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Un colpo di pistola di troppo e in teatro ci scappa il morto

Maurizio de Giovanni fa tornare in scena, nella Napoli degli anni Trenta, il suo intrigante quanto complesso commissario Ricciardi


24/07/2017

di Massimo Mistero


Lo avevamo lasciato, poco tempo fa, alle prese con I guardiani, una storia impregnata di territori sconosciuti e, se vogliamo, difficili da recepire, che per l’autore hanno rappresentato un processo di ricerca e controllo delle fonti più impegnativo del solito. Un lavoro che si addentra nei segreti e nei misteri sotterranei della sua città, Napoli, «abbracciati da una luce che si muove invisibile fra le cose». Di fatto un canovaccio controcorrente, che avrebbe voluto firmare con uno pseudonimo «per non influenzare il pubblico legato ai suoi libri precedenti. Ma l’editore - in questo caso Rizzoli - non era d’accordo…».
D’altra parte, si sa, Maurizio de Giovanni - una penna particolarmente attenta al sociale, tanto da far parte del gruppo di autori che portano avanti il laboratorio di scrittura per i giovani reclusi nell’Istituto Penale Minorile di Isida - ama diversificare. Magari accantonando il mondo del giallo per dare sfogo - con sette libri all’attivo - alla sua devastante passione per il calcio («La più importante delle cose importanti, oltre che una specie di malattia necessaria»). Con un debole dichiarato, ci mancherebbe, per gli azzurri del “suo” Napoli.
Ma poi, da bravo pastore delle parole, eccolo tornare sugli scaffali con le sue gradevoli storie venate di mistero. Come quelle, ambientate nel presente, che si rifanno a I bastardi di Pizzofalcone, serie probabilmente ispirata all’87º Distretto di Ed McBain, approdata sul piccolo schermo per la brillante interpretazione di Alessandro Gassmann. Una serie peraltro legata a Il metodo del coccodrillo, un libro che può essere considerato la genesi dell’ispettore Giuseppe Lojacono, in seguito protagonista degli altri sei romanzi dedicati appunto ai “bastardi”.
Ma soprattutto giocando vincente, de Giovanni, con il mondo inquieto e malinconico del commissario Luigi Alfredo Ricciardi, un personaggio dalla personalità complessa, compassionevole quanto basta, messo in scena negli anni Trenta in una Napoli «miserabile e di grande dignità, dolorosa e forte al tempo stesso». Un uomo che adora la pizza fritta (ha un tavolino riservato allo storico locale Gambinus), che ama frequentare sia i quartieri ricchi che quelli popolari, che sa ovviamente farsi carico dei contrasti e dei conflitti della sua città (per la cronaca, quattro associazioni - genialità napoletana - organizzano tour nei luoghi dove è ambientata questa serie, nello stile di quanto succede in quelli frequentati dal Montalbano di Andrea Camilleri). 
Ed è appunto al commissario Ricciardi (e siamo, se non andiamo errati, a quota dodici) che si rapporta il nuovo lavoro di de Giovanni, Rondini d’inverno (Einaudi, pagg. 356, euro 19,00), dedicato in termini di ringraziamenti a «due mamme meravigliose, mancate proprio mentre raccoglieva le idee per la sua indagine: quella di Antonio Formicola, mente strategica di ogni canovaccio, e quella di Giulio Di Mizio, lo sguardo verde sulla morte, due colonne senza le quali non esisterebbero le sue storie». Un romanzo che segna peraltro una specie di svolta per questo filone di indagini, in quanto inquadrato nel mondo del teatro e, più precisamente, nell’ambiente della sceneggiata tanto cara ai napoletani.
Detto questo, spazio alla sinossi: «Il Natale è appena trascorso e la città si prepara al Capodanno quando, sul palcoscenico di un teatro di varietà, il grande attore Michelangelo Gelmi esplode un colpo di pistola contro la giovane moglie, Fedora Marra. Non ci sarebbe nulla di strano, la cosa si ripete tutte le sere, ogni volta che i due recitano nella canzone sceneggiata: solo che dentro il caricatore, quel 28 dicembre, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. Gelmi giura di essere innocente, ma sono in pochi a credergli. La carriera dell’uomo, già in là con gli anni, è in declino e dipende ormai dal sodalizio con Fedora, stella al culmine del suo splendore».
Fedora, voci di corridoio, si era però innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. «Da come si sono svolti i fatti, il caso sembrerebbe già risolto, eppure Ricciardi è perplesso. Mentre il fedele Maione aiuta il dottor Modo in una questione privata, il commissario, la cui vita sentimentale pare arrivata a una svolta decisiva, riuscirà con pazienza a riannodare i fili della vicenda. Un mistero che la nebbia improvvisa calata sulla città rende ancora più oscuro, e che riserverà un ultimo, drammatico colpo di coda».
A questo punto - riprendiamo quanto già scritto su queste stesse colonne - spazio al privato del prolifico Maurizio de Giovanni, che sin da ragazzo amava «la letteratura popolare, con un debole dichiarato per la fanta-archeologia di Peter Kolosimo, Philip Dick e Isaac Asimov». Fermo restando il ricordo del primo libro letto: «Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, un romanzo impregnato di vendetta e sofferenza che avevo preso dalla libreria di papà. E mi catturò talmente che il solo pensiero di arrivare alla fine mi intristiva. In effetti fu una buona scelta, in quanto ancora oggi mi capita di rileggerlo e di scoprirne nuove angolature».
Che altro? Maurizio de Giovanni vive a Napoli, città dove è nato il 31 marzo 1958, anche se il suo lavoro iniziale (quello in banca) lo aveva portato lontano. Lui che, da buon partenopeo, qualche scaramantica mania se la porta al seguito. Come quella di un fermacarte risalente al primo conflitto mondiale, forse realizzato utilizzando il metallo di una scheggia che aveva sfiorato suo nonno mentre era in guerra. «Per me è un simbolo di pericolo e salvezza al tempo stesso. Così non manco di accarezzarlo e coccolarlo quando sono in cerca di ispirazione».
Lui che aveva iniziato la carriera di scrittore partecipando a un concorso, peraltro vinto, indetto da Porsche Italia e riservato a giallisti emergenti, con un racconto ambientato nella Napoli degli anni Trenta e intitolato I vivi e i morti. Un racconto che nel 2006 sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, riproposto l’anno successivo sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? L’azzeccato commissario Ricciardi, che in autunno approderà in un fumetto della Bonelli, «realizzato da disegnatori campani a fronte di un risultato straordinario».
De Giovanni, si diceva, che ha vinto - fra gli altri - il Premio Viareggio, il Premio Camaiore nonché il Premio Scerbanenco e che è stato tradotto o è in corso di traduzione in una ventina di Paesi (come in Francia e negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania, in Spagna e in Russia, in Danimarca e via dicendo). Lui che ha scritto anche opere teatrali e, soprattutto, ha fatto strage di lettori con i suoi imperdibili polizieschi. Leggere per credere.

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