Share |

Una strana valigia, l'omicidio di una ragazza e il vicequestore Vanina Guarrasi indaga

Dopo il successo di Sabbia nera, torna da protagonista Cristina Cassar Scalia. Meritevoli d’attenzione anche le storie firmate da Stuart Turton e Chevy Stevens


27/05/2019

di Mauro Castelli


Torna sugli scaffali, osannata da numeri uno del calibro di Carlo Lucarelli, Maurizio de Giovanni e Giancarlo De Cataldo, la scrittrice siciliana Cristina Cassar Scalia (“Con gli accenti accasati sulle prime a del mio doppio cognome, in quanto i miei avi erano di origini maltesi”), una penna capace di graffiare e intrigare al tempo stesso, di addentrarsi fra le pieghe dei misteri con il passo fermo e deciso di chi ha una marcia in più. Il tutto a fronte di una piacevolezza narrativa che merita una buona dose di rispetto e considerazione. 
Lei che è nata in quel di Noto (Siracusa) il 25 maggio 1977 da un padre medico e da una madre “bi-diplomata” in Farmacia e Biologia; lei che dopo aver frequentato nella sua cittadina il liceo classico Antonio di Rudini si sarebbe laureata in Medicina, con specializzazione in Oculistica (la stessa di suo marito Maurizio, che si propone anche come il “paziente quanto rigoroso” censore dei suoi scritti), presso l’università di Catania, città dove vive e lavora, risultando comunque professionalmente attiva anche nel paese di Rosolini; lei che da bambina si era dedicata alla danza classica per poi perdersi per strada; lei che sui 13-14 anni (“Ero brava sia in italiano che in storia”) si era messa a scrivere un sacco di racconti. E proprio con un racconto intitolato Il vento non soffia più sulle cime (da un incipit rubato a Gina Lagorio) si sarebbe portata a casa, quando di anni ne aveva 17, il primo premio di un concorso, Sei autori in cerca d’autore, promosso dalla Mondadori per i ragazzi dei licei. 
In seguito il peso degli studi avrebbe però inciso sulla sua creatività, che avrebbe rimesso in pista a 29 anni, quando si mise a scrivere il suo primo romanzo, La seconda estate, pubblicato dalla Sperling & Kupfer nel 2014. Un lavoro peraltro insignito del Premio Internazionale Capalbio opera prima e tradotto in Francia. 
Visto il risultato, Cristina avrebbe concesso il bis con Le stanze dello scirocco, scegliendo come teatro la sua terra, la Sicilia. Un terreno fertile - già percorso (lasciando perdere quel geniaccio di Andrea Camilleri) da un’altra isolana vincente, Alessia Gazzola, a sua volta medico, ma con diversa specializzazione - sul quale lo scorso anno avrebbe imbastito il suo primo giallo, Sabbia nera, un cold case benedetto dal successo (e in corso di traduzione in Germania) ambientato in una villa signorile alle pendici dell’Etna dove viene ritrovato, in un montavivande presente in un’ala abbandonata dell’edificio, il corpo di una donna ormai mummificato. Del delitto è incaricato il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina, trentanovenne palermitana trasferita alla Mobile di Catania dopo sei anni trascorsi sotto il monte Pellegrino. 
Già, Vannina. Uno sbirro con tutte le caratteristiche del grande poliziotto (acume, tenacia e fantasia investigativa); una fimmina in carriera che di brutte faccende ne ha dovute digerire parecchie (uomini incaprettati e bruciati vivi, cadaveri cementati dentro un pilastro, gente sparata, accoltellata, strangolata e via dicendo); ma anche una donna che non si è risparmiata irritanti viaggi in un passato carico di amarezze (oltre al padre ammazzato dalla mafia anche un amore lasciato a metà con un magistrato della Dia a sua volta minacciato di morte) e che ora torna sulla breccia ne La logica della lampara (Einaudi, pagg. 376, euro 19,00). 
Un personaggio e una trama resi credibili dal lavoro di documentazione dell’autrice (“Per portare Vanina alla conclusione di questo strambo caso ho tediato con infinite domande diverse persone del mestiere”), la quale in tal senso certo non si risparmia. Oltre naturalmente a metterci del suo. Così ecco come propone Vanina: “Una bella donna che veste con gusto, che ama la buona tavola, che ha uno stretto rapporto con il medico legale che segue i suoi casi, che risulta apprezzata dalla sua squadra, che nel tempo libero colleziona film italiani d’autore girati in Sicilia”. Passione, quest’ultima, mutuata dalla stessa autrice, che ammette di collezionare pellicole di grandi registi allargate però a tutta Italia. 
In buona sostanza cosa ci viene proposto in questa nuova indagine condotta da Vanina? Intanto un singolare inizio legato, anche per giustificare il titolo, al malfunzionamento di una lampara su un gozzo dove incontriamo i primi due personaggi, il giornalista di un quotidiano online, Sante Tammaro, e il canterino dottor Manfredi Monterreale, che ci regalano i primi siparietti narrativi alla siciliana (La puoi finire cu’ sta litania, che i pesci si scantano e se ne scappano?), tuffi nel dialetto che richiamano il linguaggio del commissario Montalbano, trattati però in maniera più delicata, comprensibile a tutti. 
Ma, detto fra noi, che ci trase la lampara? Ci trase, ci trase. Perché “la pesca con la lampara ha una sua logica precisa. Si accende la luce, non si fa rumore, si sta fermi il più possibile e nel frattempo si armano le reti. Prima o poi anche i pesci meglio nascosti vengono a galla. A quel punto non possono scapparti più”. E Vanina pensò che questa era l’immagine perfetta per descrivere il suo nuovo caso. 
Detto questo, cosa avevano visto i nostri due pescatori dilettanti? Un uomo trascinare a fatica una grossa valigia e buttarla fra gli scogli. Contemporaneamente in questura avevano ricevuto una telefonata anonima. Con una voce femminile a dichiarare, concitata, di aver assistito all’omicidio di una ragazza durante un festino in un villino sul mare”. Che i due fatti siano collegati? Probabilmente sì. E a farsi carico dell’indagine, coadiuvata dal suo fedele vice Spanò, sarà appunto la scontrosa Vanina, la cui vita privata sembra complicarsi ogni giorno di più. Peraltro affiancata dall’ottantatreenne commissario in pensione Biagio Patanè, cervello fino e lucidità da giovanotto, che aveva contribuito in modo determinante alla risoluzione del precedente omicidio. 
Un personaggio, quello di Patané, che si propone come il favorito dell’autrice, tanto da farle dichiarare: “Me lo ero inventato come ripiego, come figura accessoria, in quanto mi serviva per scavare su una vecchia storia. Poi mi avrebbe preso per mano. Potevo lasciarmelo scappare?”. 
Detto questo torniamo alla storia. A rendere più complicata la situazione la scomparsa di una giovane, bella e ambiziosa avvocatessa, Lorenza Iannino, che, guarda caso, era l’affittuaria proprio del villino incriminato. Insomma, un contesto da prendere con le molle, visti che risultano implicati alcuni dei personaggi più potenti di Catania. Come l’avvocato Ussaro, una figura viscida e sfuggente legata ad ambienti di ogni tipo. 
Di fatto si tratterà di una indagine complessa, infarcita di una lunga serie di piccoli tasselli, nessuno dei quali sembra fare la differenza. Fortuna vuole che il nostro vicequestore non demorda, nonostante si sia rifatto vivo Paolo, il suo vecchio amore palermitano che, nonostante tutto, ha ancora spazio in un angolo del suo cuore… 
Che dire: una vicenda profonda quanto ben orchestrata, interpretata al meglio dai suoi protagonisti; una vicenda di piacevole leggibilità, condita di inaspettati risvolti nonché di quelle atmosfere che soltanto la Sicilia può regalare. E che non tutti, è bene sottolinearlo, sono capaci di travasare come si conviene fra le righe di un racconto. 
Che altro? Visto che squadra vincente non si cambia, questi personaggi torneranno in libreria una terza volta: “L’idea l’ho già ben chiara in testa, ma per ora preferisco tacere sui contenuti”. Inutile insistere, in quanto Cristina Cassar Scalia, forte di un carattere “deciso quanto determinato”, non si farebbe certo corrompere. Semmai cerchiamo di addentrarci ulteriormente fra le pieghe del suo quotidiano. Che la vede farci partecipe della sua passione per i classici (“A soli tredici anni mi ero letta Guerra e pace di Tolstoi”), fermo restando un debole dichiarato per Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia, George Simenon (“Conservo tutti i telefilm su Maigret interpretati da Gino Cervi”) e, attingendo dal presente, per Andrea Camilleri “prima maniera”. 
A seguire eccola precisare: “Scrivo di sera e di notte, mai di mattina presto, a fronte d una creatività a corrente alternata, in quanto non sono metodica. Succede quindi che a volte sforni un sacco di pagine mentre altre fatichi a quagliare”. Scrittura comunque di livello, peraltro benedetta da quell’impagabile complimento di una lettrice che le era arrivato via facebook: “Non riuscivo a staccarmi dal suo libro e quando ho finito di leggerlo mi sono sentita orfana…”. Una gran bella soddisfazione, non c’è che dire. 


Voltiamo libro. Diciamo subito che non è un romanzo facile quello scritto dal debuttante inglese Stuart Turton, ovvero Le sette morti di Evelyn Hardcastle (Neri Pozza, pagg. 524, euro 18,00, traduzione di Federica Oddera), imbastito nelle misteriose atmosfere che tengono banco a Blackheath House, la maestosa residenza di campagna dove è ambientata la storia. Ma di certo è un lavoro per palati fini che non mancherà di centrare il bersaglio, non solo per quei suoi ammiccanti richiami ad Agatha Christie (seppure in questo caso non si ritrovino i geniali incastri della regina del giallo, benché i suoi libri - letti a bizzeffe quando Stuart era ancora giovanissimo - abbiano lasciato il segno), ma anche per le non poche divaganti corsie narrative oltre che per l’incompletezza voluta di certi suoi personaggi (ogni giorno reincarnati in una persona diversa). 
Risultato? Una storia psicologica, impregnata di mistero e di orrore (una specie di murder mystery all’inglese), che svolazza qua e là nella variegata narrativa di settore. Di fatto un lavoro vincitore del Costa First Novel Award, i cui diritti erano stati presi in carico nel 2016 dall’agenzia letteraria Dhh per il lancio di “Raven Books”, nuovo marchio editoriale specializzato in romanzi noir, thriller gotici e gialli della casa editrice inglese Bloomsbury (quella, per intenderci, che ha dato alle stampe i libri della famosa saga di Harry Potter firmata da J. K. Rowling). 
Un lavoro che, in men che non si dica, è stato tradotto o è in corso di traduzione in diverse lingue - Stati Uniti compresi, dove le morti sono state ritoccate al rialzo, attestandosi a quota sette e mezzo, per via di un titolo analogo già sugli scaffali: The seven husbands of Evelyn Hugo, firmato dalla scrittrice Taylor Jenkins Reid - spinto dalla benedizione di testate importanti. Come quelle del Times, del Guardian, del Financial Times e del Daily Expres, oltre che dai commenti entusiastici di numeri uno del settore come Sophie Hannah, che non ha certo lesinato nel suo giudizio: “Questo libro mi ha fatto impazzire, è assolutamente originale e unico. Non riuscivo a togliermelo dalla testa”. 
E originale, in effetti, si propone il contesto che fa da supporto alla storia (anticipata, come nei vecchi classici di settore, da una mappa dettagliata della villa e delle stanze occupate dagli ospiti, ai quali si potrà rifare il lettore disorientato dai continui cambiamenti di identità): un ballo in maschera organizzato da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle a Blackheath House, dove alle undici di sera la morte busserà alla porta facendo la sua prima vittima. Si tratta di Evelyn, la giovane e bella figlia dei due padroni di casa, che morirà colpita da un misterioso colpo di pistola. 
La cosa potrebbe non sorprendere visto che l’invito si rivela, al tempo stesso, un gioco crudele e una trappola inaspettata: nella escape room (per la cronaca l’escape room è un gioco nato qualche anno fa negli States, che vede i partecipanti chiusi all’interno di una stanza con l’obiettivo di trovare tutti gli indizi, cercare le chiavi nascoste e risolvere gli enigmi per potersene uscire) i giocatori hanno infatti soltanto un’ora di tempo per risolvere il mistero. Semmai a sorprendere è il fatto che Evelyn Hardcastle verrà uccisa diverse altre volte... E allora come si potrà impedire il ripetersi di un omicidio già perpetrato? 
Di fatto, lo si sarà già intuito, il percorso narrativo non risulterà di facilissima ricostruzione. Quindi spazio alla trama. A completamento di quanto già detto, Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta. Ed è qui che sono stati invitati al ballo ospiti dell’alta società, come ufficiali, banchieri e medici. Quegli stessi, guardate bene, che diciannove anni prima erano stati presenti al ricevimento in cui un tragico evento - la morte del giovane Thomas Hardcastle - aveva brutalmente segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. 
In questo caso gli invitati sono stati attratti, ferma restando la singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, nonché dai costumi bizzarri da indossare. Alle undici della sera, però, la morte tornerà a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Succede infatti che mentre iniziano a esplodere esplodono nell’aria i preannunciati fuochi d'artificio, la citata Evelyn “scivoli lentamente nell’acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre. Un tragico decesso che non pone tuttasvia fine alle crudeli sorprese della festa”. 
L’invito al ballo si rivela infatti un gioco spietato, una vera e propria trappola, per i convenuti a Blackheath House e soprattutto per uno di loro: Aiden Bishop. Inoltre, come accennato, Evelyn Hardcastle non morirà una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta in acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola. “La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l'assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House”. 
Non bastasse, a intrigare vieppiù il canovaccio, non manca il maggiordomo che si dà un gran da fare, ma anche una figura enigmatica, “un demiurgo onnisciente e crudele, un possibile emissario di un burattinaio del caos vestito da medico della peste il cui viso è nascosto da una maschera da uccello, con il becco lungo. Quello stesso becco dove venivano inserite delle erbe aromatiche che in teoria dovevano proteggerlo dalle possibili infezioni”. 
Detto questo, chi è l’esordiente Stuart Turton? Un giramondo sposato con Maresa (“Colei che mi ha affiancato con costanza per i tre anni necessari alla stesura di questa storia. E senza di lei non ce l’avrei fatta”), che ha lavorato come libraio a Darwin, in Australia; ha insegnato inglese a Shanghai; ha collaborato con una rivista di tecnologia a Londra; ha scritto articoli di viaggio a Dubai e che tuttora si propone come giornalista freelance. 


L’ultimo suggerimento per gli acquisti è legato alla graffiante penna della canadese Chevy Stevens, tradotta in una trentina di Paesi e opzionata per alcuni lungometraggi, la quale torna nelle librerie italiane per i tipi della Fazi Editore - che nel 2011 aveva proposto il suo primo romanzo dal titolo Scomparsa, seguito tre anni dopo da Il passato di Sara - con Non ti lascerò (collana Darkside, pagg. 424, euro 17,50, traduzione di Giuseppe Marano). 
Un thriller che, all’insegna delle sorprese e del dubbio, si avvale di una trama asfissiante, sostenuta da una scrittura accattivante e al tempo stesso tesa e frenetica, che non lascia vie d’uscita al lettore. Impegolato, sin dalle prime pagine, in una storia impregnata di un amore violento, sbagliato e ossessivo. 
Per la cronaca Chevy Stevens è nata nel 1973 come Rene Unischewski in un ranch nei pressi della piccola città di Shawnigan Lake, sull’isola di Vancouver, nella Columbia Britannica; isola dove tuttora vive con il marito Connel, la figlia Piper e un cane. 
Lei, gran bella donna (il che non guasta), che aveva iniziato a darsi da fare come agente immobiliare, lavoro che le aveva ispirato la scrittura di Still Missing, appunto Scomparsa nella versione italiana, diventato ben presto un bestseller internazionale. Un thriller infarcito di scene di stupro e torture che avrebbero fatto storcere il naso ai soliti benpensanti, accuse peraltro respinte al mittente dalla stessa autrice, cresciuta all’ombra di un padre alcolizzato e con molti problemi al seguito da smaltire. 
Detto questo spazio alla trama di Non ti lascerò, un romanzo del 2017 che si nutre di “una serpeggiante storia da brivido, che scricchiola di suspense dalla prima all’ultima pagina e tratta di un tema di scottante attualità: lo stalking”. Il tutto raccontato da due voci narranti, ognuna delle quali cerca di contribuire, dal suo punto di vista, la verità. 
La vicenda si rifà a un antefatto datato 2005, quando una donna, Lindsey Nash, sposata con l’attraente Andrew, viene portata in vacanza in Messico dal marito insieme alla piccola Sophie. Destinazione? Lo stesso resort in cui i due coniugi avevano trascorso la luna di miele. Ma, a dispetto delle apparenze, il matrimonio di Lindsey è un inferno, segnato da dinamiche relazionali malate e perverse. Suo marito è infatti un alcolista violento e vendicativo. E qualunque gesto anche involontario, un semplice sguardo o una parola innocente, può scatenare la sua distorta quanto rabbiosa gelosia. 
Insomma, una vita da incubo per Lindsey, che una notte - in questo aiutata dal fratello - decide di scappare portandosi dietro la figlia per non tornare mai più. Fortuna vuole che il marito, nel frattempo, venga arrestato in seguito a un incidente stradale, avvenuto in stato di ebbrezza, che ha provocato la morte di una donna. Per lei e la bambina potrà quindi iniziare una nuova vita in una nuova città tagliando i ponti con il passato. E per mantenersi si inventerà imprenditrice, peraltro frequentando un gruppo di sostegno per sanare le ferite del passato. E succede anche che nel suo presente entri Greg, un uomo che la ama più di quanto lei lo non ami lui. 
Tutto bene, quindi? Affatto. Undici anni dopo la sua fuga Andrew viene scarcerato. E sarà a quel punto - in realtà tre mesi dopo - che cominceranno ad accadere cose strane e preoccupanti. Ad esempio Lindsey è sicura che qualcuno si sia introdotto in casa, abbia rovistato tra le sue cose, aperto la posta elettronica e disposto degli oggetti come l’ex marito era solito fare. Non bastasse Greg viene minacciato e la sua casa razziata. Ma forse la cosa più inquietante è rappresentata dal fatto che la figlia ha ripreso i contatti con il padre e sembra pronta a fidarsi di lui. 
Logico quindi che Lindsey ripiombi nell’incubo, tanto più che la polizia, alla quale si è rivolta, ha le mani legate: non ci sono prove del coinvolgimento del suo ex. In effetti potrebbe trattarsi soltanto di suggestioni. Ma Lindsey è convinta che sia lui, che voglia fargliela pagare per ogni anno che ha passato dietro le sbarre. Perché, dopotutto, chi altri potrebbe essere? Leggere per sapere.

(riproduzione riservata)