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Soth Polin: quando la Cambogia era un incubo di fuoco e sangue

Esce anche in Italia il romanzo-culto di uno dei pochissimi scrittori cambogiani sopravvissuti al periodo dei Khmer rossi


03/12/2019

di Tancredi Re


La guerra civile cambogiana fu combattuta tra il 1967 ed il 1974 fra il Partito Comunista di Kampuchea (o Khmer rossi) e i loro alleati vietnamiti (Vietcong) contro le forze governative sostenute dagli Stati Uniti e dal Vietnam del Sud. Dopo cinque anni di intensi e sanguinosi conflitti le forze governative furono costrette ad arrendersi il 17 aprile 1975 e i vincitori, i Khmer Rossi, istituirono la Kampuchea Democratica con Pol Pot (al secolo Saloth Sar, professore di francese innamorato della letteratura e della poesia francese), leader e capo carismatico della rivoluzione comunista. 
Accolti inizialmente con favore ed entusiasmo dalla popolazione,stanca della monarchia corrotta e compromessa di Norodom Sihanouk (il principe poeta e sassofonista insediato sul trono dal Governo francese di Vichy che governò la parte meridionale della Francia dopo l’invasione tedesca nella Seconda guerra mondiale) il nuovo regime mostrò subito il suo vero volto: purghe politiche e massacri di civili inermi si susseguirono senza sosta, oltre a una guerra scatenata contro il Vietnam e persa rovinosamente, dando luogo a un vero genocidio. 
I cambogiani vennero annientati nei campi di concentramento e di sterminio (come quello di Choeung Ek, in cui si suppone siano state soppresse 10mila persone) e nelle terribili prigioni (come S21, l’ex liceo della capitale, Tuol Slengin, cui morirono quasi 20mila persone e tra questi 2mila bambini). Si stima che tra il 1975 ed il 1979 (ma non c’è convergenza tra le diverse fonti) tra 1,5 e 3 milioni di persone siano state uccise. 
È in questo inferno di dolore e atroci sofferenze, che Soth Polin, uno dei pochissimi scrittori cambogiani sui circa duecento sopravvissuti alla rivoluzione dei Khmer rossi, ha ambientato L’anarchico (OBarra, pagg. 182, euro 16,00), il romanzo di culto nel quale, il discendente del grande poeta Nou Kan, gloria nazionale, esplora la storia recente della Cambogia: la follia del potere, l’influenza manipolatrice dei media e, soprattutto, le pulsioni più violente che muovono gli individui e le masse, specie quando sono istigate e ispirate da uomini spregiudicati e senza scrupoli morali. 
È appena il caso di aggiungere che, a raccontare questo regime del terrore, è stato anche il film cambogiano-statunitense Per primo uccisero mio padre realizzato nel 2017, diretto da Angelina Jolie e tratto dall’omonimo libro scritto da Loung Oun, scrittrice e attivista cambogiana. 
A beneficio dei lettori che non lo conoscono, diciamo che Polin, 76 anni, è stato professore di filosofia, autore prolisso di romanzi e di racconti filosofici, nei quali Nietzsche e Freud si mescolano alle strofe buddistiche sulla non permanenza del mondo nonché giornalista politico. Inoltre, ha fondato e diretto il quotidiano nazionalista cambogiano “Nokor Thom” (il Grande Regno). 
In quegli anni travagliati della storia del Paese, lo scrittore si schierò apertamente contro Sihanouk e i comunisti a favore del generale Lon Nol (che aveva rovesciato proprio il regime del principe il 18 marzo 1970) fino al 1974. Quell’anno il brutale assassinio dell’amico Thach Chea, ministro dell’Istruzione, lo costrinse a rifugiarsi in Francia dove per diversi anni fece il lavoro di tassista per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove vive tuttora. 
L’anarchico (L’anarchiste è il titolo originale dell’opera pubblicata da Edition de la Table Ronde nel 1980, ristampata nel 2011 e tradotta da Alessandro Giarda), si articola in due parti: una scritta in khmer, l’altra in francese, composte a distanza di 12 anni: intervallo in cui si consuma, per l’appunto, prima la scomparsa della Cambogia poi la parentesi tragica della Kampuchea Democratica. 
Nella prima parte, l’autore racconta la giornata di un intellettuale cambogiano sradicato dalla sua cultura che in un crescendo di sesso e nichilismo culmina in tragedia. 
La seconda parte del romanzo, è l’allucinato monologo-confessione che il tassista Virak (ex giornalista cambogiano rifugiatosi a Parigi dopo aver compiuto una vendetta politica che ha accelerato la rovina del suo Paese) rivolge alla passeggera morta nell’incidente stradale da lui provocato. 
Nella prefazione, lo scrittore francese, Patrick Deville, ricorda le peripezie attraverso le quali si giunse a ripubblicare questo romanzo. “Mi avevano affidato come una reliquia l’unico esemplare del suo romanzo conservato nella nostra ambasciata francese a Phnom Penk (la capitale della Cambogia - ndr), mettendomi a disposizione uno squadrone di agenti per riaccompagnarmi fino alla stanza dell’albergo dove mi ero impegnato a leggerlo il prima possibile, senza annotare sui margini. Insieme a Phoeung Kompheak stavamo stilando un panorama della letteratura cambogiana. Intendevamo includervi l’autore de L’Anarchico”. Ma l’autore del romanzo era scomparso nel nulla, senza lasciare tracce: i pochi che si ricordavano di lui dicevano che aveva cambiato vita, che non scriveva più e che non aveva alcun interesse per la letteratura. Ma Deville non si arrese e cominciò la ricerca. “Dopo essermi procuratore un indirizzo in California, gli avevo, a ogni buon conto, scritto, accennando all’idea di ripubblicare il romanzo. Non attendeva altro, ma da anni non alzava un dito. Attualmente sono solo uno scrittore dimenticato, gettato nella pattumiera della Storia mi scriveva. E invece no, il romanzo è di nuovo disponibile. La lettura risulterà più serena probabilmente. Trent’anni dopo, la Cambogia non è più al centro delle dispute politiche francesi”.

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