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Sport, lettura e vita sana: le ricette contro l'Alzheimer


25/03/2019

di Sandro Vacchi


Da destra a sinistra: Dott.ssa Samantha Galluzzi (medico geriatra, ricercatrice), Dott.ssa Anna Mega (psicologa, ricercatrice), Dott.ssa Michela Rampini (psicologa, ricercatrice), Dott.ssa Sara Gipponi (psicologa, ricercatrice), Dott.ssa Valentina Saletti

Pessime notizie per i malati di Alzheimer e i loro familiari. L'azienda farmaceutica americana Biogen ha ritirato l'Aducanumab, farmaco sperimentale sul quale si fondavano molte speranze di bloccare o quantomeno rallentare il decorso della malattia. 
Al di là delle perdite miliardarie alla Borsa di Wall Street per l'azienda, la notizia giunge come una raffica di mitra sui ricercatori, in quanto le applicazioni del farmaco sembravano fornire riscontri più che positivi, al punto che entro poche settimane sarebbe dovuta partire l'ultima fase della sperimentazione, quella che doveva preludere alla produzione industriale della medicina contro la malattia più devastante del secolo. 
Il testimone passerà ad altri enti di ricerca, che non dovranno ripartire da zero. Ciò non toglie che il colpo sia durissimo, e non è nemmeno il primo, per chi stava per annunciare l'ingresso in una fase se non trionfale quanto meno di grande aspettativa. 
Si parla di un comitato indipendente che avrebbe avanzato molti "distinguo" sulle procedure di applicazione della molecola che sembrava poter inibire l'azione disgregatrice delle placche di proteina Beta amiloide sui neuroni cerebrali. 
Molte cose sono da chiarire, il mondo della neurologia è in una fase più che di fermento, diremmo rivoluzionaria. 
In attesa di saperne di più, soffermiamoci sulle ricerche a proposito di prevenzione dell'Alzheimer. 
Un filo rosso fra intestino e cervello? Ricorderete forse l'articolo di alcuni giorni fa sulle ricerche del professor Fabrizio Chiti, dell'Università di Firenze, sulle cellule intestinali degli squali, sintetizzate in laboratorio, come possibili barriere contro l'eventualità di ammalarsi di Alzheimer. 
Anche a Brescia, per rimanere in Italia, si sta percorrendo una strada parallela. All’IRCCS Centro San Giovanni di Dio del Fatebenefratelli, la geriatra ricercatrice Samantha Galluzzi e la psicologa ricercatrice Michela Rampini, coordinatrice delle sperimentazioni farmacologiche che vengono condotte nell’'unità di Neuroimmagine ed Epidemiologia Alzheimer di cui è responsabile il professor Giovanni Battista Frisoni, lavorano su più filoni di ricerca. 
Partiamo dal microbiota intestinale. E' piuttosto probabile che la flora batterica dell'intestino influenzi il cervello umano, dato che le persone con depositi di proteina Beta amiloide a livello cerebrale presentano ceppi batterici intestinali che possono favorire l'infiammazione. 
I prodotti dei batteri dell'intestino possono viaggiare nel sangue e da una infiammazione della mucosa intestinale può quindi derivare un'infiammazione cerebrale. Lo studio sui topi non a caso ha dimostrato che quelli con l'Alzheimer presentano modificazioni della flora batterica. 
«La malattia è comunque multifattoriale, non esiste un unico fattore che da solo possa causare la malattia», sottolinea la dottoressa Galluzzi. L'esempio lampante è la proteina Beta amiloide, che si accumula nel cervello dei pazienti con malattia di Alzheimer a formare le placche amiloidi. Questa proteina è presente in un terzo delle persone anziane e sane, ma non tutte vengono colpite da questa tremenda malattia. L'amiloide viene quindi studiato, negli anziani sani, come fattore di rischio più che come fattore inequivocabilmente scatenante la malattia di Alzheimer. 
Di qui uno studio con farmaci sperimentali che parte dalla selezione di anziani ultrasessantenni sani, senza disturbi di memoria, ma che presentano due noti fattori di rischio per lo sviluppo della malattia di Alzheimer: un particolare variante nel gene APOE e l’accumulo a livello cerebrale della proteina Beta amiloide. Si è ancora alla fase di reclutamento dei partecipanti, ai quali saranno somministrate compresse che hanno lo scopo di inibire l’attività di un enzima coinvolto nell'accumulo di questa proteina Questo ambizioso studio che coinvolge circa 150 centri sperimentali in tutto il mondo, tra cui il Fatebenefratelli di Brescia, dovrebbe terminare entro l'anno con l’arruolamento di circa duemila volontari. 
Tutta colpa dell'amiloide, allora? E', insieme alla proteina TAU, uno dei maggiori indiziati, ma gli sperimentatori bresciani focalizzano la ricerca anche sugli stili di vita. L'inattività fisica, una dieta inappropriata, la mancanza di stimoli cognitivi, l’umore depresso e il basso livello di istruzione sono altri fattori di rischio implicati nella malattia del secolo. La ricetta Galluzzi-Rampini è: mezzora almeno di camminata ogni giorno, dieta mediterranea, leggere, fare le parole crociate, giocare a carte, studiare una nuova lingua, partecipare ad attività ricreative. 
Insomma, tenere allenati corpo e cervello, in quanto ossigenare i muscoli significa anche portare ossigeno al cervello. Ricordate la connessione negativa fra batteri intestinali e cervello? Questa è invece la connessione positiva. 
Farmaco e stile di vita, dunque, ma mentre il primo è ancora all'orizzonte, il secondo è a disposizione di tutti e subito, e diminuisce anche i fattori di rischio cerebrovascolari, gli effetti del diabete e dell'ipertensione, condizioni a loro volta favorevoli allo sviluppo dell'Alzheimer. 
Ripulire il cervello dall'amiloide è il filone principale della ricerca farmacologica sperimentale, non solo nelle sperimentazioni che coinvolgono persone con diagnosi di demenza di Alzheimer ma anche persone che non presentano nessun sintomo cognitivo. Si utilizzano soprattutto inibitori dell’enzima BACE, anticorpi per infusione specifici, capaci di legarsi alla proteina e di scioglierla oppure vaccini. Oggi non esiste ancora un rimedio sicuro, definitivo o a tutto campo, ma finestre sempre meno piccole si stanno aprendo un mese dopo l'altro, anche in Italia. 
«Lo stile di vita incide per un terzo dei casi nella prevenzione dei fattori di rischio», insiste Galluzzi. 
Insomma, cominciare bene, rafforzandosi nel corpo e nella mente, è un aiuto portentoso ai medici curanti, ma soprattutto a sé stessi.

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