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Un passato che ritorna e sei ragazzi in cerca di vendetta

Dalla penna giovane quanto accattivante della calabrese Angela Bubba un romanzo dai toni amari che induce alla riflessione


30/10/2017

di Valentina Zirpoli


Una penna giovane, con all’attivo lavori di pregevole fattura, quella della calabrese Angela Bubba, nata a Mesoraca, in provincia di Catanzaro, il 14 febbraio 1989. Un’autrice precoce che, prima ancora di concludere gli studi (liceo classico e quindi laurea con lode supportata da una tesi su Elsa Morante alla Sapienza di Roma, città dove ora vive), si era già imposta all’attenzione dei critici. In altre parole vincendo, a 17 anni, il Premio Verga Novelle dal vero grazie al racconto Il matrimonio, per poi proporsi, l’anno successivo, come finalista al premio Subway-Letteratura dell’Università Iulm di Milano, oltre ad aggiudicarsi il secondo posto al Premio Campiello Giovani con il racconto Quarto di luna. Stesso piazzamento, nel 2008, ottenuto al Premio Italo Calvino
Ancora una stagione e Angela Bubba avrebbe pubblicato il suo primo romanzo con Elliot, La casa, che le valse un posto tra i dodici finalisti della 63ª edizione del Premio Strega (lavoro vincitore anche del premio Flaiano, del premio John Fante e del premio Berto). Nel 2010, con MaliNati, sarebbe entrata a far parte della scuderia Bompiani, per poi dare voce nel 2016 al saggio Elsa Morante madre e fanciullo (Carabba editore), vincitore del Premio Elsa Morante sezione critica, ma anche scrivendo a quattro mani con Giorgio Ghiotti il romanzo Via degli Angeli (Bompiani). E ora, sempre per Bompiani, eccola dare alle stampe Preghiera d’acciaio (pagg. 222, euro 17,00). 
Un lavoro che graffia l’anima, che parla di innocenza sopraffatta, che si insinua nel pericoloso percorso della vendetta, che in buona sostanza induce il lettore alla riflessione su quanto - azioni e reazioni - può succedere nella vita. Con sei ragazzi che decidono di andare incontro al loro carnefice, un medico pedofilo che in passato ha fatto loro del male rendendoli per sempre prigionieri di un trauma. E in tale contesto, in una montagna senza nome, incontriamo una ragazza che si esercita a sparare con lo zio, eremita e cacciatore. Al quale sin dall’inizio aveva detto chiaro e tondo di voler uccidere un uomo. E lui si era dimostrato di manica larga. 
Sta di fatto che, in corso di lettura, si arriva così a un graffiante momento quando, e siamo soltanto a pagina 18, la giovane - alle prese con un dolore che non è semplicemente un dolore - si mette a seguire le indicazioni dello zio: “Vieni, il momento è arrivato”. Mi aiutò a imbracciare il fucile, mi spiegò come avrei dovuto inclinarlo senza farlo cadere e come sistemarlo né troppo vicino né troppo lontano dalla clavicola. Mi chiese se avevo capito e io feci rimbalzare il mento in segno d’intesa. Zio Ben indicò il grilletto, mi domandò se ero pronta e se ero convinta di quel che facevo. Quindi lo rassicurai, cercando d’allinearmi su una traiettoria e insieme di non agitarmi. Ero molto serena, anche se non lo sapevo. Mi pose poi una mano sul petto. “Ne ero certo”, affermò seccamente, “hai proprio il cuore di un lupo, come il mio. Ora spara”. 
Strada facendo troviamo la nostra ragazza in una città a sua volta senza nome, a confrontarsi con altri coetanei che avevano subìto la sua stessa sorte (con la complicità, in alcuni casi, delle rispettive madri). E qui si prepara a colpirlo mortalmente quel maledetto pedofilo. Il fucile è qui con me, lo sto guardando, scrive allo zio Ben. Un meraviglioso insetto privo di vita, una scheggia di meteorite piombata sul mio letto. Ci osserviamo senza far rumore, ci scambiamo promesse. Non provo né protezione né paura ad averlo accanto, solo uno strano senso di condivisione. È come se parlasse la mia stessa lingua... 
Un passo indietro. A tenere la scena, come si diceva, sono sei ragazzi, che “fra appostamenti e attese, meditando piani di attacco e scambiandosi promesse, riusciranno a fronteggiare ciò che più li spaventa, il mostro che inseguono come un miraggio e di cui progettano spietatamente la fine. Ognuno agirà però in maniera diversa, ognuno col proprio sguardo incandescente su un mondo che brilla di frantumi. Maria, Leo, Cecilia, Eric, Andrea. E la protagonista, il cui percorso sarà insieme viaggio e riscoperta di sé, allucinazione e diario intimo, paura e speranza”. 
In tale ambito “lo specchio della natura donerà la rivelazione per il riscatto, mentre l’esercizio della scrittura il coraggio per poterlo raccontare. Quasi sottovoce, attraverso l’esplosione sorda di tutti i sentimenti, e sul confine minato della vendetta che può insegnare anche a perdonare. Perdonare soprattutto se stessi…”. 
Di fatto si tratterà di un percorso che non appare sempre di facile interpretazione. Anche se la scrittura di Angela Bubba si dipana all’insegna di una furbesca semplicità, lasciando intendere senza darlo a vedere, giocando di rimessa fra le righe della storia, riflettendo lontane nubi sulfuree, ponendo interrogativi e regalando spazio alle risposte, ma soprattutto dando voce a personaggi complessi segnati da un doloroso passato. Insomma, un buon libro. Che sarebbe un peccato perdere.

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