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Strane morti e inspiegabili misteri nell'Islanda occupata dagli americani

Dalla genialità di Arnaldur Indriðason un nuovo gioiellino narrativo. A seguire un tuffo nell’horror con Dathan Auerbacher e una doppietta storica di Walter Astori


10/09/2018

di Mauro Castelli


Giocare carte vincenti in Europa non è da tutti; sbarcare vincente negli Stati Uniti, per una voce narrante del vecchio Continente, è una impresa. A riuscirci è stato il prolifico islandese Arnaldur Indriðason, capace di raccontare in maniera semplice, ma con quella punta di genialità che riesce a catturare il lettore. Spiazzandolo e rendendolo complice delle sue variazioni narrative e delle sue ben orchestrate trame. Tanto è vero che, nel panorama americano, ha beneficiato di una accoglienza da copertina. Con il New York Times a definirlo “il principe del noir”, Usa Today a precisare che “ha riempito il vuoto lasciato da Stieg Larsson” e The Times a benedirlo con un perentorio “si propone come la miglior penna sbocciata fra i narratori dei Paesi nordici”. 
Per la cronaca Arnaldur Indriðason è nato a Reykjavík il 28 gennaio 1961, città dove ha sempre vissuto e dove tuttora abita con la moglie e i tre figli. E dove ha guadagnato le luci della ribalta grazie ai polizieschi imbastititi su un personaggio fuori dalle righe: il taciturno ispettore di polizia Erlendur Sveinsson, un poliziootto dalla complessa e affascinante personalità che aveva fatto debuttare nel suo romanzo d’esordio del 1997 Synir Duftsins, quando ancora si dedicava - erano i suoi primi anni di servizio - minutaglie criminali (risse, furti e incidenti d’auto). Dimostrando subito di saperci fare, tanto è vero che avrebbe fatto carriera, finendo per occuparsi dei casi più complessi su piazza. 
Di fatto una mano calda della narrativa di settore, Indriðason, che strada facendo - dopo essersi laureato in Storia - avrebbe lavorato per due anni come giornalista nella redazione del Morgunbladid, la maggior testata del suo Paese (come dire, buon sangue non mente: suo padre è infatti lo scrittore e giornalista Indridi G. Porsteinsson), per poi dedicarsi come freelance alla critica cinematografica e, infine, alla scrittura di romanzi. Guadagnandosi ben presto le luci della ribalta in abbinata a numerosi premi, come il Glasnyckeln e il Gold Dagger, oltre a praticare la strada della sceneggiatura, tanto da approdare nel 2008 sul grande schermo - in abbinata a Óskar Jónasson - con Reykjavík-Rotterdam, in seguito oggetto del remake Contraband. Un feeling peraltro ribadito dal film Mýrin, tratto dal suo omonimo romanzo, che in Italia è stato pubblicato come Sotto la città da Guanda, il suo editore di riferimento con quindici testi all’attivo. 
La quale casa editrice, dopo aver dato alle stampe lo scorso anno Un delitto da dimenticare, ovvero il secondo prequel dedicato alla gioventù di Erlendur, in altre parole il seguito de Le notti di Reykjavík, ha ora pubblicato La ragazza della nave (pagg. 332, euro 18,60, traduzione di Alessandro Storti), un lavoro ovviamente orfano di Sveinsson, in quanto ambientato inizialmente nel 1940, e incentrato su una doppia indagine a cavallo fra presente e passato. Indagini segnate dal clima di vendette e violenze che avevano caratterizzato gli anni decisamente più bui della storia d’Islanda. 
Come accennato, la storia ha inizio in un 1940 segnato dal dilagare della guerra. Per questo le autorità islandesi richiamano in patria i cittadini che in quel periodo si trovavano all’estero. Cosa succede è presto detto: dal porto di Petsamo, in Finlandia, è previsto il loro imbarco sull’Esja per una traversata che li riporterà a casa, al sicuro. Tra la folla in partenza, una giovane infermiera attende invano l’arrivo del fidanzato da Copenaghen. Il suo timore? Quello che possa essere finito nelle mani dei nazisti. La nave salpa infatti senza di lui e la ragazza - durante quel viaggio angosciante, costellato di strani incontri ed eventi drammatici - dovrà scoprire il motivo della sua sparizione. 
Nella primavera di tre anni dopo la guerra è al culmine e Reykjavík, occupata dalle truppe americane, vive male la convivenza tra i soldati a stelle e strisce e la popolazione. Tanto che le tensioni sono all’ordine del giorno. In questo contesto l’investigatore locale Flóvent, affiancato dal giovane canadese Thorson (che ha in qualche modo il compito di sorvegliarlo), deve occuparsi di un brutale caso di aggressione: un giovane in uniforme viene trovato ucciso sul retro di una bettola frequentata dai soldati. Curiosamente, però, nessun militare Usa sembra mancare all’appello. 
Negli stessi giorni, il cadavere di un uomo annegato in mare viene riportato dalle correnti sulla spiaggia di Nautholsvik. Una volta identificato, i due poliziotti cercano di ricostruire le vere cause della sua morte, riconducibili forse proprio al periodo della storica traversata dell’Esja. Toccherà quindi ai citati agenti Flovent e Thorson cercare di sbrogliare l’intricata matassa che avvolge questi tre eventi apparentemente distanti e collegarli al passato, in un caso talmente complesso da costringerli…

Proseguiamo proponendo un esordiente con le carte in regola per dire la sua nella narrativa di settore. Ovvero il giovane Dathan Auerbach, nativo del Sud degli Stati Uniti, il quale, dopo aver scritto diversi racconti horror sul web (nei quali è facile notare l’influenza esercitata da un numero uno del calibro di Stephen King, il cui primo editore Doubleday ha colto la palla al balzo per portarlo nelle librerie nella speranza di rinverdire i fasti del maestro) ha ora deciso di puntare sul romanzo non virtuale. Arrivando sugli scaffali con Bad Man (Sperling & Kupfer, pagg. 392, euro………, traduzione di Stefano Massaron), un lavoro così ben scritto che è difficile pensare a “una prima volta”. D’altra parte, sin dai suoi tentativi iniziali postati su Reddit, i creepypasta, questa penna aveva dimostrato di che pasta era fatta la sua scrittura, tanto da diventare in breve tempo un vera e propria calamita per gli utenti della Rete. 
Bad Man, si diceva, che - a detta dello stesso Auerbach - è costato tre anni di fatiche, in questo sostenuto dalle utili considerazioni di DeLana Allen, che “ha avuto anche il coraggio di proporre questo libro a un editore”. 
Ciò premesso, un passo indietro per seguire l’avvicinamento del nostro giovanotto al romanzo: “Una dozzina di anni fa, dopo il college, non riuscivo a trovare un posto. Sostenendo pessimi colloqui per pessimi impieghi. Alla fine mi sono stancato di cercare e ho accettato un lavoro notturno in un supermercato. Un lavoro noioso, da schifo, che si rapportava con codici a barre, nonché scatole e barattoli da impilare nel settore alimentare. Per non parlare del fatto di andare a letto quando gli altri si svegliavano, mandandomi fuori sincrono con le amicizie e non solo. Ma avevo bisogno di soldi”. 
A sostenerlo in quelle lunghe notti Brian, “un tipo volgare che fingeva di stupirsi di tutto”, il quale a sua volta lavorava e studiava. “In buona sostanza ci aiutammo a vicenda a crescere, a diventare migliori. Lui che mi aveva fatto capire che le virgole, in un testo, non rappresentano un semplice abbellimento e che dovevo imparare ad andare dritto al punto. Lui che ha benedetto la mia uscita da quel postaccio con un allegro Era ora, cazzo; lui che in seguito era arrivato a gestire un supermercato tutto suo; lui che sarebbe morto nell’aprile dello scorso anno, a soli trent’anni (era più giovane di me di un paio di primavere), in un incidente stradale”. 
Ma perché Dathan Auebarch l’ha voluto ricordare? Perché questo libro attinge abbondantemente a quel periodo della sua vita, e il personaggio di Marty (che il lettore impara a conoscere sin dalle prime battute - ndr) ha molte caratteristiche che lo ricordano. Per la cronaca “Brian mi ha aiutato nella revisione del mio primo libro, Penpal, quando sono stato in grado di pubblicarlo in una versione rivista. Ecco perché speravo potesse leggere anche questo e, oltre tutto, riuscisse a vederci se stesso. Lui che è stato, oltre a un grande amico, un grande uomo. E questo romanzo gliel’ho dedicato col cuore”. 
Ciò premesso, spazio a questa diabolica storia horror che si nutre di vera paura, di quella che - come insegna Stephen King - “striscia fuori dall’ombra della quotidianità”. Una lezione che il nostro esordiente sembra avere assimilato al meglio. Dando voce ad atmosfere inquietanti, evidenziando la capacità di trasmettere il dolore, riuscendo a inculcare nel lettore il senso della colpa e della perdita. E allora via alla sinossi. 
“Quando è sparito nel nulla, il piccolo Eric aveva solo tre anni. È uscito col fratello maggiore Ben a fare la spesa, è entrato nel bagno del supermercato ed è come se fosse stato inghiottito d’un colpo. È bastato che Ben si distraesse un secondo e il bambino non c’era più. Dissolto nell’aria pesante delle paludi della Florida. Nonostante le ricerche, di lui non è rimasta la minima traccia e, cinque anni più tardi, la sua famiglia è ormai a pezzi. Solo Ben resiste, mentre la sua matrigna si limita a sussurrare il nome di Eric e rifiuta di lasciare la casa che il padre di Ben non si può più permettere”. 
In buona sostanza “il ragazzo ha un disperato bisogno di lavorare e l’unica chance gliela dà proprio quel supermercato. Dove gli basta varcare la soglia per capire che qualcosa non va: gli oggetti volano dagli scaffali, le imballatrici prendono vita, le pesanti porte delle celle frigorifere si chiudono di colpo, misteriose stanze segrete si rivelano all’improvviso. Anche la gente è strana. E c’è qualcosa che non va persino nell’aria. Ecco perché Ben sa di essere nel posto giusto. Sa che quel luogo cavernoso ha molte cose da raccontargli. Per questo non smette di guardarsi intorno. Forse la verità si nasconde proprio lì. O forse il messaggio è un altro. Potrebbe essere lui la prossima vittima”.

L’ultimo suggerimento per gli acquisti, che è poi un doppio suggerimento, si rifà alla pubblicazione, da parte della Piemme, di due romanzi storici firmati dal capitolino Walter Astori, nei quali viene data voce alle prime due indagini del questore Flavio Callido, chiamato a risolvere altrettante morti violente nella Roma del 61 avanti Cristo, sotto il consolato di Pisone e Corvino. Ovvero Omicidi nell’Urbe (pagg. 352, euro 19,00) e Omicidi nella Domus (pagg. 230, euro 19,00), due lavori raccontati all’insegna di un puntiglioso lavoro di ricerca e di una indubbia originalità, caratteristiche peraltro sostenute dall’accuratezza nel tratteggiare credibili contesti e personaggi, oltre che da un glossario volto a spiegare al lettore la rava e la fava dei termini latini che fanno capolino fra le pagine. 
Risultato? Il frutto maturo, di piacevole quanto intrigante leggibilità, della passione per la storia e la scrittura di questo autore, al quale l’ironia certo non manca. Tanto da fargli annotare sul suo profilo: “Da bambino non capivo perché l’assassino dovesse essere sempre il maggiordomo e così ho cominciato a scrivere romanzi gialli. Da lì in poi non ho più smesso. Se è un bene o un male me lo farete sapere…”. 
Trentotto anni, romano, laureato in Giurisprudenza, dopo esperienze tra carta stampata, radio e tv, Astori attualmente lavora nell’ambito della comunicazione per Eleven Sports Italia. Fermo restando il viziaccio di fare della propria scrittura un piacere personale, “contagioso - secondo quando sostenuto da Marco Benedetti - per chi ha avuto sin dall’inizio la fortuna di sbirciare quello che la sua fantasia e il suo talento tramutavano in storie avvincenti”. Dimostrando indubbie qualità “sin da quando aveva scelto di fare il proprio apprendistato nella piccola redazione di Volleymania, diventandone colonna portante della edizione online e deus ex machina della versione cartacea e di tutte le iniziative televisive e radiofoniche firmate da una testata senza aiuti e senza santi in paradiso”. Qualità che lo avrebbero portato a tenere banco in Sportube prima e in Eleven Sports poi. 
Ovviamente il suo punto di arrivo è sempre stato rappresentato dallo sbarco nelle librerie. Sogno avverato grazie appunto alla Piemme che, nell’arco di un mese o poco più, lo ha gratificato della pubblicazione dei due citati libri, infarciti di morti illustri che inquietano e terrorizzano Roma, alle prese con conflitti politici sempre più accesi. Tanti i possibili colpevoli (fra questi nientemeno che l’ex console Marco Tullio Cicerone), molti gli indizi fuorvianti, troppi i possibili moventi. 
Ma andiamo con ordine. In Omicidi nell’Urbe vengono trovati morti Gaio Rabirio e Marco Cornelio Crisogono, due cittadini in vista accomunati da un passato di violenze e perdizione. Entrambi sono stati prima mutilati e poi giustiziati con un colpo al cuore. Sui corpi l’assassino si è accanito con brutalità, ma ha voluto rispettare le regole di sepoltura ponendo un aspergillum per purificarli e inserendo nelle loro bocche una moneta per pagare il viaggio nell’aldilà a Caronte. Un modus operandi che ricorda quello dei sacrifici umani officiati dai sacerdoti della dea Ma. Per questo i romani, impauriti e inferociti, se la prendono con i sacerdoti. 
Il princeps senatus Lutazio Catulo, approfittando della lontananza di Pompeo, affida l’indagine al giovane questore Flavio Callido, chiamato a districarsi in una vicenda scabrosa nella quale nessuno risulta al di sopra di ogni sospetto. “Un compito delicatissimo che potrebbe compromettere sia la sua carriera politica sia la scalata al potere dello stesso Pompeo. La scia di brutali delitti, infatti, avrà un seguito con altri personaggi di spicco sulla scena politica. A Callido - coadiuvato da una squadra sui generis che comprende Lutazia, giovane figlia di Catulo, Achillea, impavida gladiatrice eroina delle folle, e Cefea, ermafrodita figlia del gran sacerdote della dea Ma - il compito di far luce su un caso in grado di far vacillare Roma dalle fondamenta”. 
Morti ammazzati, si diceva, che ovviamente tengono banco anche - come da titolo che strizza l’occhio al precedente - in Omicidi nella Domus. Dove ci imbattiamo in un Flavio Callido che, per ritemprarsi dalle fatiche della vita romana, si concede qualche giorno di riposo presso la villa suburbana di suo padre Spurio, figura importante durante la dittatura di Silla. Ma al suo arrivo non gli ci vuole molto per rendersi conto che il clima non è dei più favorevoli. Nella notte è morta infatti Cecilia, seconda moglie di Lucio Calpurnio Bestia, uno degli ospiti illustri di Spurio insieme all’ex console Murena e a Fausta Cornelia, figlia del dittatore Silla. 
“Tutti gli ospiti sono concordi nel ritenere che si sia trattato di una morte per cause naturali, tranne Marciana, madre adottiva di Cecilia e cugina di Catone l’Uticense. Nel corso della notte, infatti, Cecilia era scampata a un attentato e aveva lanciato accuse circostanziate nei confronti di Licinia, sorella di Murena, rea di volersi sbarazzare di lei per poter sposare il nobile Bestia. I due illustri patrizi, infatti, sono legati da forti interessi proprio nel momento in cui la congiura di Catilina ha lasciato un vuoto di potere. E per Pompeo, Crasso e Cesare, che si stanno facendo largo nella vita politica dell’Urbe, Cecilia poteva costituire un ostacolo”. 
Nemmeno a dirlo, spetterà a Flavio Callido far luce sulla tragica fine della donna nonché sulla morte di una schiava e la sparizione di uno schiavo, di cui nessuno pare interessarsi. Ma scoprire la verità potrebbe essere più pericoloso di quanto lo stesso questore immagini.

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