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Un cadavere trovato in un capanno, una donna sotto accusa, una scomoda verità

Torna a inquietare e a intrigare Nicci French, nom de plume di due giornalisti inglesi, partner anche nella vita. Da non perdere anche Louise Penny e la nostra Maria Rosaria Pugliese


22/03/2021

di MAURO CASTELLI


Un gradito ritorno nelle nostre librerie, quello di Nicci French, con Tabitha Hardy si difende da sola (Solferino, pagg. 460, euro 19,00, traduzione di Giovanni Zucca). Nicci French, si diceva, nome de plume dell’affermata coppia di giornalisti inglesi Julian Sean French e Nicci Gerrard, nella vita marito e moglie dal 1990. Due prolifiche penne, tradotte in 31 Paesi, che hanno co-firmato 24 lavori, ma che si sono dati da fare anche singolarmente (con sei romanzi scritti da lui e nove da lei). 
Di fatto due primi della classe nel campo dei thriller psicologici, portatori di una scrittura scorrevole quanto intrigante, che tuttavia partorisce creature e contesti complessi e angoscianti. Scrittura, per dirla con il Sunday Times, che “magicamente combina il legal thriller alla John Grisham con il set di un giallo degno di Miss Marple”. 
È curioso notare che, praticamente della stessa età (lui è nato il 28 maggio 1959 a Bristol, figlio un produttore radiofonico e critico cinematografico inglese e di una madre nata in Svezia; lei il 10 giugno 1958 nel Worcestershire, dove è cresciuta con due sorelle e un fratello), Sean e Nicci avevano frequentato Letteratura inglese alla Oxford University senza mai incontrarsi. 
Sarebbe invece successo nell’ambiente di lavoro, dopo che lei si era separata dal primo marito (dal quale aveva avuto due figli, Edgar e Anna) e quando si proponeva come editor al New Statesman, testata dove lui curava una rubrica settimanale. E dalla loro nuova unione sarebbero nate Hadley e Molly, oltre a una formidabile accoppiata narrativa. 
Coppia che dopo essere approdata lo scorso anno nelle nostre librerie per i tipi della Solferino (dopo diverse presenze targate Rizzoli), con Bugie di sangue (mettendo in scena Neve Connolly, una collega all’apparenza affidabile, un’amica affettuosa, una madre e una moglie piena di premure che in realtà….), torna ora sui nostri scaffali proponendo un’altra figura femminile di spessore. Fermo restando un avvertimento al seguito: mai sottovalutare una donna che non ha più niente da perdere. 
Ovvero Tabitha Hardy, un tipetto minuto, introverso, aggressivo come può esserlo chi, nella vita, ne ha passate tante. Che “avrebbe volentieri chiesto a Dio cosa fare, ma non aveva un Dio; o ai suoi genitori, ma non aveva più neanche loro. E nessuno poteva dirle cosa fare, perché in gioco c’erano la sua libertà e la sua vita”. In effetti Tabitha la incontriamo mentre siede in una cella, in custodia cautelare, accusata di omicidio. Ovviamente convinta che ci sia stato un errore e che presto sarà liberata. Purtroppo le cose non stanno esattamente così: ed è quello che cerca di farle capire il suo avvocato d’ufficio. 
Oltre tutto a Okeham, il piccolo paese dove Tabitha è nata e dove ha commesso l’errore di tornare, in molti sono convinti che sia colpevole. D’altra parte perché il cadavere di Stuart Rees sarebbe stato trovato proprio nel capanno vicino a casa sua? Tabitha è confusa, non ricorda quasi nulla di quel 21 dicembre, se non che fosse uno dei suoi giorni più neri: un tempo terribile fuori dalle finestre e un abisso spaventoso nel cuore. Purtroppo non ricorda dove sia stata, né cosa precisamente abbia fatto, né perché la polizia l’abbia trovata coperta del sangue della vittima. E più cerca di concentrarsi, di mettere a fuoco quel che è successo, più qualcosa le sfugge. Qualcosa di essenziale. 
Sta di fatto che contro l’unanime condanna, Tabitha vuole ovviamente che emerga la verità. E sa che c’è una sola persona che può scoprirla, una sola capace di difenderla, una sola su cui contare: se stessa. 
Risultato? Un intrigante thriller che trascina il lettore nei meandri della mente della protagonista e poi sui banchi del tribunale, dove si consuma il gioco feroce del tiro al bersaglio. Dando voce a una figura di donna, insieme fortissima e fragile, costretta ad affrontare in prima persona il corpo a corpo con il pregiudizio, l’omertà e la doppiezza di chi la circonda. 


Proseguiamo. Altra penna di livello quella della canadese Louise Penny, tradotta in 26 Paesi a fronte di un commercializzato di alcuni milioni di copie, che da tempo delizia i lettori con le indagini del suo commissario Armand Gamache, capo della Omicidi del Québec. Una figura emotivamente complessa, coraggiosa e scaltra, dai tratti che sfumano nell’epico, che ha addirittura generato - caso più unico che raro - una nuova linea di merchandising
Il quale Gamache aveva debuttato - era il 2005 - nel ruolo di ispettore capo in Still Life, guadagnandosi via via gli apprezzamenti sia del pubblico che della critica (non a caso viene considerato da molti come uno dei detective più interessanti della nuova narrativa poliziesca). Un personaggio vero, intrigante quanto motivato, che strada facendo ha consentito all’autrice di portarsi a casa la bellezza di sette Agatha Award per il miglior crime dell’anno e di sei Anthony Award, oltre a incassare altri due importanti riconoscimenti: il The Order of Canada nel 2014 e l’Ordre National du Québec nel 2017. 
Louise Penny, si diceva, che per i tipi della Einaudi torna sui nostri scaffali - dopo Case di vetro, Il regno delle ombre e Un uomo migliore - con I diavoli sono qui (pagg. 606, euro 16,00, traduzione di Letizia Sacchini), una storia imbastita su un viaggio a Parigi del nostro protagonista che si rivela ricco di ombre, misteri e, appunto, anche di… diavoli. 
Un’autrice di talento, la Penny, capace come pochi - citiamo il New York Journal of Books - di eccellere nell’esplorazione dei caratteri. Graffiando sotto la pelle, e poi ancora oltre, nel cuore, nella mente e nell’anima dei suoi personaggi. Una penna che tuttavia ha faticato a farsi un suo pubblico di lettori nel nostro Paese. A proporla in prima battuta, esattamente dieci anni fa, era stata infatti la Piemme con L’inganno della luce. Un lavoro che non aveva però riscosso, vai a capire perché, un adeguato seguito. Successivamente, nel 2017, la stessa casa editrice le aveva editato La via di casa, per poi lasciar perdere. A riprovarci due anni fa sarebbe stata invece la Einaudi, con riscontri più convincenti, tanto è vero che non ha mancato di rimetterla in pista altre quattro volte. 
Come abbiamo già avuto modo di annotare, Louise Penny si propone come un’autrice dalle raffinate qualità narrative che, avendo seguìto le strade imboccate in passato da Agata Christie e Dorothy L. Sayers e, più recentemente, da Elizabeth George, Anne Perry e P. D. James, ha saputo regalare ai suoi lettori “gialli deduttivi in puro stile inglese”. 
Romanzi - repetita iuvant - sorretti da frasi brevi (che pertanto agevolano la lettura) e da canovacci che si fondono sul senso di comunità e di appartenenza, nonché sul grande dono dell’amicizia e dell’amore. Il tutto a fronte di una capacità narrativa che blandisce, graffia e al tempo stesso intriga. Giocando a rimpiattino fra dubbi, ipotesi, confronti, ma anche tratteggiando protagonisti di spessore, che lasciano il segno. 
Lei che, onestamente, ammette di “essere stata influenzata da opere come Cuore di tenebra di Joseph Conrad, l’Odissea di Omero e Gilead di Marilynne Robinson”. Ferma restando l’ispirazione legata ai paesaggi, alla storia e alla geografia del Québec, nonché alle persone che abitano questi luoghi. “Persone che mi hanno chiesto pochissimo e mi hanno dato tantissimo”. Anche se questa volta, in I diavoli sono qui, l’ambientazione si sposta sotto la Tour Eiffel. Nel ricordo di quando suo marito Michael l’aveva portata appunto a Parigi. 
“Avevo 36 anni e ci frequentavamo da cinque mesi. Era stato invitato a Tolosa per una conferenza medica sulla leucemia nei bambini e mi aveva chiesto se volevo accompagnarlo. E anche per questo la fascinosa capitale francese l’ho fatta rivivere in un libro sulla famiglia e sull’amicizia. Nel quale tuttavia parlo di come la vita non risulti influenzata soltanto dalle emozioni e dai fatti, ma anche dal modo in cui scegliamo di ricordarli”. 
Detto questo, poche righe di sinossi per questo romanzone da 600 pagine che si legge tuttavia che è un piacere. State a sentire: dopo una cena in un bistrot con Gamache e la moglie Reine-Marie, il miliardario Stephen Horowitz, padrino di Armand, viene investito da un furgone. Quello che a tutti sembra un banale incidente, per quanto drammatico, agli occhi del commissario è un evidente tentativo di omicidio. E quando nell’appartamento di Horowitz viene ritrovato un morto, Gamache finirà suo malgrado invischiato in un’indagine che lo trascinerà dalla Tour Eiffel agli antichi archivi della città, dagli hotel più esclusivi a musei che custodiscono enigmatiche opere d’arte. Sino a scoprire segreti tenuti nascosti per decenni, avvolti nel buio che si annida anche negli appartamenti dei migliori arrondissements
Nemmeno a dirlo, ben presto il capo della Sûreté du Québec si ritroverà al centro di una tela di sospetti e menzogne e, per riuscire a scoprire la verità, dovrà decidere se fidarsi della sua famiglia, dei suoi colleghi, oppure del suo istinto. 
Detto del libro e del suo protagonista (sinora messo in scena in ben quindici storie, tutte di prossima uscita per Einaudi Stile Libero) ricordiamo che Louise Penny è nata a Toronto, nell’Ontario, il primo luglio 1958. Lei che dopo essersi laureata giovanissima in Arti applicate (radio e televisione) presso la Ryerson University della sua città avrebbe lavorato diciotto anni per la Canadian Broadcast Company come conduttrice radiofonica e giornalista prima di proporsi come autrice a tempo pieno. 
Lei che da tempo vive in un villaggio a sud di Montréal, vicino al confine americano del Vermont. Località condivisa sino al 18 settembre 2016 con il marito Michael Whitgehead (morto a 83 anni dopo aver sofferto “di una grave forma di demenza”), già responsabile del settore ematologia al Monreal Children’s Hospital. “Un uomo premuroso e generoso - tiene a precisare Louise - che mi aveva ispirato la figura di Armand Gamache. E al quale devo grande riconoscenza per avermi permesso di lasciare il lavoro e potermi così dedicare alla scrittura”. 


In chiusura di rubrica proponiamo l’ultimo lavoro della napoletana Maria Rosaria Pugliese (che a Napoli, città dove si è laureata in Economia e Commercio a fronte di una trentennale esperienza in un istituto di credito, tuttora vive), la quale - sensibile da sempre alle tematiche sociali - aveva debuttato undici anni fa nella narrativa (ferma restando qualche divagazione nel campo della poesia) con Pazienti smarriti, edito dalla Robin, un lavoro riproposto sei anni dopo da Homo Srivens, peraltro guadagnandosi commenti favorevoli da parte della critica e l’interesse di numerosi premi (come il Domenico Rea, il Giovane Holden, il Salvatore Quasimodo e una semifinale al concorso What Women Write indetto dalla Mondadori). 
Stimoli che l’avrebbero portata a proseguire su questa strada, dando alle stampe Carrettera. Quattordici storie strada facendo e Fontaine blanche. Sino ad approdare un anno fa alla Fratelli Frilli con il noir Omicidio ad alta quota, per poi essere riproposta da questa dinamica casa genovese - lo scorso gennaio - in Fuochi d’artificio per il commissario de Santis (pagg. 168, euro 12,90). 
A tenere la scena, come da titolo, è appunto Nino de Santis, il poliziotto che avevamo imparato a conoscere nel precedente romanzo. Un tipo che odia volare e che, per contro, ama la terra e le pantofole; ma soprattutto un investigatore che con i delitti sembra, sia pure svogliatamente, andare a nozze. Un segugio tutto lavoro e famiglia (della quale fa parte anche l’affettuosa cockerina Prugnetta), alle prese con il desiderio mai estinto di fumarsi una sigaretta anche dopo tanti anni di astinenza e con la brutta compagnia del freddo e del caldo umido della capitale economica del Paese. 
Di fatto un uomo bonariamente sarcastico, che piano piano ha abbracciato le abitudini nordiche, complice l’amata moglie milanese Laura, sposata vent’anni prima e dalla quale ha avuto la figlia Martina, benché gli continuino “a fremere le radici della propria terra allungata sul mare”, il borgo costiero più piccolo d’Italia. Ed è con la sua famiglia che lo troviamo a battibeccare sulle cose da portare in vacanza. Anche se le ferie, almeno per il momento, se le dovrà dimenticare. In quanto, proprio all’ultimo momento, gli verranno affidate le indagini su un duplice omicidio che ha sconvolto la città. 
Ovvero quello di due anziane signore benestanti: l’ottantenne vedova Beatrice Polichetti uccisa nella propria elegante abitazione in zona Magenta e la sua cara amica Gloria, assassinata all’interno di Villa Salus, una residenza di lusso per la terza età. Amiche da una vita e sodali, a quanto pare, anche nella morte, giacché sono state entrambe strangolate. 
A infittire il mistero, la sparizione di un gioiello di robusto valore: un anello di brillanti con al centro uno spettacolare diamante che “genera effetti luminosi pari a un abbaglio pirotecnico, e per questo denominato Fuochi d’Artificio”. 
La doppia indagine costringerà quindi il nostro commissario a trascorrere un bizzarro Ferragosto in città. E come in una partita di ping-pong, con la pallina che rimbalza da una parte all’altra della rete, sotto l’impietosa calura estiva ciascun omicidio rimanda all’altro. Ma grazie al suo formidabile intuito, de Santis “saprà cogliere in fallo i giocatori assestando la schiacciata finale che risolverà il doppio match e ci porterà a riflettere, con triste disincanto, sulla vulnerabilità di una stagione della vita alla quale la società risulta sostanzialmente indifferente”. 
Che dire: un lavoro non particolarmente impegnativo, quindi di facile accesso. Condito di frasi brevi, concetti succinti e di personaggi appena sfiorati, verrebbe da dire, nel loro privato e nelle loro professionalità. In ogni caso un romanzo gradevole, seppure privo di particolari acuti, da leggere in un paio di serate.

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