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Un passato che ritorna: lo spionaggio ai tempi della caduta del Muro di Berlino

Dall’accattivante penna di Andrea Purgatori una prima volta da copertina. A seguire i racconti di Antonio Manzini e una scoppiettante storia di James Patterson


22/07/2019

di Mauro Castelli


Benvenuto nel Club a uno dei più importanti sceneggiatori e giornalisti investigativi italiani (ma aggiungiamoci anche presentatore, attore e doppiatore): ovvero Andrea Purgatori, che alla non più giovane età - narrativamente parlando - di 66 anni (è infatti nato a Roma il primo febbraio 1953, anche se si sente “mezzo bolognese e mezzo pesarese” per via dei suoi genitori) ha deciso di scrivere la sua prima spy story. Una decisione frutto delle sue esperienze sul campo: “Era una storia di spie che avevo dentro da anni. Popolata da uomini e donne, dell’Est e dell’Ovest, che strada facendo avevo conosciuto di persona…”. 
Anche perché Purgatori - un uomo dal carattere fumantino, sia nel privato che nei confronti dell’autorità costituita (“Ma cerco di tenerlo a bada”, tiene a precisare) - appartiene, secondo Antonio D’Orrico, a una generazione nata e cresciuta nella Guerra fredda, educata a considerare il Checkpoint Charlie tra Berlino est e Berlino ovest le nuove Colonne d’Ercole, il confine tra due visioni del mondo. 
Risultato? “Dopo aver dedicato anni e anni al linguaggio televisivo e cinematografico, che si nutre di parole e di gesti, sono arrivato alla narrativa, dove è invece possibile l’approfondimento. Lavoro che ho peraltro dirottato su una vicenda un po’ diversa da quelle di spionaggio che potremmo definire classiche”. Il tutto all’insegna di una scrittura che l’interessato ama definire “realistica”, frutto cioè di un grande impegno volto a portare il lettore “sui luoghi dove capitano le cose e a renderlo partecipe degli eventi”. Peraltro utilizzando un linguaggio alla portata di tutti, complice l’amore dichiarato per Ernest Hemingway, un autore che “con 500 semplici parole aveva rivoluzionato il modo di scrivere, riuscendo a raccontare storie emozionanti”. 
Lettore che non mancherà di rendersene conto leggendo Quattro piccole ostriche (HarperCollins, pagg. 302, euro 18,50), un intrigante quanto malinconico romanzo (con duemila copie vendute in soli dieci giorni) che richiama la capacità narrativa dei maestri anglosassoni dello spionaggio (Ken Follet, ad esempio, ma anche John Le Carré che, assieme a Martin Cruz Smith e Frederick Forsyt, rappresenta per lui un punto di riferimento). In altre parole quel genere che si era andato perdendo per strada dopo, appunto, la caduta del Muro di Berlino. Del quale Purgatori se ne riappropria, ma alla sua maniera, imbastendo una storia che si dipana fra passato - quello che aveva avvelenato i rapporti fra i Grandi del mondo - e presente, storia infarcita dei giusti ingredienti per una ghiotta quanto intrigante lettura. 
Un lavoro che ovviamente si nutre di servizi segreti e di suspense, di pedinamenti e appostamenti, di agguati e depistaggi, di vicende inaspettate e di strani psicologi, partendo da un lussuoso albergo sulle Alpi svizzere dove vive, siamo ai giorni nostri, Wilhem Lang, un uomo dal passato nebuloso il quale riceve una lettera che ha come destinatario Markus Graf, il suo vecchio nome di battaglia. Una lettera che spalanca la porta su un passato che credeva sepolto per sempre. 
Perché lui era stato una spia. E da spia aveva anche tradito. Prosciugando la cassa che conteneva i fondi neri della polizia segreta della Repubblica Democratica tedesca per poi rifarsi, con quel tesoretto, una vita che nulla aveva e nulla ha a che vedere con la precedente. Conscio comunque della regola non scritta che ha sempre tenuto banco nel suo mestiere: “Tre persone possono mantenere un segreto a patto che le altre due siano morte”. 
A spedire la missiva è stata Greta Pfeiffer, una donna ai tempi bellissima che usava il sesso per ottenere quello che voleva; lei che era stata la sua amante oltre che un’agente al servizio della Stasi. Il motivo della lettera? Forse vuole rivelargli qualche scottante verità o, più semplicemente, desidera solo rivederlo. Ma nello stesso momento, a complicare il quadro, nel parco del Tiergarten di Berlino, un consigliere diplomatico russo viene ucciso con un colpo di pistola. Una coincidenza? Forse no. 
A indagare sul caso arriva Nina Barbaro, una ex tossica di origini calabresi che si vendeva al miglior offerente, in seguito diventata una bravissima poliziotta. Una che non si lascia menare per il naso e che, pertanto, vuole rendersi conto di cosa abbia “provocato” questo delitto, visto che non ritiene che dietro l’omicidio ci sia lo zampino dell’Isis come invece vogliono far credere all’opinione pubblica i suoi superiori. Così, nonostante le forti pressioni per chiudere il caso in fretta e far ricadere la colpa su chi la colpa non ce l’ha, lei decide di proseguire per la sua strada, a dispetto di quello che le potrebbe succedere. 
Ma per far luce su questo mistero bisogna tornare indietro nel tempo, appunto ai giorni della caduta del Muro. Così Markus, Nina e Greta li ritroviamo insieme molti anni prima, quando quella costruzione impregnata di vergogna, che era stata innalzata su un cumulo di macerie e di bugie, stava finendo i suoi giorni. Dal punto di vista narrativo siamo infatti alla sera del 9 novembre 1989, una sera segnata da una fiumana di gente che da Est cerca di passare a Ovest inondando le strade della città. E fra loro ci sono i nostri tre protagonisti, chiamati a scelte decisive che condizioneranno per sempre le loro vite. E non solo. 
In questo contesto a tenere la scena c’è anche Yuri, un ambizioso agente del Kgb destinato (guarda caso) a diventare presidente della Russia, e Leo Kasprik, uno psichiatra esperto di ipnosi, i quali cercano di impadronirsi dei dossier legati al piano segreto cui avevano lavorato per anni: il progetto Walrus, in onore del malvagio tricheco della canzone di John Lennon e Paul McCartney e dell’inquietante favola nera di Alice nel Paese delle Meraviglie
Un progetto che avrebbe dovuto creare quattro micidiali “agenti dormienti”, addestrati per uccidere sin da bambini e invincibili sul campo. Quattro pedine sacrificabili sullo scacchiere del potere e dell’ideologia. “Quattro piccole ostriche” nelle mani non del tricheco di Carroll, ma dello spionaggio russo. Loro killer involontari chiamati burocraticamente Uno, Due, Tre e Quattro. 
E che dire di Sokrat, forse il personaggio più riuscito del libro? Un killer al servizio dell’ex Kgb, che nella Russia di oggi si fa pagare a peso d’oro i suoi servizi, per poi spendere senza riguardi quanto guadagnato: ad esempio calzando mocassini italiani di gran pregio, bevendo champagne millesimato, facendosi di tanto in tanto una canna e frequentando splendide modelle. Alle quali millanta di vivere nel quartiere dove Michail Afanas’evič Bulgakov aveva ambientato il famoso romanzo Il Maestro e Margherita, che lui non ha certo letto ma che ugualmente, citandone a memoria un passo rubato da Wikipedia, gli serve da esca. 
Che dire: una storia dalla trama incalzante, ben orchestrata, tanto da far pensare che l’intreccio reale superi la fantasia; un canovaccio che non disdegna riferimenti letterari, a fronte di una vicenda che si nutre di flash back storici che non mancheranno di far riflettere e di proporsi alla stregua di un monito. Perché, ammettiamolo, ogni scenario politico potrebbe avere il suo tricheco e le sue ostriche... 
Detto questo note meritate sull’autore. Che a soli 21 anni era già giornalista professionista per poi guadagnarsi, nel giro di due anni, i galloni di inviato per il Corriere della Sera. Lui che nel 1980 - per non farsi mancare nulla - aveva conseguito il Master of Science in Journalism presso la Columbia University di New York. “In realtà - tiene a precisare - una motivazione c’era: per le mie scottanti inchieste sul terrorismo ero stato minacciato di morte e l’allora direttore Franco Di Bella pensò bene, nel 1979, di spedirmi oltre oceano sin quando non si fossero calmate le acque…”. 
Insomma, una carriera tutta di corsa (dopo il liceo scientifico avrebbe frequentato Giurisprudenza, “mollando però al ventesimo esame”) che lo avrebbe visto in prima fila nel raccontare i casi più scottanti su piazza (come il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro o la strage di Ustica), ma anche i delitti di mafia a partire dal 1982 e sino alla cattura del boss Totò Riina. Oltre tutto “parlando della trattativa Stato-Mafia con dieci anni di anticipo rispetto agli altri, partendo da una serie di strane coincidenze che in seguito avrebbero fatto la storia del nostro Paese”. 
Lui capace di dare voce a graffianti reportage di guerra, in altre parole seguendo il conflitto del Libano, quello fra Iran e Iraq, la Guerra del Golfo, l’Intifada e le rivolte in Algeria e Tunisia. A fronte di quella che definisce la sua maggiore soddisfazione, legata appunto ai suoi servizi su “Paesi, martoriati dai conflitti, che nessuno allora conosceva per davvero. E in questo mi proponevo come testimone vero nel raccontare quel che succedeva. E non era certo una responsabilità da poco”. 
Di fatto una penna versatile che, a partire dal 1999, lo avrebbe visto darsi da fare per il piccolo schermo come autore e conduttore di Uno di notte su Rai 1. Primi assaggi di una carriera televisiva ricca di soddisfazioni e di riconoscimenti (come un Nastro d’argento, i premi Hemingway, Crocodile-Altiero Spinelli e il Globo d’oro). 
Fermi restando i successi nel campo della sceneggiatura (Il muro di gomma, Il giudice ragazzino, Fortapàsc e L’industriale) allargati ai suoi interessi per la saggistica (A un passo dalla guerra, Il bello della rabbia, I segreti di Abu Omar e alcuni monologhi per il Teatro Civile), oltre a dare voce a diverse fiction televisive e a partecipare come attore in film e serie Tv, voluto fra gli altri da Carlo Verdone e dall’amico Corrado Guzzanti. Lui che, per non farsi mancare nulla, si è dato da fare anche come doppiatore (“Ad esempio ho prestato la voce a Joe Cocker, una medaglia che mi tengo dentro”); lui che in passato, “con passione e curiosità”, aveva praticato - cavandosela abbastanza bene - diversi sport: dall’atletica leggera allo sci, dal tennis alla scherma. 
Che altro? Come si sarà capito un personaggio scomodo, alla costante ricerca della verità (“Ho le mie regole che, curiosamente, sono state apprezzate da personaggi difficili finiti nel mio mirino e che, meritandoselo, avevo trattato male - leggi ad esempio Giulio Andreotti - i quali, tuttavia, si fidavano della mia serietà e del mio rispetto”); un bastian contrario (ve l’immaginate ad acquistare da un veterinario che partecipava a una trasmissione televisiva due vivaci serpentelli contenuti in una teca e portarseli a casa?) capace di ritirare la firma dalla sceneggiatura del film Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido in quanto “contrariato dal risultato qualitativo”. 
Lui che, presidente di Greenpeace Italia dal 2014 (“Lo sarò per un altro anno e mezzo”), attualmente collabora con l’Huffington Post (“Benché ultimamente abbia rallentato per via dei miei impegni televisivi”) e ogni tanto con il World Service della Bbc (“A loro piacciono da matti storie come quella di Manuela Orlandi…”). Ferma restando la conduzione su La7 della nuova edizione di Atlantide, una trasmissione che “ci racconta la storia per farci capire il presente”. 
E per quanto riguarda il suo privato? All’insegna della riservatezza. Anche se riusciamo a far breccia partendo dai tre figli avuti dall’attrice e storica dell’arte tedesca Nicola Schmitz: ovvero Edoardo, uno dei volti più noti della fiction Un medico in famiglia; Ludovico, aiuto regista di Stefano Sollima, e Vittoria, fresca di laurea (“Con 110 e lode”) in Comunicazione e marketing, da pochi giorni al lavoro presso la Universal Picture. Ma con un pensiero rivolto anche a Errica, da alcuni anni la sua nuova compagna di viaggio. 
Un presente che peraltro non manca di rifarsi al passato, quando suo fratello Ludovico - “Lui aveva solo tre ani e io già una quarantina” - aveva rischiato di annegare in piscina. “Eravamo in vacanza e fu un’esperienza traumatica, che ancora oggi mi pesa. Successe che fossi andato in camera a portare le valige e qualcosa mi spinse a guardare fuori dalla finestra. Così lo vidi che era già sul fondo della piscina. Nessuno si era accorto di nulla salvo un signore che si buttò in acqua e riuscì fortunatamente a salvarlo”. 
Insomma, dietro la sua immagine serafica, all’apparenza quasi priva di emozioni, Purgatori nasconde forti sentimenti. Magari allargati ai rapporti di vita. In primis l’amicizia e la stima che lo lega ad Alberto Angela: “Anche se non ci vediamo tantissimo ci accomuna la voglia di stare più per strada che non in studio. Privilegiando cioè la scelta di andare nei luoghi dove le cose sono accadute. Così come ci unisce la voglia di raccontare una storia a fronte di una scrittura dal taglio cinematografico, visto che non siamo a caccia della solita lite televisiva”. Capita l’antifona? 


Non ha per contro bisogno di presentazioni una prima firma della nostra narrativa di settore, Antonio Manzini, in libreria, per i tipi della Sellerio, con una raccolta di sette racconti - Ogni riferimento è puramente casuale (pagg. 272, euro 13,00) - che si dipanano fra il realismo grottesco e il thriller psicologico. Una antologia segnata dai seguenti titoli: Lost in presentation, Critica della ragione, Racconto Andino, È tardi, La parete azzurra, Ringraziamenti e L’arringa finale. A fronte di storie che, nel campo dell’editoria, si nutrono di un sarcasmo al limite del grottesco: “dal rito delle presentazioni alle campagne comunicative, dall’ossessione della prima pagina alla ricerca della benevolenza del critico, dalla concorrenza tra editori alle abitudini degli uffici stampa e all’incubo dei manoscritti”. Storie tutte infarcite di ironia spietata, volta a dipingere una realtà che a tratti diventa amara, ma sempre portata avanti all’insegna del sorriso. 
“Non a caso la morte, la rovina, la caduta sono sempre presenti, quasi che il successo sia frutto di un patto col diavolo e si sia davvero disposti a vendere l’anima pur di raggiungere la pubblicazione, il successo, la vetta delle classifiche. È una corsa che non risparmia nessuno, né l’autore che vuole essere consacrato ai posteri, né l’editore a caccia del bestseller, né il critico la cui fama è pari alla sua purezza, né il libraio che punta sull’ospite importante da esibire. E neanche il lettore, disposto a mettersi in fila per un autografo”. 
Insomma, è il mondo della comunicazione quello “che più interessa e diverte Manzini, con i suoi miti, le sue prigioni, gli immancabili riti. E anche il sesso finisce per farne parte come un ingrediente indispensabile con cui condire il racconto”. E lui lo fa da par suo, giocando sull’inventiva e la capacità di catturare il lettore senza lasciargli una via d’uscita. Perché se è vero che oggi scrivono tutti, è altrettanto vero che non tutti sanno scrivere. E Manzini, buon per lui e per noi, ci sa davvero fare. 
Non a caso ha saputo dare voce a uno dei personaggi più gettonati degli ultimi anni, il vicequestore Rocco Schiavone, un protagonista fuori dalle righe, burbero quanto indisciplinato, scorbutico quanto maleducato, spigoloso quanto intuitivo, spregiudicato quanto assetato di giustizia, che aveva fatto debuttare nel 2013 in Pista nera. Personaggio peraltro travasato a più riprese sul piccolo schermo, per l’interpretazione azzeccata di Marco Giallini. Un attore capace di farsi carico delle sue debolezze e delle sue digressioni: il nostro poliziotto non disegna infatti una canna nonostante il suo ruolo, viaggia di letto in letto in cerca di un affetto che raramente sembra premiarlo, si propone cinico pur non restando indifferente all’altrui dolore. 
Per la cronaca Manzini è nato a Roma il 7 agosto 1964, dove ha frequentato il liceo classico e si è iscritto a Giurisprudenza, per poi fermarsi “all'esame di Diritto privato in quanto era arrivata la chiamata dall’Accademia”. Lui che in gioventù suonava la batteria in un gruppo musicale che aveva come obiettivo Londra; lui che ha fatto l’attore, lo sceneggiatore e molto altro per 25 anni, sin quando ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, dimostrandosi penna capace di coniugare amore e criminalità, con un occhio sempre attento alla realtà sociale; lui caratterialmente “un po’ orso, per niente ottimista, certamente ironico”. 
E ancora: lui che aveva iniziato a inventarsi testi per il teatro, “che però non faceva leggere a nessuno”, per poi esordire nella narrativa con un racconto scritto a quattro mani con Niccolò Ammaniti per l’antologia Crimini. Successivamente, e siamo nel 2005, eccolo proporsi da solista con Sangue marcio (“A spingermi in questa direzione fu l’editore Fazi”) per poi concedere il bis due anni dopo con La giostra dei criceti (Einaudi Stile libero). E da allora in poi non si sarebbe più fermato… 


In chiusura di rubrica note su quel geniaccio di James Patterson, un numero uno da 375 milioni di copie vendute in giro per il mondo, grazie soprattutto alle indagini legate al detective tetraplegico Alex Cross, il cacciatore di serial killer che ha tenuto banco in 28 storie, comprese le due che non fanno però parte della collana vera e propria (ovvero Alex Cross’s Trial e Merry Christmas, Alex Cross). Copie commercializzate che si rifanno a 160 romanzi (a fronte di una quindicina di riduzioni cinematografiche) e che, secondo l’Observer, valgono più di quelle di J.K. Rowling, John Grisham e Dan Brown messe assieme. 
Un eclettico autore pronto a spaziare a largo raggio, magari avvalendosi di altre quotate penne di settore: come nel caso di Maxine Paetro, un oliato e collaudato sodalizio il loro che si è fra l’altro nutrito di tredici indagini nell’ambito della saga delle “Donne del Club Omicidi”, ma anche di Peter De Jonge, Andrew Gross, Marshall Karp (con il quale ha firmato i quattro romanzi della serie Nypd Red), Gabriel Charbonnet, Liza Marklund, David Ellis, Mark Sullivan, Michael Ledwidge (“seconda penna” di dieci dei tredici thriller della serie dedicata all’investigatore Michael Bennett) e Howard Roughan, con il quale ha dato ora alle stampe Instinct (Longanesi, pagg. 318, euro 16,90, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani), romanzo dal quale è stata tratta l’omonima serie televisiva andata in onda su Rai2. 
Detto questo spazio alla sinossi. Il professor Dylan Reinhart, ex agente della Cia, è uno stimato docente della Ivy League nonché massima autorità in fatto di comportamento criminale. Ma quando una copia di un suo bestseller viene rinvenuta sulla scena di un raccapricciante omicidio insieme a un minaccioso messaggio dell’assassino, la polizia inizia a pensare che qualcuno possa aver “preso appunti”. 
A questo punto Elizabeth Needham, brillante e determinata detective della polizia di New York responsabile del caso, recluta Dylan per assisterla nelle indagini e in particolare per decifrare il significato di un altro souvenir lasciato sulla scena: una carta da gioco. Purtroppo la scia di sangue non sembra fermarsi, e a ogni omicidio corrisponde una nuova carta. Così il professor Reinhart inizia a sospettare che le carte non siano una firma, ma piuttosto un punto di riferimento, un indizio del killer rivolto alla prossima vittima. 
Mentre i titoli dei tabloid incentrati sull’assassino, battezzato come “Il Mazziere”, spopolano in edicola, gli abitanti di New York si lasciano prendere dal panico. Tanto più che la polizia continua a girare a vuoto. In effetti soltanto Dylan sembra essere l’unico capace di scovare quel brutale serial killer che si muove in maniera imprevedibile. Ma se, dopo essersi addentrato sempre più a fondo nella mente dell’assassino, e dopo aver pensato davvero come un criminale, lui stesso non riuscisse più a tornare indietro? 
A conti fatti un lavoro inquietante, nel quale il criminale di turno si propone voce narrante (Ci sono tanti modi creativi per uccidere ed è un punto d’onore per me e per la mia causa cercare di diversificare e tenere alto l’interesse. Anche quando…). Un lavoro che, per la sua originalità, catturerà il lettore sin dalle prime pagine, costringendolo a fare le ore piccole. D’altra parte la classe non è acqua. 
E per quanto riguarda il privato di James Patterson? Ricordiamo, in sintesi, che è nato a Newburgh, nella contea americana di Orange, il 22 marzo 1947; che dopo aver completato gli studi aveva iniziato a lavorare nell’agenzia pubblicitaria Jwt sino a quando nel 1993 venne baciato dal successo grazie alla pubblicazione di Ricorda Maggie Rose, primo romanzo della saga imbastita sul citato detective-psicologo Alex Cross; che nel 2005 aveva dato vita al “Page Turner Awards”, premio destinato a chi si dà da fare nel miglior modo per promuovere la lettura. Lui che strada facendo, per dare sfogo a spizzichi di vanità personale, si è anche regalato due comparsate mentre gioca a poker con il protagonista di Castle - Detective tra le righe (fiction Tv interpretata da Nathan Fillion), il produttore Stephen J. Cannell e altri scrittori famosi. Lui che ora - compatibilmente con le continue presentazioni dei suoi libri in giro per il mondo - abita con la famiglia a Palm Beach County, in Florida.

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