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Un tuffo nella storia con "La figlia del boia e il diavolo di Bamberga"

Oliver Pötzsch, un autore per così dire con le mani in pasta per ragioni di discendenza, imbastisce un lavoro a tinte fosche ambientato nel Seicento tedesco, con al centro un famoso processo alle streghe


08/10/2018

di Valentina Zirpoli


Se vogliamo esagerare, possiamo dire che lo scrittore e sceneggiatore tedesco Oliver Pötzsch - nato il 20 dicembre 1970 a Monaco di Baviera, città dove ha studiato e dove vive con la famiglia - è uno che ha le mani in pasta. Nel senso che si propone come discendente dei Kuisl, una celebre dinastia di boia della Baviera che svolse questo non certo allegro mestiere fra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo. Ed è appunto ispirandosi alla sua dinastia - poteva essere altrimenti? - che ha scritto una serie di romanzi gialli che hanno per protagonista, appunto, il boia di Shongau e sua figlia. 
Lavori dei quali Neri Pozza, la sua casa italiana di riferimento, ha pubblicato La figlia del boia (2012), La figlia del boia e il monaco nero (2013), La figlia del boia e il re dei mendicanti (Neri Pozza 2015), Il mago e la figlia del boia (2017) e, ora, La figlia del boia e il diavolo di Bamberga (pagg. 632, euro 19,00, traduzione di Metella Paterlini e Roberta Scarabelli). Un giallo a tinte fosche ambientato nel Seicento tedesco, incentrato sullo sfondo di un cupo capitolo di violenza: in altre parole il processo alle streghe di Bamberga. 
Un lavoro che all’autore è stato suggerito da due scoperte: una breve annotazione scovata in un’opera sulla storia del crimine in cui si parlava del cosiddetto “lupo mannaro di Ansbach”, poi catturato e lapidato a morte, ance se “naturalmente non si trattava di un vero lupo mannaro”. La seconda scoperta risulta invece legata ai processi alle streghe che ebbero luogo a Bamberga fra il 1612 e il 1630, nel corso dei quali persero la vita un migliaio di persone. Processi che si proposero fra i più terribili dell’intera Europa: non a caso nella vicina Zeil am Main era stato espressamente costruito un forno per bruciare i cadaveri… Non bastasse “ero rimasto colpito anche da un trafiletto che menzionava la Casa dei malefici, detta anche Casa delle streghe di Bomberga. Probabilmente il più moderno centro di tortura e carcerazione della sua epoca, una specie di Guantanamo del diciassettesimo secolo”. 
Ma torniamo al nostro autore. Per la cronaca Pötzsch, dopo aver frequentato il liceo e la Scuola tedesca di giornalismo della sua città fra il 1992 e il 1997, avrebbe lavorato per Radio Baviera e quindi anche per la televisione. Approfondendo, in parallelo, la storia della sua famiglia, nota - come accennato - per la lunga quanto ben remunerata attività di carnefici, appunto, a Schongau. Famiglia che ancora una volta rimette in scena, corredando peraltro il canovaccio di una piccola guida turistica di Bamberga sulla tracce dei luoghi e dei misteri citati nel romanzo. 
Fatta salva una raccomandazione: “Si tratta di una guida cui attingere soltanto dopo aver letto il libro, in quanto la scoperta dell’assassino sarebbe cosa fatta”. E se proprio siete spinti dalla curiosità, “nella regione - un concentrato di immagini e contesti fiabeschi, turisti abituali e curiosi, ubriaconi e buongustai - ci sono non meno di quattrocento birre diverse da… visitare”. Salvo poi precisare, a chi gli chiede perché ami dare voce così volentieri soltanto a romanzi datati, che “è sempre la storia a scrivere le storie migliori”. 
E la vicenda di quest’ultimo romanzo, che in Germania è stato pubblicato quattro anni fa, risulta accasata nel 1668. Vicenda che ci fa incontrare il boia di Schongau, Jakob Kuisl, in viaggio con la figlia Magdalena e il genero Simon verso Bamberga per presenziare alle nozze del fratello Bartholomäus e fare visita al fratello Georg, che sotto l’ala dello zio sta compiendo l’apprendistato per imparare il mestiere di famiglia. Nella foresta piove a dirotto e, dinnanzi a un guado del fiume Regniz, carrettieri e contadini, riuniti in semicerchio, osservano… qualcosa. Incuriosita, Magdalena si fa largo tra la folla: nella melma affiora infatti il braccio destro mozzato di un uomo. Qualcuno mormora che nella foresta di Hauptsmoor si aggiri un mostro, una creatura dalle sembianze demoniache venuta direttamente dall’inferno. 
Raggiunta Bamberga, la famiglia Kuisl resta sbigottita dallo stato di abbandono e degrado in cui versa la città: gli edifici hanno le finestre sprangate da assi, ad alcune case manca addirittura la porta di ingresso e dove un tempo c’erano magnifici vetri soffiati ora si spalancano buchi neri. 
Una volta arrivati a casa di Bartholomäus, Jakob Kuisl apprende dal fratello che un clima di inquisizione grava sulla città. Dopo il ritrovamento di un braccio mozzato e di una gamba rosicchiata dai topi alla deriva del fiume Regnitz, e alcune misteriose sparizioni, il panico la fa da padrone. Gli abitanti credono infatti che sia opera del demonio, soprattutto da quando una creatura irsuta è stata vista aggirarsi di notte tra i vicoli della città. Jakob Kuisl, da uomo illuminato qual è, si rifiuta di credere a queste voci e, insieme alla figlia, decide di indagare sul caso; un caso curiosamente legato alle abitazioni in rovina, testimoni silenziose di un crimine violento, forse il più violento che quelle contrade abbiano mai visto: il processo alle streghe di Bamberga. 
Tirate le somme, un noir da non perdere, che vede in scena - oltre alla numerosa famiglia Kuisl - medici e scrivani, capitani della guardia cittadina, osti e guardiani, cenciaioli e raccatta-cadaveri, attori e rubacuori, mercanti e consiglieri, speziali e tessitori, nonché, ci mancherebbe, dignitari ecclesiastici, vescovi e principi elettori. Insomma, un parterre di variegati personaggi che si muovono e interagiscono a uso e costume della storia, supportati dal senso del ritmo e della piacevolezza narrativa. 
Sì, perché le seicento e rotte pagine non devono rappresentare un freno alla lettura, che scorre via che è un piacere. Regalando uno spaccato di vita sorretto da ambientazioni credibili quanto intriganti. In altre parole il lettore viene preso per mano e trascinato nel tempo, fra le pieghe di una ricca messe di curiosità. A cominciare dall’abitudine del boia, prima di procedere all’esecuzione, di sbevazzare sino a notte fonda. La qual cosa non incideva sul suo lavoro soltanto se si trattava di uno strangolamento, operazione in questo caso relativamente… facile.

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