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Un misterioso omicidio in un ristorante e l’ex ispettore capo della polizia di Shanghai faticosamente indaga

Qiu Xiaolong, ancora una volta, si addentra con maestria nelle contraddizioni del socialismo cinese. Riflettori puntati anche su Alex Connor e Nicholas Searle


26/10/2020

di MAURO CASTELLI


Subito un gradito ritorno: quello dell’eclettico Qiu Xiaolong e, per interposta persona, del suo personaggio di punta, l’ex ispettore capo della polizia di Shangai, il leggendario quanto enigmatico Chen Cao (un integerrimo membro del partito, amante della poesia e della buona cucina) questa volta alle prese - nel suo nuovo ruolo di direttore del neonato Ufficio per la riforma del sistema giudiziario - con un caso che non mancherà di “sollevare il velo sui tribunali della Cina di oggi”. 
Sì, perché questo provocatorio quanto graffiante autore non è solo un giallista di livello: semmai lo potremmo definire come un attento quanto scomodo osservatore della quotidianità del suo Paese. Oltre a proporsi come qualificato traduttore e raffinato poeta. Sempre giocando vincente su quella sua variegata cultura che affonda le radici in due continenti, la qual cosa ci consente di leggere fra le righe della Cina di oggi, un Paese che è totalmente diverso - tiene a precisare - rispetto a quella in cui è cresciuto. 
Sì, perché Xiaolong, nato a Shanghai nel 1953, nel 1989 si era accasato negli Stati Uniti, dove attualmente insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis, città dove peraltro vive con la moglie e la figlia. Appunto per questo nei suoi romanzi tiene banco - sia pure velatamente - il percorso storico, economico e socio-politico attraversato da Pechino, il cui apice è stato rappresentato dalla Rivoluzione Culturale. In effetti la sua penna non si limita a costruire storie indirizzate alla ricerca del colpevole, ma cerca di esplorare le circostanze culturali, economiche e sociali in cui è maturato quel determinato evento. 
Un passo indietro, attingendo dai suoi ricordi e a beneficio dei più distratti, su come maturò la decisione di restare nel Paese a stelle e strisce: “Ero arrivato negli States grazie a un programma di scambio offerto dalla Ford Foundation per documentarmi sul poeta, saggista e critico letterario Thomas Stearns Eliot, al quale volevo dedicare un libro. Una passione maturata dopo aver frequentato la Easter China Normal University di Shanghai ed essermi laureato, in quel di Pechino, sui banchi della Chinese Academy of Social Sciences”. 
Ma proprio durante quel suo soggiorno in terra americana scoppiò la rivolta di Piazza Tienanmen e lui, sospettato di aver finanziato i movimenti studenteschi, preferì evitare guai restando al sicuro oltreoceano. La qual cosa non sorprende viste le sue vicissitudini familiari. Suo padre, proprietario di una piccola azienda di profumi “nazionalizzata” negli anni Cinquanta, era stato infatti bollato come “nemico di classe” e costretto a chiedere pubblico perdono alle “guardie rosse”. Avvenimenti che pesarono fortemente sulla madre, messa in ginocchio da un rovinoso crollo nervoso dal quale non si sarebbe più ripresa. 
Sta di fatto che, in terra americana, Xiaolong si sarebbe messo a sfornare non solo libri di poesie, ma anche polizieschi di peso (a influenzarlo, in particolare, il realismo dell’ispettore Martin Beck uscito dalla penna degli svedesi Majk Sjowall e Per Wahlo). Polizieschi che gli avrebbero regalato un immediato apprezzamento, che si sarebbe in seguito allargato a macchia d’olio grazie allle storie di Chen (un uomo dalla solida formazione morale che si muove in una Shanghai che riflette il tumultuoso e rapido cambiamento che la Cina aveva iniziato a vivere a partire dagli anni Novanta). 
Storie che sono state tradotte in una trentina di Paesi (Svezia, Giappone e Israele compresi), hanno venduto diversi milioni di copie, sono state adattate dalla Bbc per una popolare serie radiofonica e stanno strizzando l’occhio al piccolo schermo. Complice la capacità dell’autore di offrire, in modo gentile e al tempo stesso graffiante, una visione inedita della Cina di oggi in abbinata a quella del suo passato prossimo. 
Chiuso il preambolo legato alla vita di questo autore, spazio al suo ultimo romanzo, Processo a Shanghai (pagg. 270, euro 18,00, traduzione di Fabio Zucchella), un lavoro proposto da Marsilio, il suo editore italiano di riferimento con 14 libri già pubblicati (dodici dedicati a Chen Cao e due alle storie del Vicolo della Polvere Rossa), che si avvale in appendice - per farcene apprezzare anche la vena poetica - di cinque brevi composizioni (ovvero Un’antologia poetica di Xuanji). 
Ma di cosa si nutre questo intrigante poliziesco? Intanto, come accennato, l’ispettore Chen Cao ha un nuovo ruolo. E se di fatto non è più un poliziotto, il mestiere di detective se lo porta sempre appiccicato. In ogni caso la sua esperienza e la sua incorruttibilità rappresentano una garanzia, anche se l’importanza e il prestigio del nuovo incarico sono solo apparenti: in realtà lo scopo di questo salto in avanti - promoveatur ut amoveatur dicevano i latini - è quello di tenerlo lontano dai suoi casi speciali
Come da sinossi Chen si trova in licenza di convalescenza, e pertanto ne approfitta per dedicarsi, oltre che al riposo, alle letture. In fondo, i romanzi e le trasposizioni televisive sulle inchieste del giudice Dee potrebbero rappresentare un diversivo corroborante. In altre parole le avventure dell’integerrimo magistrato-investigatore dell’antica dinastia Tang potrebbero ridare un po’ di fiducia a un uomo sempre più stanco e disilluso. 
Ed è proprio in questa circostanza che il padre di quello che era stato il suo subordinato Yu, soprannominato Vecchio Cacciatore (lo avevamo imparato a conoscere ne La misteriosa morte della compagna Guan, lavoro che nel 2001 gli valse l’Anthony Award per la miglior opera prima) gli chiede aiuto per un caso del quale è stata incaricata l’agenzia investigativa per cui lavora: Min Lihua - l’affascinante cuoca-cortigiana che, approfittando dei banchetti che si tengono nel suo costosissimo ristorante, intesse relazioni interessate con uomini di potere - è stata infatti arrestata con l’accusa di omicidio. 
Per la cronaca nella sua “cucina privata” è stato trovato il cadavere di Qing, la sua giovane assistente, e un misterioso personaggio ha offerto una somma astronomica per provarne l’innocenza. Chen è ormai un ex investigatore e deve assolutamente rimanere nell’ombra. Tanto più che ha capito che questa indagine rischia di “minare la stabilità del socialismo con caratteristiche cinesi, perché implicitamente smaschera le contraddizioni di un sistema in cui il potere giudiziario è subordinato a quello del Partito”. 
Esiliato in un resort di lusso, Chen è sempre più sorvegliato e sempre più lontano da Shanghai. E non solo fisicamente. Ma davvero non è più in grado di fare la differenza nel sistema? È forse arrivato il momento di cambiare rotta? Nonostante lo sconcerto e la rabbia, il nostro ex ispettore è determinato a non darsi per vinto. Ce la farà? Al lettore la fascinosa scoperta… 


Di collaudato spessore narrativo è anche la scrittura dell’inglese Alex (Alexandra) Connor, che dopo aver esordito vincente sui nostri scaffali, quattro anni fa, con Cospirazione Caravaggio (il suo lavoro d’esordio, peraltro datato 2011), con Il dipinto maledetto avrebbe vinto il Premio Roma per la narrativa straniera. A seguire, sempre apprezzati dal pubblico italiano, sarebbe stata pubblicata la sua trilogia su Michelangelo Merisi (Caravaggio enigma, Maledizione Caravaggio ed Eredità Caravaggio), quindi Goya Enigma, Tempesta Maledetta e, ora, sempre per i tipi della Newton Compton, I cospiratori di Venezia (pagg. 350, euro 9,90, traduzione di Tessa Bernardi), secondo libro della serie iniziata con I lupi di Venezia
Come abbiamo già avuto modo di annotare, la scrittura di questa autrice (nata e cresciuta in Inghilterra e che attualmente vive a Brighton, nel Sussex) sa regalare, al tempo stesso, suspense e cultura, miscelando al meglio presente e passato, il mondo dell’arte con quello del mistero, la fantasia con la realtà. A fronte di una innata capacità (il fatto che si proponga anche come pittrice le consente di entrare dalla porta principale nella vita e nelle opere dei grandi artisti) nel tratteggiare personaggi capaci di fare breccia nell’immaginario dei lettori. 
Di fatto una donna piacente che, prima di arrivare al successo letterario, aveva intrapreso diverse carriere: così era stata modella, assistente personale di un chirurgo cardiaco, dipendente in una galleria d’arte prima di dedicarsi alla pittura e alla narrativa a tempo pieno. 
Detto questo spazio a briciole di trama de I cospiratori di Venezia, un lavoro ambientato appunto nella città lagunare nel Sedicesimo secolo, una città che, ai tempi della nostra storia, male si rapportava con il suo antico ruolo di regina, punto di approdo e di partenza di viaggiatori da e per tutto il mondo. Un luogo unico (Se non fossi il re di Francia, ebbe a dire Enrico III, vorrei essere un suo cittadino), dove a tenere banco è ancora quel carnevale dalle antiche origini che concede anche ai reietti, complici le maschere, di sentirsi importanti e magari prendersi gioco, una volta all’anno, dei religiosi, dei ricchi e dei potenti. 
Ed è qui che incontriamo Marco Giannetti, assistente di bottega del celebre pittore Tintoretto, alle prese con le conseguenze non sempre lineari delle proprie azioni. Non a caso, “corrotto dallo scrittore Pietro Aretino, al cui ricatto ha piegato il suo volere, si trova odiato dagli ebrei del ghetto che lo incolpano di un crimine atroce. E più passa il tempo e più si convince che il denaro sia un subdolo alleato: invece di proteggerlo, ha infatti messo in pericolo la sua vita”. 
E mentre Giannetti si appresta a fare i conti con la propria coscienza, una serie di brutali delitti sconvolge la città. Una delle vittime è la figlia dello speziale, scienziato e mago olandese Nathaniel der Witt, che disperato vuole vederci chiaro su quanto è successo e decide di darsi da fare in prima persona per scoprire la verità. Di fatto la sua indagine lo metterà sulle tracce di personaggi importanti, che alternativamente movimenteranno la scena, come appunto Jacopo Robusti detto il Tintoretto, la spia Adamo Baptista, la voluttuosa cortigiana francese Tita Boldini, anche lei manovrata dal deus ex machina della situazione, l’Aretino.  E poi il mercante francese Lauret, la donna più desiderata di Venezia, Caterina Zucca, o il giovanissimo e fragile castrato Giovanni Spolatti… 
In ogni caso non sarà facile far luce su quel coagulo di misteri in quanto, fra le calli della Serenissima - a guardar bene una città ombrosa, crudele e sanguinaria, ricattatrice e corrotta - i Lupi di Venezia sono di nuovo a caccia... Già, i Lupi, misteriosi individui dei quali non si sa il nome, che agiscono pericolosamente nell’ombra, che si accaniscono contro giovani donne innocenti. E in tale contesto Marco Giannetti, che si racconta in prima persona, “assurgerà involontariamente al ruolo di drammatico protagonista”. 


Il terzo suggerimento di lettura è legato alla penna di Nicholas Searle il quale, prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato per più di venticinque anni nell’intelligence britannica. Non stupisce quindi che il suo romanzo d’esordio, L’inganno perfetto (dal quale è stato tratto l’omonimo film interpretato da Helen Mirren e Ian McKellen), sia stato salutato a livello internazionale come un’opera degna erede di quelle di John Le Carré, il maestro inglese delle spy stories. E altrettanto successo ha riscosso il suo secondo lavoro, da poco arrivato nelle nostre librerie e a sua volta proposto dalla Rizzoli, ovvero Il traditore (pagg. 286, euro 19,00, traduzione di Bérénice Capatti). 
Una storia che, a detta dell’autore (di lui si sa poco, se non che è cresciuto in Cornovaglia e che ha studiato lingue a Bath, il famoso centro termale nella contea del Somerset, e nella tedesca Göttingen), non riguarda un evento specifico né le sue conseguenze. “Nemmeno l’attentato sul London Bridge, datato maggio 2017, quando avevo appena completato la bozza del primo capitolo, ne ha condizionato la stesura. Anche se non posso provare - onestamente ammette - che questo accadimento, insieme a molti altri, non abbia sostanziato la narrazione”. 
Come dire che questo canovaccio non riguarda un evento specifico né le sue conseguenze. “Semmai ciò che mi ha spinto a scrivere questo romanzo è stato il desiderio di immaginare e raffigurare i dilemmi di coloro che sono coinvolti in eventi del genere e il loro modo di affrontarli”. 
A tenere la scena è l’agente dell’intelligence britannica Jake Winter che, dopo l’esplosione che ha provocato decine di morti in una stazione ferroviaria, è ossessionato da un dubbio: si tratta di un errore imperdonabile o di una fatalità? Dalle prime indagini sembra infatti che ad azionare l’ordigno sia stato proprio uno dei suoi uomini. Devastato dai sensi di colpa e con la sua carriera appesa a un filo, Jake è ormai convinto di non potersi riscattare quando, a sorpresa, viene coinvolto in una nuova operazione: un altro attentato da sventare, una cellula terroristica da intercettare in fretta. 
Il contatto sul quale Jake si gioca il tutto per tutto si chiama Rashid, un infiltrato nell’organizzazione criminale. Affidarsi a lui è la sola opzione, ma è anche un pericoloso salto nel buio. Del resto, puoi fidarti ancora di qualcuno quando hai perso la fiducia in te stesso? 
In sintesi: un concentrato di tensione narrativa arricchito di personaggi ben strutturati, che ti entrano subito dentro e quindi difficili da dimenticare. Con una annotazione finale dello stesso Searle che colpisce al cuore: “Vengo da una lunga carriera dedicata a cercare di prevenire attentati. E quindi non posso non mostrare compassione verso tutte le persone coinvolte: le vittime, i sopravvissuti, la polizia, i servizi segreti e sì, benché sia doloroso dirlo, anche i terroristi”.

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