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Suicidio assistito: apertura a sorpresa della Consulta

Ora sarà il Governo a dover adottare una adeguata legislazione. Le reazioni, contrastanti, dei politici


26/09/2019

Con una sentenza storica, peraltro molto attesa, la Corte costituzionale ha stabilito che non è punibile chi agevola il “suicidio assistito”, una tematica balzata agli onori della cronaca quando Marco Cappato aveva accompagnato in Svizzera (per il suo ultimo viaggio) Dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale e attaccato a un sondino per sopravvivere. Un uomo per anni vittima di atroci sofferenze, ma pienamente consapevole della sua volontà di considerare quelle condizioni di vita non compatibili con la sua dignità. 
La decisione sul “fine vita” è stato accolta con sollievo dal diretto interessato, ovvero Cappato tesoriere della Fondazione Coscioni, il quale ha sostenuto che la Consulta ha chiarito che “aiutare Fabiano era un suo diritto costituzionale mentre la politica ufficiale girava la testa dall’altra parte”. Di fatto ora dovrà essere varata una legge, quella stessa che nonostante le molte proposte agli atti, era sempre stata accuratamente evitata per evitare frizioni con la parte più conservatrice dell’apparto. 
Sta di fatto che lo scorso anno era stato sospeso per undici mesi la “decisione sulla costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, una norma introdotta 90 anni fa e che pone sullo stesso piano aiuto e istigazione al suicidio, con la reclusione - come accennato - sino a 12 anni. 
Ovviamente le reazioni politiche sono state le più disparate. Alcuni esempi: “Sono e rimango contrario al suicidio di Stato imposto per legge”, ha detto il segretario della Lega Matteo, Salvini. A sua volta il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, ha chiesto di seguire la strada indicata dalla Consulta, mentre diversi senatori della maggioranza hanno presentato una proposta di legge appunto per il suicidio assistito. 
La Corte, in particolare, ha ritenuto non punibile - a determinate condizioni - chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da “trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Ma ha anche posto dei paletti. In attesa dell’indispensabile intervento del legislatore, “ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017)”. 
Fermo restando che la verifica delle condizioni richieste (come la irreversibilità della patologia e la natura intollerabile delle sofferenze) e delle modalità di esecuzione deve essere compiuta da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. Si tratta di cautele adottate “per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili”, un’esigenza già sottolineata nell’ordinanza 207 con cui un anno fa aveva sospeso la sua decisione.

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