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Tre vite che si incrociano sotto il cielo della Grande Mela e una verità che scotta. Ma sono in troppi a far finta di nulla

Ambientato nel 1932, il romanzo d’esordio del musicista e docente universitario Pietro Leveratto parla al cuore del lettore alla stregua di una sinfonia. Toccando temi caldi, ma anche abbracciando esistenze accomunate da musica e destino


12/10/2020

di Mauro Castelli


New York, primavera 1932. Una città ancora alle prese con i postumi della Grande depressione, che vive gli sgoccioli del proibizionismo, che ha ancora un ricordo vivo e vitale dell’era felice del jazz. Ed è in questo contesto, nelle frenesia che pervade un po’ tutti, che le esistenze di tre personaggi si incrociano drammaticamente. Ad accomunarli, oltre a un destino beffardo, è soprattutto la musica. La qual cosa non deve sorprendere in quanto Il silenzio alla fine (Sellerio, pagg. 306, euro 15,00), un giallo storico che ha un suo perché sia in termini narrativi che di contenuti, è stato firmato da una penna per così dire con le mani in pasta. 
Ovvero quella di Pietro Leveratto, eclettico contrabbassista jazz che non disdegna le tastiere del pianoforte (“I miei amici si lamentano del fatto che parlo troppo di musica classica. In realtà il jazz ha una storia lunga solo un secolo, mentre quella classica si dipana su un periodo temporale molto più lungo e in buona parte ancora da scoprire”). Lui compositore, arrangiatore, collaboratore dei più importanti musicisti italiani, grande conoscitore di tutti generi legati alle sette note, nonché raffinato scrittore. 
Nato a Genova il 25 febbraio 1959, Leveratto vive tra Palermo (per via delle origini della sua seconda moglie), Roma (dove insegna al Conservatorio Santa Cecilia) e il capoluogo ligure (dove ha studiato musica e ha ancora casa). Ferma restando qualche puntata su Milano dove abita il figlio più grande. “Insomma, se pensiamo anche ai miei tanti concerti (benché ultimamente abbia rallentato i ritmi), la mia vita è quella del pendolare…”. 
Che altro? Un artista caratterialmente in bilico fra una sensibilità esasperata e una rincorsa obbligata alla razionalità, che risulta avaro di hobby in quanto la “musica non gliene lascia lo spazio”, eccezion fatta per la lettura, che va dai grandi romanzieri russi dei tempi andati sino agli autori inglesi contemporanei. Ma curiosamente senza una particolare predilezione per i gialli, anche se questo tipo di narrativa - assicura - “consente inusuali percorsi in abbinata all’approfondimento reale dei contesti e delle problematiche quotidiane, giocando sulle personalità dei personaggi. Sempre facendo i conti col destino, perché se non ci provi sbagli come succede nella musica”. 
Lui che è da poco approdato - come già detto - nel campo dei romanzi con Il silenzio alla fine dopo aver dato alle stampe, sei anni fa e sempre per i tipi della casa editrice palermitana, Con la musica. Note storie per la vita quotidiana: un originale e ironico prontuario “capace di alleviare i disturbi dell’esistenza con la somministrazione di ritmi e di note, di storie di musica e di musicisti”. 
Che dire: una penna garbata che ama gli approfondimenti (“Nelle mie ricerche sono arrivato addirittura a controllare le prime pagine dei giornali americani dell’epoca. E se quindi dico che un certo giorno pioveva, in realtà pioveva davvero”) a fronte di una scrittura tanto naturale da sembrare quasi improvvisata. Giudizio peraltro respinto al mittente dell’interessato: “Magari così fosse. In realtà ho impiegato quattro anni per scrivere questo libro. Per il prossimo, tuttavia, mi sono portato avanti. Anche se probabilmente - un po’ di mistero non guasta - non si tratterà di un giallo. In ogni caso alcune ambiguità narrative continueranno a tenere banco…”.   
Ma veniamo al dunque. Rispetto al suo primo ironico lavoro, questa volta la… musica è cambiata. In quanto, più che le arie quotidiane, è il mistero a reggere il filo conduttore del canovaccio, un mistero che si riallaccia ad altre vite e ad altre storie. Partendo da una ouverture, proseguendo sulle ali della fantasia, giocando con un andante amoroso, per poi (quasi) improvvisare sino ad arrivare a un finale di… tempo primo. 
Vi abbiamo mandato in confusione? Niente paura. La storia è piacevole e per di più raccontata con garbo e chiarezza. Se poi questo non bastasse, a tirare le fila del racconto tiene banco un ricco “postludio” (termine che designa - vi evitiamo la ricerca - il pezzo conclusivo di un qualunque componimento) dove si spiega la rava e la fava di come si sono sviluppate e e di come sono andate a finire le cose. 
Come accennato, riprendiamo dalla sinossi arricchendola, in questo romanzo corale (“Credo si senta la mia passione per l’opera”) tre uomini incrociano drammaticamente le loro esistenze. In primis un ebreo austriaco, tormentato e sommo musicista (alla Gustav Mahler, verrebbe da pensare), e un celeberrimo direttore d’orchestra italiano, antifascista in esilio (e qui il pensiero va all’estroverso Arturo Toscanini), accomunati dalla grande musica. Per entrambi salvifica, possibile solo tra chi condivide la stessa passione. Fermo restando che nessun confine preciso è tracciabile tra i loro sentimenti (di mezzo c’è anche un tradimento familiare) e uno stringente destino che li riunisce a fronte di un passato che non stiamo a rilevare. 
Sullo sfondo, a tramare, il terzo uomo, una specie di ragno maldestro; siciliano, fascista della prima ora (“A New York in quel periodo esisteva una piccola comunità di italiani nostalgici”), sodale di Mussolini fin dagli albori socialisti, convinto perciò di essere il suo interprete più vero in mezzo ai traditori, mentre forse il duce nemmeno sa bene che esista se non, forse, attraverso un vago ricordo legato a un soggiorno in Svizzera. 
Sta di fatto che uno dei personaggi finisce per perdersi nei luoghi più oscuri della grande città e nelle stesse ore, in circostanze misteriose, un altro scompare. Sono i giorni del rapimento del figlio di Lindbergh e l’Fbi è troppo impegnata nella ricerca del bambino per sprecare intelligenza dei suoi uomini dietro certe inutili sparizioni. E forse manca persino la voglia di far luce sui rapporti tra un “socialista, la criminalità italiana e il suo governo straniero”. Certo, qualcuno conosce la verità, tuttavia sarà il silenzio ad avere il sopravvento. Fermo restando il federale che arriverà a fare chiarezza sull’intricata matassa… 
Alla base di questo romanzo, ben orchestrato nell’intreccio, “autentico nel contorno, corale come l’Opera nel suo racconto”, c’è anche - ribadiamo - un’imponente ricerca storica allargata alle ambientazioni, ai modi di vita di quegli anni, al quotidiano dei tanti personaggi in fuga dalle rispettive dittature europee. Figure che popolano la storia in abbinata alle loro componenti psicologiche. Una specie di cadeau, verrebbe da pensare, dedicato agli Stati Uniti, nel senso che si tratta di “un popolo che, sia pure a fatica (vedi il muro con il Messico), finisce per accettare l’estraneo e a farlo sentire parte del contesto”. 
Di fatto protagonista assoluto - annotano gli uomini di casa Sellerio - è però “il caso, che domina le vite umane e guarda agli uomini, alle loro fatiche e alle loro lacrime, con la distanza vagamente partecipe di un entomologo intento a studiare i contorcimenti di un insetto sotto una lente d’ingrandimento”. Un caso accentuato dal movimento frenetico di una città che non dorme mai, in cui nessuno può essere buono e cattivo allo stesso tempo.

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