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Sul "caso Siri" si moltiplicano le prova di forza, almeno a parole, fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini


06/05/2019

Un giorno sì e l’altro pure si va consumando lo scontro fra i due alleati di Governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che a stare zitti, in altre parole comportandosi da politici veri, proprio non ce la fanno. Così mentre il primo si è attaccato come una sanguisuga al “caso Siri”, alimentando lo scontro con l’amico-rivale, Matteo Salvini replica in maniera durissima, riaccendendo (se mai ce ne fosse stato bisogno) lo scontro frontale. Sì, perché il eader leghista non le manda a dire: abbiamo visto le bordate sparate contro Fabio Fazio, rifiutando di andare in trasmissione e colpevolizzandolo per il contratto milionario che gli paga la Rai (in questo spalleggiato dal presidente di viale Mazzini). 
E con Di Maio, che ci sta tormentando in continuazione dal piccolo schermo (non si perde infatti una trasmissione per far vedere che è bravo e che senza di lui l’Italia affonderebbe), accende la miccia sparando questa bordata: “Gli amici del Movimento Cinque Stelle pesino le parole. Se dall’opposizione le critiche sono ovvie, da chi dovrebbe essere alleato no. A chi mi attacca dico tappatevi la bocca, lavorate e smettete di minacciare. E questo è l’ultimo avviso”. 
Insomma, una specie di ultimatum, al quale il vicepremier pentastellato ha risposto con altrettanto livore: “Sulla corruzione non ci si può tappare la bocca”. E al sottosegretario Siri è tornato a chiedere di mettersi in panchina, dopo le un po’ avventate dichiarazioni del presidente Giuseppe Conte (“Ci penso io a farlo dimettere”), salvo poi tapparsi la bocca quando si è reso conto del suo passo falso. In altre parole si è limitato ad affermare: “Per me il caso Siri non è più all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri; quello che dovevo dire e fare è stato detto e fatto. Ho preso una decisione e l’ho comunicata”. 
Di certo tira una gran brutta aria in seno al Governo. Ma la carne al fuoco (leggi elezioni europee) è troppo importante per rompere adesso l’intesa sottoscritta. Poi chi vivrà vedrà.

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