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Un inquisitore, un antico manoscritto e una verità che scotta

Dalla mano calda di due sceneggiatori, Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro, un debutto di intrigante lettura all’insegna del giallo storico


09/04/2018

di Valentina Zirpoli


Chi bazzica nel campo delle sceneggiature generalmente si porta al seguito una scrittura di piacevole impatto, sostenuta dal giusto ritmo, da personaggi che catturano e da ambientazioni credibili. Non fanno eccezione, nella narrativa storica, due esordienti con le carte in regola per lasciare il segno. E sui quali l’editore - nel nostro caso la romana Newton Compton - punta a occhi chiusi. 
Di chi stiamo parlando è presto detto: di Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro, arrivati sugli scaffali con La fortezza del castigo (pagg. 380, euro 9,90), un enigmatico lavoro i cui diritti sono già stati acquistati dal colosso tedesco Bertelsmann nonché dall'editore spagnolo Ediciones B (Gruppo Penguin Random House) e che, per certi versi, richiama le intriganti atmosfere de Il nome della rosa di Umberto Eco. Il romanzo - come si ricorderà - che il semiologo e saggista alessandrino aveva ambientato sul finire del 1327 e che aveva nutrito del classico espediente del manoscritto ritrovato a fronte di una vicenda ambientata in un monastero benedettino dell’Italia settentrionale e scandita dai ritmi della vita monastica. 
Tematiche, queste, opportunamente “rivisitate” dai nostri due autori, pronti a dare voce a una vicenda che, dal punto di vista anagrafico, anticipa quella raccontata da Eco, in quanto ambientata nell’Italia del 1214, e più precisamente nella dimora dei Cavalieri del Tau in quel di Altopascio, con puntate su Roma, sul Lago Trasimeno, Perugia, Lucca e la val di Trebbia, ma anche con approdi a Costantinopoli, nelle foreste del Moncenisio, nei Pirenei e nella rocca di Montségurt. 
Un canovaccio peraltro preceduto, dal punto di vista storico, da un prologo che si rifà a un periodo successivo, il 1266, dove incontriamo nel convento di Mantes, in Francia, l’agghiacciante inquisitore Marcus (“Un personaggio di fantasia”) in attesa dell’arrivo di un anziano frate francescano, il maestro Bonaventura da Iseo (sempre pronto a cogliere il significato dei gesti, delle parole e finanche delle intenzioni), deciso strappargli a ogni costo la verità su un libro segreto che minaccia di scuotere le fondamenta della Chiesa. E il frate, conscio di quello che gli potrebbe succedere in quella tragica notte, comincia a ordinare i ricordi degli anni andati: unica difficile via, forse impossibile, per cercare di uscirne indenne. 
E così ecco al seguito la storia raccontata da Bonaventura, giocata all’insegna dei princìpi che tenevano banco in quel periodo. Come quello della rinascita, della certezza che chi semina vento raccoglie tempesta, che fuori dalla chiesa non c’è salvezza, nonché dell’assicurazione un po’ azzardata che senza spargimento di sangue non ci possa essere perdono e che la morte raggiunge anche l’uomo che fugge. Insomma, tematiche d’altri tempi che pure avevano una loro ragione d’essere. 
Per farla breve: Bonaventura da Iseo, maestro nelle arti alchemiche, che è stato al servizio di un re e alcuni scheletrini nell’armadio se li porta al seguito, apprende con sgomento la notizia della scomparsa del suo mentore Francesco d’Assisi. Una scomparsa reale che risale al 1214 quando il futuro patrono d’Italia si era recato, secondo le cronache dell’epoca, in Spagna dove era rimasto preda di una malattia e a un certo punto era sparito. Per questo frate Elia, reggente dell’ordine in assenza di Francesco (“Che a sua volta si interessava di alchimia, ma sono in pochi a saperlo”), aveva incarico appunto Bonaventura di mettersi sulle sue tracce. Il quale Bonaventura riceve, “dalle mani grondanti sangue del suo confratello, un misterioso manoscritto che dovrà custodire a prezzo della vita”. 
Determinato a trovare e liberare Francesco, il nostro frate decide di mettersi in viaggio: tra bui conventi e infidi manieri, scoprirà che il maestro aveva con sé l’Alterus Christus, l’unica, potente reliquia in grado di sconfiggere le forze del male e impedire l’avvento dell’Anticristo. “Una reliquia trafugata da Costantinopoli: cosa non di poco conto in quanto, in quegli anni, una reliquia poteva valere una fortuna - complice i soldi dei pellegrini - sia per una chiesa che per una abbazia o addirittura per un’intera città”. Sta di fatto che la ricerca condurrà Bonaventura sino alla rocca maledetta di Montségur, fortezza inespugnabile degli eretici catari, dove... 
Risultato? Una vicenda dai risvolti complessi a fronte di un viaggio che trascinerà il lettore fra le angolature più oscure e spietate di quella Chiesa che teneva banco nel Medioevo. All’insegna di personaggi che lasciano il segno, a partire da frate Bonaventura, un religioso della vecchia guardia la cui fede, messa a dura prova, rischia di vacillare. Ma ben tratteggiate sono anche le figure dell’inquisitore e di una strana fanciulla che in molti vorrebbero ritrovare... 
Detto questo voce agli autori per bocca di Pierpaolo Brunoldi, nato il 6 dicembre 1962 ad Albizzate, in provincia di Varese, da padre legnanese e madre brianzola. Lui che si è laureato in Veterinaria alla Statale di Milano e che ora abita con la famiglia a Mornago, sempre nel Varesotto. Lui che, e qui richiamiamo l’incipit trattato in questa recensione, non manca di raccontarci un aneddoto: “Mentre muovevo i primi passi nella professione ero andato a visitare a domicilio il cane di uno stimato critico di Cesare Pavese. Ed essendo rimasto folgorato dalla scrittura di Umberto Eco (che ha intrigato anche il mio amico Antonio) mi ero portato dietro il suo capolavoro, appunto Il nome della rosa. E gliene parlai, bevendo un caffè, salvo sentirmi rispondere che quella non era letteratura…”. 
Dopo la laurea in Veterinaria, Brunoldi (un uomo che ama viaggiare in cerca di bellezze artistiche, dal carattere sensibile, chiuso quanto riflessivo, anche se a volte si lascia andare a eccessi di irruenza) avrebbe frequentato una scuola di recitazione a Milano, per poi seguire studi di sceneggiatura a Roma conseguendo un master specialistico. Con il risultato di arrivare a scrivere opere drammaturgiche, sceneggiature per la Tv e per il grande schermo, nonché racconti pubblicati in diverse antologie. 
E appunto presso la “Scuola di sceneggiatura Tracce” di Roma avrebbe incontrato Antonio Santoro (“Una persona - tiene a precisare - più riflessiva e pacata del sottoscritto, che ama sviscerare i problemi anziché fermarsi alla loro superficie”), nato a Cava de’ Tirreni nel 1973, in provincia di Salerno, e ora di stanza nella Capitale. Santoro, si diceva. Regista, attore e drammaturgo, diplomato presso l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico. Con tanto di laurea al Dams, due master in sceneggiatura, la direzione di numerosi spettacoli e la scrittura di diversi testi per il teatro. 
E per quanto riguarda il loro lavoro a quattro mani? “Per una buona riuscita è importante che ci sia feeling e identità di vedute. E visto che ci capiamo a meraviglia, due anni fa abbiamo deciso di dedicarci al nostro primo romanzo storico, frutto di un robusto lavoro di ricerca portato avanti - oltre che consultando la Treccani online - attraverso l’acquisto via Internet di un centinaio di libri, alcuni dei quali in lingua inglese. E lo abbiamo fatto partendo da un’idea, poi sviluppata in una pagina di soggetto. Quindi la suddivisione in capitoli, da scrivere uno a testa. Infine l’editing da parte di uno e dell’altro onde evitare smagliature narrative”. 
E per quanto riguarda il domani? “Se questo romanzo, come sembra, riscuoterà la simpatia dei lettori ne abbiamo in programma un secondo. Che peraltro - il ferro va battuto sin che è caldo, aggiungiamo noi - stiamo già scrivendo…”.

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