge in una villa dislocata in una remota località di montagna, dove a tenere banco è una ricca coppia con due bambine, un maggiordomo, una cuoca-governante e due giovani cameriere. A completare il cast un anziano quanto irascibile archeologo che, con la scusa di aver bisogno di un segretario, ingaggia East, benché in realtà abbia bisogno di una guardia del corpo. Non a caso la neve che sta cadendo è destinata ben presto a tingersi di rosso…     

Altrettanto piacevole e intrigante è il mistery scritto da Alan Thomas, all’anagrafe anche Ernest Wentworth, del quale Polillo propone Morte in ascensore (pagg. 270, euro 15,90, traduzione di Dario Pratesi), primo dei sedici lavori scritti (anche se in realtà soltanto nove possono essere considerati gialli veri e propri, in quanto gli altri hanno connotazioni criminali marginali). Un romanzo pubblicato nel 1928 e accolto dai critici con giudizi alquanto lusinghieri. Non a caso nel 2009 sarebbe stato inserito nella lista dei migliori 50 «delitti della camera chiusa» di tutti i tempi compilata dal critico inglese Jonathan Scott. A tenere banco nell’intrigante canovaccio è un presuntuoso criminologo, Laurence Vining, che si diletta a risolvere casi impossibili. All’apice del successo Vining riceve una lettera con una richiesta di aiuto da parte di un fantomatico “Cappello Rosso”, il quale lo vorrebbe al suo fianco per risolvere una questione di vita o di morte. Incuriosito, non mancherà di andare all’appuntamento richiesto, fissato davanti all’ascensore della metropolitana londinese di Hyde Park Corner. Ma lì non troverà nessuno ad attenderlo. Per il semplice motivo che poco prima l’autore della lettera è stato trovato morto, pugnalato alla schiena, proprio dopo essere sceso - da solo - con il citato ascensore: nessuno si trovava infatti nella cabina con lui e nessuno nemmeno al piano superiore. Dunque chi poteva mai essere l’assassino e, soprattutto, come aveva fatto a ucciderlo? Per la cronaca, Alan Thomas era nato a Londra il 21 agosto 1896, dove sarebbe morto il 23 novembre 1969, alcuni mesi prima dell’uscita del suo ultimo libro, The Calverton Story.

Restiamo in… zona con Shelley Smith, pseudonimo di Nancy Hermione Courlander, nata il 12 luglio 1912 a Richmond on Thames, in Inghilterra, da dove si sarebbe trasferita in Francia con la famiglia, studiando a Cannes e poi alla Sorbona di Parigi. Il suo esordio, con Background for Murder, risale al 1942. E a questo romanzo ne sarebbero seguiti altri sedici: i primi più vicini al mystery tradizionale, i successivi più legati all’aspetto psicologico del criminale e quindi maggiormente imparentati con la concezione del poliziesco. Tra questi ultimi, considerati i più significativi, ha trovato spazio, nella collana I bassotti, In un villaggio inglese (n. 88) e ora Un pomeriggio da ammazzare (pagg. 190, euro 14,90, traduzione di Marilena Caselli). Supportato da questa sinossi: «In viaggio verso l'India a bordo di un piccolo aereo privato, Lancelot Jones è costretto da un’avaria al motore a un atterraggio d’emergenza nel deserto. Mentre il pilota ripara il guasto, Lancelot cerca rifugio in una splendida casa che, con sua grande sorpresa, scopre essere di proprietà di un’anziana signora inglese. Ma per quale motivo si era trasferita lì? Curioso di conoscerne il motivo, Lancelot invita la donna a raccontargli la sua storia. Ed è una storia di amori, inganni, tradimenti e morte, che nasce moltissimi anni prima nella villa sul mare di suo padre, il facoltoso commerciante Edward Sheridan. Ma quello che all’inizio pare il solito conflitto tra una figlia e la bellissima matrigna si trasforma a poco a poco in una crudele partita che coinvolgerà tutti gli abitanti della casa e sfocerà in un omicidio». Tornando all’autrice, ricordiamo che la Smith, strada facendo, si diede da fare anche come sceneggiatrice per il cinema, peraltro scrivendo un romanzo e alcuni racconti non di genere. Lei che decise di smetterla con i gialli nel 1978 dopo la pubblicazione di A Game of Consequences. Che altro? Avrebbe lasciato questo mondo a Steyning, nel Sussex, il 15 aprile 1998, alla bella età di 87 anni.

Ultimo graffiante titolo sotto osservazione di questo gradito “ritorno” nelle librerie da parte dell’editore Polillo - ma sono già in lavorazione altri romanzi -, Arsenico (pagg. 266, euro 15,90, traduzione di Giovanni Viganò), considerato a ragione uno dei migliori libri firmati da Richard Austin Freeman, figlio di un sarto, nato a Londra nel 1862 e morto il 28 settembre 1943 nella sua casa di Gravesend, nel Kent. Un genio della penna, benedetto da quel maestro che fu Raymond Chandler, il quale lo definì «un magnifico artista, senza eguali nel suo genere». In effetti a lui si deve l’invenzione dell’invented story, una tecnica narrativa introdotta nel racconto The Singing Bone del 1912, che vede il lettore testimone del delitto: per cui non è più l’identità dell’assassino a dover essere scoperta, ma il come verrà smascherato. Tecnica che ha peraltro tenuto banco nella lunga serie del tenente Colombo di televisiva memoria. Freeman, si diceva, che aveva dato vita all’investigatore scientifico John Evelyn Thorndyke, esperto di giurisprudenza medica e chimica, il quale avrebbe tenuto la scena in ben 21 romanzi (uno dei quali, L’occhio di Osiride, già apparso come numero 144 in questa stessa collana) e 42 racconti. La qual cosa non deve stupire in quanto l’autore aveva studiato medicina, per poi entrare nel servizio coloniale come assistente chirurgo in Costa d’Oro (l’attuale Ghana). Rientrato in Inghilterra per motivi di salute, si trovò costretto, sia pure gradualmente (per un certo periodo esercitò presso il carcere di Holloway), ad abbandonare la professione per dedicarsi alla scrittura. Unica alternativa per mantenere la famiglia. Detto questo, spazio a briciole di trama di Arsenico, un lavoro nel quale a farla da padrone - come da titolo - è ovviamente il veleno. Succede infatti che un malato cronico finisca i suoi giorni senza che chi lo circonda (la giovane moglie, l’affezionata nipote, il segretario e la servitù) si stupisca più di tanto. Ma suo fratello vuole vederci chiaro e chiede che venga effettuata l’autopsia. Dalla quale emergerà che l’uomo è stato avvelenato con l’arsenico. Secondo logica, i sospetti si appuntano non solo sui membri della famiglia, ma anche sugli amici più intimi. Uno dei quali chiamerà il celebre investigatore Thorndyke per far luce sul mistero. Secondo voi ci riuscirà? Ci riuscirà, ci riuscirà…

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