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Un cellulare nella cassetta delle lettere e l'incubo ha inizio

Torna sugli scaffali Paola Barbato con il primo episodio di una trilogia nera che, angosciosamente, si addentra nell’abisso della mente umana


25/06/2018

di Massimo Mistero


Un cellulare finito per sbaglio nella cassetta delle lettere; due strani messaggi, in rapida successione, volti a inquietare e a creare tensione (Sai chi sono? Io so chi sei): uno sbaglio, uno scherzo oppure è il passato che torna di prepotenza nel presente di una donna, a detta di tutti, ancora segnata da un amore che l’aveva stravolta? E poi una corsa contro il tempo che trascina il lettore nell’abisso della mente umana, dove paure, ossessioni e passioni finiscono per incrociarsi e legarsi a filo stretto, con il rischio di stravolgere una intera vita. 
È questo, divagando, il filo conduttore sul quale si snoda la trama del nuovo thriller firmato da Paola Barbato, una delle voci più interessanti della nostra narrativa di settore, che lo scorso anno, con Non ti faccio niente (un lavoro giocato sulla strana scomparsa di 32 bambini nell’arco di sedici anni, fatti salire in auto da un uomo biondo e dai modi gentili che vuole esaudire i loro desideri, per poi restituirli dopo tre giorni alle famiglie “illesi nel corpo e nell’anima”), aveva monopolizzato l’attenzione di critica e pubblico. E che ora sbarca vincente sugli scaffali con Io so chi sei (Piemme, pagg. 514, euro 18,50), primo episodio di una trilogia che, sin dalle battute iniziali, finisce per addentrarsi in una spirale di angoscia, di paura e di ossessione. Giocando su una bugiarda semplicità narrativa, volta a ingabbiare il lettore in un contesto dove nulla è quasi mai quello che sembra. E dove luci e ombre regalano riflessi perversi a una storia ricca di suspense e inaspettati sbocchi. 
L’idea di mettere in scena, alla stregua di un protagonista, un cellulare sconosciuto - ha avuto modo di ricordare la stessa Barbato - “l’avevo avuta anni fa, immaginandolo come veicolo ideale per delle minacce. Poi quest’idea si è agganciata spontaneamente a quella di un altro romanzo che stavo scrivendo. Lì esploravo, tra l’altro, molte deformità dell’amore. E allora mi sono detta: perché no? Posso mettere le due storie insieme, posso far sì che si sfiorino”. A questo punto, una volta trovata in Firenze la giusta ambientazione, “non mi rimaneva che inventarmi la protagonista, ed è stato allora che, modellando Lena, mi sono resa conto che agivo per sottrazione. Le toglievo, cioè, quelle caratteristiche canoniche che ci si aspetta da un’eroina. Chi ha mai detto che per vivere da protagonista una storia sia necessario essere forti, di personalità marcata, coraggiose? Non è forse vero che la realtà è popolata di ignavi? Da questa riflessione è nata una donna debole, incapace di reagire, schiava delle storie che si racconta, in cerca perenne di aiuto e sostegno, che troverà in un altro protagonista. Ma se la Bella è fragile e incapace, dal mio punto di vista era inevitabile che al suo opposto, nel ruolo dell’eroe, si ritrovasse una Bestia”. 
Già, Lena. Una donna brillante, corretta; una brava persona a detta di tutti. Almeno sino a quando la sua vita era rimasta stravolta dal rapporto con un giovane che era tutto il suo opposto, in altre parole allergico alle normalità della vita. A quel punto la trasformazione, lo stravolgimento sia esterno che interno, il cambiamento radicale. 
Per farla breve, tutto era cambiato quando nella sua vita era entrato Saverio. Un ragazzo più giovane di lei, “che viveva per essere contro qualsiasi regola, pregiudizio, conformità. E che l’aveva trasformata. E non erano solo i vestiti, i capelli, le parole. Era lei, le sue sicurezze, il suo amor proprio. Tutto calpestato in nome di un amore che agli occhi di tutti gli altri era solo nella sua testa. Il giorno in cui lui era finito in Arno, dato per disperso prima e per morto poi, qualcosa in Lena si era spento definitivamente”. 
Da quel giorno sono passati due anni, e di Saverio “le resta il cane Argo, che ancora la vive come un’usurpatrice, e un senso di vuoto dolente e indistruttibile”. Sta di fatto che la sera in cui trova nella cassetta della posta un cellulare, Lena pensa che si tratti di uno scherzo, oppure di un errore. Ma bastano pochi minuti per rendersi conto che quell’oggetto può cambiarle la vita. “Perché i messaggi che arrivano, e ai quali lei non può rispondere, parlano di cose che solo Saverio può sapere. E quindi è vivo. È tornato. Così, senza che lei se ne accorga, quell’oggetto diventa l’unica linfa vitale cui abbeverarsi, e non importa che i messaggi siano sempre più impositivi e le ordinino di commettere atti di cui mai si sarebbe pensata capace. Perché se lei farà la brava, lui rientrerà nella sua vita. O questo è ciò che lei pensa. Almeno fino a quando le persone che le stanno intorno cominciano a morire. E il gioco si fa sempre più crudele. E la prossima vittima prescelta potrebbe essere lei…”. 
Che dire: un lavoro che cattura, intriga e che si legge con piacere; che non assilla, ma nemmeno lascia indifferenti; che si nutre di una trama originale, giocata sulle malevole incongruenze delle interazioni tecnologiche; che si avvale di personaggi credibili quanto ben caratterizzati. Insomma, gli ingredienti giusti per dare spessore a un canovaccio di un certo peso. 
E per quanto riguarda l’autrice? Riprendiamo, riassumendo, quanto già scritto, e frutto di una lunga intervista, su queste stesse colonne. Paola Barbato è nata a Milano il 18 giugno 1971, è cresciuta a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia, per poi accasarsi a Grezzana, alle porte di Verona, con il compagno Matteo e le figlie Virginia, Ginevra e Melania. Per non parlare dei tre cani adottati, ovvero Garrett, Cordelia e Heidi. Sì, perché Paola ha contribuito alla fondazione, in memoria di un amico, di un rifugio per animali abbandonati. Inoltre, come se non bastasse, eccola occuparsi di sociale come presidente dell’Associazione onlus Mauro Emolo, che si prende cura di persone affette da una malattia genetica neurodegenerativa chiamata Corea di Huntington. 
Che altro? Una bella signora dai lunghi capelli castani, Paola, dietro ai quali - a suo dire - spesso si nascondono le insicurezze e che “rappresentano una specie di protezione quando non sai dove mettere le mani”; che ha frequentato il liceo linguistico, per poi proseguire su questa strada fermandosi a otto esami dalla laurea (“In ogni caso me la cavo bene sia in inglese che in tedesco”); che sin da piccola amava scrivere, partendo dai rapporti epistolari con altri compagni di penna, per poi arrivare, sui 12-13 anni, a inventarsi i primi racconti”. Tuttavia non le passava nemmeno lontanamente per la testa che la scrittura potesse diventare una professione, salvo poi, verso i ventidue anni, trovare quei primi positivi riscontri esterni che l’avrebbero stuzzicata a proseguire su questa via. Sta di fatto che, alcune primavere dopo, avrebbe inviato alla Sergio Bonelli una proposta. Risultato? “Venni ingaggiata in prova per un anno e poi confermata”. Così oggi Paola Barbato si propone come penna di punta nelle sceneggiature di Dylan Dog, nonché di altre serie, di romanzi grafici e via dicendo. 
E ancora: lei caratterialmente rigida, puntigliosa, fantasiosa, fondamentalmente timida; lei che ama il teatro e la lettura; lei che adora “interagire con il lettore, fiutare l’aria, decidere se seguire il vento oppure usarlo a suo vantaggio per confondere le acque”; lei che nell’aprile del 2008, con Mani nude, aveva vinto l’edizione 2008 del Premio Scerbanenco; lei che aveva debuttato sugli scaffali con Bilico, per poi fare tris con Il filo rosso nel 2010. Poi sei anni di silenzio, visto che per lei pubblicare un libro non è mai stata una necessità. “Semmai il mio bisogno primario è quello di scrivere, in quanto non farlo significa finire in debito di ossigeno”. 
Sei anni di silenzio peraltro condizionati da certi “suggerimenti” editoriali che non le andavano a genio. In ogni caso in questo periodo avrebbe rivolto maggiore attenzione al suo lavoro di sceneggiatrice di fumetti, ma avrebbe anche scritto il soggetto della fiction Nel nome del male, co-sceneggiato per la Filmmaster e interpretato da Fabrizio Bentivoglio per la regia di Alex Infascelli. Il tutto a fronte di “esperienze gratificanti che le hanno consentito di percepire in diretta l’apprezzamento per il suo lavoro”.

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