Share |

Un'ombra inquietante, che sa di paura e di morte, aleggia sulla Laguna veneziana

La piacevole penna di Michele Catozzi torna a indagare, fra fantasia e realtà, su un periodo caldo. E lo fa rigiocando la carta del commissario Aldani


28/07/2017

di Catone Assori


Aveva esordito alla fine del 2015, Michele Catozzi, con Acqua morta, un giallo solido e ben costruito imbastito sulla figura del commissario Nicola Aldani, un poliziotto discreto quanto attento al suo lavoro che segue casi scottanti in Laguna, anche se la sua vita privata (una moglie e tre figli che lo aspettano ogni sera a Mestre, dove si è trasferito) reclama il suo spazio. Un poliziotto che si muove con garbo e altrettanta attenzione sullo sfondo di una città «vivida e inconfondibile», e che non smette di sognare la sua altana, o belvedere che dir si voglia, sul tetto della sua vecchia casa veneziana che lo aiutava a pensare («Un angolo sottratto all’ombra delle case e dei palazzi, dove il sole non smetteva mai di battere e il vento di soffiare»).
Ed era lì che amava rifugiarsi e rimuginare su questo o su quello, con il dialetto veneziano «a risuonare nelle calli e lungo i rii». Il luogo ideale (chissà se riuscirà mai a tornarci, ma non è detto) per fare il punto con le acque e le nebbie che, inizialmente e quasi per caso, giocano a rimpiattino con la malavita importata. Quella della banda di Felice Maniero, che decide di allungare le sue mani pericolose sul gioco d’azzardo, sancendo ben presto il prevalere della Mala del Brenta sulla criminalità veneziana.
Insomma, il contesto di partenza di Laguna nera (Tea, pagg. 328, euro 16,00) è quello che caratterizzava l’autunno del 1980, «anche se i contenuti - tiene a precisare l’autore - sono solo frutto della mia fantasia. Tuttavia molti luoghi, personaggi e fatti citati sono reali, anche se risultano utilizzati per regalare spessore alla finzione narrativa, spesso modificando alcuni dettagli per meglio armonizzare l’opera nella sua interezza».
Di fatto la trama di questo romanzo si sviluppa su tre diversi piani temporali: il 10 ottobre 1984, la «notte dei cambisti»; il 30 aprile 1984, quando il casinò fu al centro di una leggendaria rapina che fruttò ai suoi sette interpreti oltre due miliardi di lire; il 5 novembre 2012, quando venne assassinato (ma di morti ammazzati ce ne saranno anche altri) un assessore dai legami non certo immacolati con la politica locale.
Il tutto a fronte di un canovaccio che si nutre di ben studiati colpi di scena e che si rapporta a incastri altrettanto ben congegnati. Con «un filo di morte» che si sviluppa, appunto, nell’arco di trent’anni e passa, dando voce a una complessa indagine della quale si dovrà far carico Aldani. Anche in questo caso affiancato, come in Acqua morta, dal fedele Schinco, l’amico d’infanzia ora giornalista del Gazzettino, dal capitano Colucci della Guardia di Finanza, dall’insostituibile (anche se spesso snervante) ispettore Manin e dal buon Vitiello, l’agente al timone del vecchio quanto inaffondabile Toni (la lancia in dotazione alla polizia). Perché squadra vincente non si cambia.
Per la cronaca, Michele Catozzi è nato a Mestre il 9 giugno 1960, della qual cosa non manca di rammaricarsi. «Sono da sempre combattuto - tiene infatti ad annotare - tra l’orgoglio del nativo continentale e l’invidia per gli indigeni lagunari. Perché Venezia, pur segnata dalla drammatica incuria degli ultimi anni, è un altro mondo e Mestre ne rappresenta soltanto l’appendice».
Forse per questo il commissario Aldani («Un personaggio che, forte della sua normalità in abbinata a un mestiere ingrato, avevo fatto debuttare in un racconto segnalato nell’ambito dell’edizione 1999 del premio Gran Giallo Città di Cattolica») sarebbe diventato «il mio personale strumento di rivincita nei confronti della sorte che mi ha fatto nascere mestrino». Lui che ha studiato a Padova (dove si è laureato in Ingegneria), che ha vissuto per quindici di anni a Treviso (giornalista pubblicista presso la redazione di Auto d’Epoca, testata «che mi ha consentito di affinare la scrittura attraverso la correzione dei testi altrui e per la quale ancora scrivo qualche editoriale») e che da vent’anni si è accasato a Pesaro, dove si dà da fare nel campo dell’informatica.
Che altro? Una passione di vecchia data per la scrittura («Avevo appena otto o nove anni quando mi ero messo in testa di scrivere un romanzo, salvo poi fermarmi dopo quattro pagine»), un sogno nel cassetto peraltro coltivato nel tempo, ma senza forzature al seguito. Sta di fatto che avrebbe debuttato abbastanza avanti negli anni con il romanzo storico Il mistero dell’isola di Candia, un tributo in e-book ai fasti di Venezia a metà del Seicento, in abbinata a una serie di racconti che proponeva ai concorsi dedicati alla narrativa gialla. Poi il salto di qualità dopo il riconoscimento ottenuto nel 2014 nell’ambito di IoScrittore, un premio volto a valorizzare un talento letterario e a valutarne le potenzialità commerciali.
Lui che curiosamente ogni tanto scrive al bar («La creatività è incompatibile con i bimbi piccoli, se non a notte fonda. Molto fonda»); lui che è sposato con Simonetta, una mestrina conosciuta a Pesaro dalla quale ha avuto un bambino di dieci anni e due bambine di otto e sette; lui che coltiva un «disordinato» hobby per la lettura (da Charles Bukowski ad Andrea Camilleri, inframmezzati da Michael Crichton, Massimo Carlotto e Alan D. Altieri); lui che, strada facendo, ha saputo aver ragione della sua giovanile timidezza («Ci sono riuscito, fra i 16 e i 19 anni, alternando lo studio con il mestiere di barista. In quel modo ero costretto a interagire con i clienti. E questo lavoro, inizialmente, lo consiglierò anche ai miei figli»); lui che ama comunque stare sulle sue, in quanto la vita mondana non lo attira più di tanto; lui che va orgoglioso dei complimenti dei suoi lettori («Via mail una sconosciuta mi ha pregato - che grande soddisfazione - di continuare a scrivere. Per lei e per quelli come lei»); lui che sta valutando la possibilità di trasformarsi in scrittore a tempo pieno. Salvo poi aggiustare il tiro: «Cosa peraltro non facile con una famiglia numerosa come la mia. Ma se il vento dovesse tirare per il verso giusto…». Auguri, allora. 

(riproduzione riservata)