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Tremonti: “L’Ue ci ha dato gli strumenti per rilanciare il Sud, ma purtroppo Roma ha fallito”

Secondo l’ex ministro dell’Economia il Protocollo Italia prevede un regime agevolato a favore del Mezzogiorno con un ricco ventaglio di opportunità. Ma lo Stato ha sbagliato ad affidare alle Regioni la gestione dei fondi strutturali e ad abolire la Cassa. Fermo restando che le colpe sono anche di altri


03/02/2020

di Giambattista Pepi


Giulio Tremonti

L’errore fondamentale, il male del Sud, è stato voler trasferire alle Regioni i fondi strutturali lasciandogliene la responsabilità della gestione. Per cui alcune opere si realizzano con i soldi dello Stato, mentre i fondi di coesione sono stati usati anche per la gestione clientelare. Questa causa, da sola, non spiega perché il Mezzogiorno, anziché avvicinarsi alle zone economicamente più sviluppate d’Europa, se ne sia allontanato, specialmente negli anni della Grande Crisi. 
A parlarci di queste occasioni perdute è Giulio Tremonti - tributarista, professore universitario, ma soprattutto ex ministro dell’Economia e delle Finanze nei quattro Governi presieduti da Silvio Berlusconi - a margine di una presentazione del suo ultimo libro Le tre profezie. Appunti per il futuro (Solferino, pagg. 173, euro 13,60). 
Premettendo di non volere “assolutamente” parlare di politica, egli pensa tuttavia che il Paese abbia omesso - per ignoranza, convenienza, dimenticanza - gli strumenti di agevolazione del Mezzogiorno come area a sviluppo ritardato previsti nel Protocollo Italia del Trattato istitutivo della Comunità economica europea (1957) e, indirettamente, nel Trattato di Maastricht (1992). 
Pur non citando nessuno dei suoi successori al dicastero dell’Economia, Tremonti è stato critico nei confronti delle scelte operate dallo Stato nel corso degli ultimi decenni e delle élite meridionali, “un vero blocco di potere che si è opposto ai tentativi virtuosi di rimettere in moto il Meridione”. Un esempio? Avere abolito la Cassa per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno e non averne sfruttato l’opportunità della fiscalità di vantaggio che sarebbe potuta servire per attrarre capitali di rischio e incentivare gli imprenditori a investire in queste regioni.

Il dualismo tra Centro-Nord e Sud non è nato ieri. Comincia nel 1861 con la nascita del Regno d’Italia. Sono passati quasi 160 anni e ne stiamo parlando ancora. 
Lei ha ragione: di tempo ne è passato molto. Le élite nazionali hanno grandi responsabilità. Anche il Mezzogiorno, però, ha le sue colpe. Nel Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea firmato a Roma nel 1957 c’è un Protocollo dedicato all’Italia, ovvero la deroga al divieto degli aiuti di Stato per regimi che vadano a beneficio del Meridione. Dentro il Protocollo Italia ci sono diversi strumenti: la fiscalità di vantaggio, gli interventi pubblici con la Cassa per il Mezzogiorno e altro. Il Protocollo venne ripreso - sia pure indirettamente - nel Trattato di Maastricht del 1992. Ma non se ne parla più. Scomparso. In realtà l’Italia ha diritto a regimi di favore speciali uguali a quelli del 1957 per il Sud e per altre aree svantaggiate. Ma questo Protocollo è stato dimenticato.

Nemmeno i fondi comunitari per la coesione sociale sono, però, serviti a colmare questo divario. 
Nel 1992 la struttura del bilancio dell’Unione Europea, disegnata secondo la logica di Altiero Spinelli (tra i padri fondatori dell’Ue fu promotore di un progetto di trattato istitutivo di un’Ue con marcate caratteristiche federali adottato dal Parlamento europeo nel 1984 - ndr) è che gli Stati danno i soldi all’Europa e l’Ue li dà alle regioni bypassando le strutture statali. L’Italia partecipa alla formazione del Bilancio comunitario con propri trasferimenti e Bruxelles dovrebbe destinarli alle regioni. Ma destinarli non significa gestirli.

Ma le regioni hanno un ruolo ben preciso nel nostro ordinamento e le sono state decentrate compiti, funzioni e risorse. Ci poteva stare che gestissero anche i fondi europei? 
I fondi europei ricevuti dalla Spagna o dalla Polonia hanno una destinazione regionale, ma la regia fa capo allo Stato. A differenza degli altri Paesi, l’Italia invece ne affida la gestione alle regioni e i risultati, soprattutto nel Sud, sono che non riescono a spenderli e vengono restituiti a Bruxelles che li destina a quegli Stati che sono più virtuosi nell’impegnare e spendere le risorse. Pensi, ad esempio, che in Polonia hanno realizzato con i nostri fondi un’autostrada e l’hanno chiamata Italia.

Quali sono state le sue evidenze da ex ministro dell’Economia? 
Ricordo che incontrai il presidente di una regione nella sua sede. Dopo avermi ricevuto e fatto accomodare, si avvicinò a una porta che dava sull’anticamera, la aprì: era piena di gente vociante in attesa. Dopo qualche secondo la richiuse e poi rivolgendosi a me disse: “Se io spendessi tutti i fondi che mi sono stati assegnati, l’anticamera secondo lei sarebbe piena o vuota?”. Oppure in visita a Bruxelles dal Commissario che gestisce i fondi per la coesione sociale, nei corridoi c’erano affisse alle pareti i poster di grandi opere infrastrutturali da realizzare con finanziamenti comunitari in diversi Paesi europei. Alla mia domanda: ma non vedo nemmeno un poster italiano! Allora il Commissario aprì un cassetto ed era pieno di progetti per mille opere italiane. 
Come dire che l’Italia dei cento campanili vuole fare un sacco di cose, ma poi per insipienza, incapacità, ritardi finisce per farne pochissime. L’errore fondamentale, il male per il Sud è stato voler trasferire alle regioni i fondi strutturali lasciandogliene interamente la responsabilità della gestione. Per cui alcune opere si realizzano con i soldi dello Stato, quelli europei servono ad altro.

Allude al fatto che vengono impiegati per fare clientela, “comprare” il consenso e mantenere lo statu quo? 
Sì. Anche se poi i fondi non li spendono. Io ho protestato, ma non è servito a niente. Lo stesso è avvenuto quando ho cercato di far nascere una Banca per il Mezzogiorno. Ma non c’è stato niente da fare. E la cosa peggiore è che l’opposizione più forte è venuta proprio dalle regioni meridionali, erano i blocchi di potere del Sud ad opporsi, non certo il Governo, o le regioni settentrionali.

E lei cosa avrebbe fatto se fosse stato ancora ministro? 
Fosse stato per me avrei fatto rinascere la Cassa per gli interventi nel Mezzogiorno. È stato uno strumento straordinario per circa due decenni prima di degenerare nel clientelismo. Quindi è stato un errore eliminarla così com’è stato un errore eliminare la fiscalità di vantaggio.

Certo fa specie che dal 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, la Germania si sia riunificata, recuperando i lander della Germania orientale (l’ex Ddr) mentre da noi il Sud langue … 
Questo è vero, ma è anche retorica. Perché in Germania sta nascendo una reazione opposta. I cittadini delle provincie orientali sostengono che non si sia trattato di una riunificazione, bensì di un anschluss, cioè di un’annessione. Non è del tutto vero che il processo di riunificazione sia stato del tutto positivo.

Meglio annessi che esclusi, trattati a volte con sufficienza se non con disprezzo: non trova? 
Sono concetti diversi. Ma non credo proprio che ci sia un sentimento antimeridionale negli italiani. Siamo un po’ tutti meridionali. Condividiamo la storia, i valori, la lingua, le tradizioni, la fede.

La mancata crescita dell’Italia è un “caso” di studio. Cresce meno di qualunque altro Paese del mondo. La causa è imputabile al Mezzogiorno? 
Non sono così pessimista. Lei vede la pubblicità di molti prodotti e servizi prodotti da imprese del Sud in Tv e sui giornali?  Vede i consumi: auto, barche a motore, viaggi, abbigliamento, abbonamenti ai teatri, concerti. Le sembra che nel Mezzogiorno se la passino poi così male?

No. Ma se non ricevo quanto mi spetterebbe, mi arrangio. Una buona parte dell’economia non osservata (evasione fiscale, elusione fiscale, economia in nero) è radicata nel Sud. È un meccanismo di compensazione che permette di non affondare, di essere meno svantaggiato rispetto agli altri competitori sul mercato? 
È verosimile. Ma siamo sicuri che è tutta evasione da necessità, che il nero si fa perché si ha bisogno, che non si regolarizza chi lavora perché costano troppo i contributi e le tasse, che non si rilasciano scontrini e fatture fiscali perché altrimenti si fallisce? Suvvia, siamo seri! Il Mezzogiorno è indietro per certi aspetti, ma in altri settori non ha niente da invidiare al Centro-Nord. 
Riconosco, tuttavia, che è un problema complesso quello del ritardo di sviluppo del Mezzogiorno. Forse più che di ritardo, parlerei più propriamente di insufficiente adeguamento ai mutati contesti dell’economia globale che vede enti locali, pubbliche amministrazioni, imprese non riuscire a stare al passo con i tempi, a tenere il ritmo del cambiamento, a investire nell’innovazione, nella formazione e nello sviluppo del capitale umano, nelle infrastrutture e nei servizi. È chiaro che se lo Stato non fa le opere pubbliche e i privati non investono nelle tecnologie e nella formazione come può competere una macro-area con gli altri territori che corrono più veloci?

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