Share |

Un uomo che pulisce, una cacciatrice di mosche, un uomo invisibile. E l’abisso del nostro quotidiano è servito

Dalla graffiante penna di Donato Carrisi un thriller ispirato a fatti realmente accaduti. Sugli scaffali anche l’americano Matt Ruff e l'eclettico torinese Rocco Ballacchino


14/12/2020

di MAURO CASTELLI


I crimini? “Una componente naturale della vita. Semmai ad attrarmi maggiormente è il lato oscuro delle cose”. La paura? “Mi affascina, mi intriga. E soprattutto bisogna conoscerla se si vuole evocarla al meglio”. L’irrazionale? “Rappresenta il passepartout per aprire le porte delle storie”. Il fine giustifica i mezzi? “Non mi pongo mai alcun problema etico o morale quando in un libro devo ammazzare qualcuno”. Il colpevole? “Non mi interessa nasconderlo al lettore, semmai cerco di creare una trama che avvinca e convinca”. 
E ancora: nella narrativa gli autori copiano dai colleghi? “Di sicuro nessuno s’inventa qualcosa di veramente nuovo”. Quanto serve documentarsi? “Molto. Fortunatamente conosco persone che, forti delle loro specializzazioni, mi possono regalare spunti significativi”. Di personale cosa c’è nei suoi libri? “Nei miei romanzi rientrano le emozioni, non la mia biografia”. Caratterialmente come si propone? “Sono un misantropo e un cinico, e mi vanto del mio caratteraccio. Anche se in realtà ho un ottimo rapporto con le persone”. Il suo punto debole? “Il solletico. Lo soffro moltissimo. Chi me lo fa sta forse sperimentando un metodo per uccidermi…”. 
Di fatto Donato Carrisi - nato a Martina Franca, in provincia di Taranto, il 25 marzo 1973 (il quale da tempo vive fra Roma e Milano), laureato in Giurisprudenza con specializzazione in Criminologia e Scienze del comportamento - si propone alla stregua di uomo riservato quanto accattivante (“Tendo a separare la mia vita privata da quella pubblica”); benevolo con le critiche (“Spesso servono. Semmai mi ferirebbe se qualcuno smettesse di leggere un mio libro”) e soprattutto capace di noin montarsi la testa (“Anni fa feci incorniciare una delle mie prime stroncature per ricordarmi che pedalare è un obbligo, in quanto la scivolata ti può attendere dietro l’angolo”). 
In realtà, strada facendo, Carrisi avrebbe solo collezionato successi. Così, dopo Il suggeritore, sarebbero arrivati, tutti editi da Longanesi, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, La ragazza nella nebbia (romanzo dal quale è stato tratto un film vincitore di un David di Donatello per il miglior regista esordiente), Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto (anche questo travasato sul grande schermo), Il gioco del suggeritore, La casa delle voci e ora, appunto, Io sono l’abisso.  
Lui portatore di uno stile narrativo giocato su piani tanto diversificati quanto personali. Che si rifà a una passione di vecchia data: “Sin da piccolo amo moltissimo scrivere, raccontando peraltro un sacco di bugie e inventandomi storie assurde: forse è da lì che è germogliato il mio futuro di scrittore”. Precoce, verrebbe da dire: non a caso ad appena 19 anni aveva già dato voce alla sua prima commedia, Molly, Morthy e Morgan, per il Gruppo Teatrale Vivarte, che aveva fondato insieme a Vito Lo Re. Lavoro seguito a ruota da Cadaveri si nasce!, Non tutte le ciambelle vengono per nuocere, Arturo nella notte... e Il Fumo di Guzman, oltre ai musical The Siren Bride e Dracula
Senza trascurare il suo interesse per il mondo delle fiction propiziato da Achille Manzotti (Carrisi è infatti anche un abile sceneggiatore, oltre che regista e “penna” del Corriere della Sera), per poi entrare dalla porta principale nella narrativa. Successe nel 2009 quando il suo romanzo d’esordio, Il suggeritore, vincitore del Premio Bancarella, fu tradotto in 19 Paesi (con diritti successivamente allargati ad altri quattro editori) e gli consentì di guadagnarsi i galloni di thriller italiano più venduto al mondo. Peraltro benedetto da due numeri uno della narrativa di settore quali Ken Follett (Leggere Carrisi è come essere in paradiso) e Michael Connelly. 
Donato Carrisi, si diceva, un maestro del brivido da alcuni milioni di copie vendute in una trentina e passa di Paesi, da poco tornato sugli scaffali con il thriller Io sono l’abisso (Longanesi, pagg. 384, euro 22,00). Un racconto di storie, a detta dell’autore, “ispirate a fatti realmente accaduti” sul Lago di Como, imbastito su un serial killer dalla doppia identità: una anonima, che non dà nell’occhio, e l’altra dannatamente spietata. Anche se poi si farà… toccare il cuore da una ragazzina complicata. Di fatto un romanzo in cui il lettore si trova a far di conto con il disagio sociale della provincia, ma anche con l’imperare della violenza domestica sulle donne. 
Detto questo, entriamo nel merito della storia. “Sono le cinque meno dieci esatte. Il lago s’intravede all’orizzonte: è una lunga linea di grafite, nera e argento. L’uomo che pulisce sta per iniziare una giornata scandita dalla raccolta della spazzatura. Non prova ribrezzo per il suo lavoro, anzi: sa che è necessario. E sa che è proprio in ciò che le persone gettano via che si celano i più profondi segreti. E lui sa interpretarli. E sa come usarli. Perché anche lui nasconde un segreto”. 
L’uomo che pulisce “vive seguendo abitudini e ritmi ormai consolidati, con l’eccezione di rare ma memorabili serate speciali. Quello che non sa è che entro poche ore la sua vita ordinata sarà stravolta dall’incontro con una giovane dal ciuffo viola. Lui, che ha scelto di essere invisibile, un’ombra appena percepita ai margini del mondo, si troverà coinvolto nella realtà inconfessabile della ragazzina. Il rischio non è solo quello che qualcuno scopra chi è o cosa fa realmente. Il vero rischio è, ed è sempre stato, sin da quando era bambino, quello di contrariare l’uomo che si nasconde dietro la porta verde”. 
Ma c’è un’altra cosa che l’uomo che pulisce non può sapere: “là fuori c’è già qualcuno che lo cerca. La cacciatrice di mosche si è data una missione: fermare la violenza, salvare il maggior numero possibile di donne. Niente può impedirglielo: né la sua pessima forma fisica, né l’oscura fama che l’accompagna. E quando il fondo del lago restituisce una traccia, la cacciatrice sa che è un messaggio che solo lei può capire. C’è soltanto una cosa che può, anzi, deve fare: stanare l’ombra invisibile che si trova al centro dell’abisso”. 
Che dire? Un thriller che ha un suo perché, giocato su una scrittura unica, capace di intrigare e catturare il lettore. Proiettandolo nel suo mondo ipnotico, dove è la paura sospesa a farla da padrone. Quella stessa paura, come ha avuto modo di raccontare l’autore, che lo aveva contagiato quand’era ancora piccolo. “Successe che una notte suonasse il telefono e io andassi a rispondere. Dall’altro capo del filo una voce che mi sembrava familiare mi disse solo ciao prima di riattaccare. E il giorno dopo venimmo a sapere che, proprio quella notte, era morto un caro amico di famiglia…”. 
Una paura peraltro alimentata da una favola che gli raccontava sua nonna, ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto nel suo paese. Dove una donna aveva fatto a pezzi il marito, lo aveva impacchettato in carta di giornale e lo aveva portato fino al mare in bicicletta per poi buttarlo in acqua, pezzo dopo pezzo, da uno scoglio. E “la favola di nonna raccontava di questo uomo ammazzato che tornava sotto forma di spirito e parlava alla moglie attraverso il camino dicendole: Maria…Maria, ridammi il braccio; Maria… Maria, ridammi la testa e così via…”. 
Evidentemente il gusto del macabro, verrebbe da pensare, faceva già parte del Dna familiare della famiglia Carrisi. 


A questo punto un horror “provocatorio e chimerico”, come sostiene il critico di Booklist-Starred Review, che si dipana fra le ambigue pieghe del razzismo e dal quale è stata tratta l’omonima serie televisiva, in onda in Italia su Sky. A firmare Lovecraft Country. La terra dei demoni (Piemme, pagg. 436, euro 19,00, traduzione di Luca Briasco) è l’americano Matt Ruff, che aveva debuttato a soli 23 anni con Fool on the Hill, ambientato nel campus della Cornell University: ateneo che ha sfornato autori di peso come Thomas Pynchon, Kurt Vonnegut, Richard Farina e dove peraltro si è laureato nel 1987. Un romanzo d’esordio, quello citato, impregnato di generi e modelli diversi, che lo avrebbe reso famoso. A seguire - di libri sinora ne ha pubblicati sette, fermo restando un ottavo rimasto nel cassetto - avrebbe dato alle stampe Acqua, luce e gas (edito in Italia da Fanucci), una storia su un futuro alla Blade Runner nella Grande Mela. 
Lovercraft Country, si diceva, che - come annota lo stesso autore - ha avuto una gestazione particolarmente lunga e complessa. “I primi spunti di ispirazione risalgono infatti a quasi trent’anni fa, alle mie conversazioni con Joseph Scantlebury e con il professor James Turner della Cornell. Più di recente, ma comunque sempre molto tempo fa, mi sono imbattuto nel saggio di Pam Noles La vergogna, incentrato sulla particolare difficoltà di essere neri e appassionati di fantascienza. A sua volta Sundown Town di James W. Loewen mi ha fatto conoscere il Negro Motorist Green Book”. Dopodiché la storia ha cominciato a prendere forma, sino ad arrivare sugli scaffali nel 2016. 
Ricordiamo che Ruff è nato a New York l’8 settembre 1965, figlio di un prete luterano, ed è cresciuto nel quartiere di Queens. Lui che ha vissuto in molte città della costa orientale e occidentale degli Stati Uniti (come Hartford, Boston, Portland e Filadelfia) e che ora abita con la moglie, Lisa Gold, a Seattle, nello Stato di Washington. 
Ma veniamo a Lovecraft Country, un racconto ambientato a Chicago nel 1954 e costruito su un intreccio sfuggente - a cavallo fra magia e potere, passato e presente - che attraversa il tempo. In buona sostanza si tratta della storia di due famiglie afro-americane, storia inserita in un canovaccio impregnato di razzismo, quello stesso che ancora oggi, nonostante i proclami di facciata, non sembra essere stato sconfitto. Detto questo spazio alla sinossi. 
Quando suo padre scompare, dopo aver lasciato un biglietto spiegando dove avrebbero potuto trovarlo, Atticus Turner, ventiduenne afroamericano veterano della guerra in Corea, intraprende un viaggio nel New England, quella parte di America bianca dove se sei nero è meglio non mettere piede. 
Con Atticus c’è l’amato zio George e l’amica d’infanzia Letitia. Durante il viaggio verso la tenuta del signor Braithwhite, proprietario di un castello dove un’antenata di Atticus aveva vissuto come schiava, si imbattono in quelli che sembrano gli spiriti malvagi usciti dalle strane vicissitudini che lo zio George ama tanto raccontare. Di fatto un viaggio nell’America della segregazione razziale che si trasforma ben presto in una lotta per la sopravvivenza, tra episodi di razzismo e la minaccia di creature spaventose. 
Una volta giunti alla tenuta, Atticus trova suo padre incatenato, prigioniero di una loggia segreta chiamata Ordine dell’Antica Alba, capitanata da Samuel Braithwhite e da suo figlio Caleb, radunata per orchestrare un rituale che in realtà prevede proprio Atticus come protagonista, l’ultimo discendente della famiglia Turner. Ma perché Braithwhite e i membri dell’Ordine vogliono porre fine alla discendenza dei Turner? 
Che dire: una storia ricca di orrori e stranezze, paranoia e segreti, alieni e divinità anziane che non mancherà di catturare il lettore; una storia che si propone alla stregua di una antologia di racconti con altrettanti protagonisti che si portano dietro il peso di poteri sopiti, sacrifici rituali e forze arcane. Più facili da leggere che da descrivere.  


Il terzo e ultimo suggerimento per gli acquisti (per questa settimana, ci mancherebbe) risulta legato all’estrosa quanto divagante penna del torinese Rocco Ballacchino, nato sotto la Mole Antonelliana nel luglio 1972. Una città dove è cresciuto e dove si è laureato in Scienze della comunicazione con una tesi in Semiologia del cinema sul personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra e dove si è fra l’altro proposto come uno dei fondatori del collettivo di scrittori ToriNoir. E appunto il cinema, il teatro e, soprattutto, la scrittura hanno rappresentato e tuttora rappresentano le sue più robuste passioni. 
Un autore, Ballacchino, che ha un dono: quello di saper raccontare storie intriganti all’insegna della semplicità. La qual cosa rappresenta un bel viatico per molti lettori, spesso costretti a tour de force per non perdersi fra le maglie di trame troppo complicate e in certi casi anche mal gestite. 
Lui che è tornato sugli scaffali per i tipi della Fratelli Frilli (da alcuni anni la sua casa editrice di riferimento) con Torino operazione secondo tempo (pagg. 200, euro 14,90), dove a tenere banco è un finale di partita per una strana quanto accattivante coppia: quella composta dal critico cinematografico Mario Bernardini e dal commissario Sergio Crema (“Un personaggio - tiene a precisare l’autore - che mi assomiglia, in quanto in lui ho trasferito una parte del mio quotidiano, moglie e figli compresi ma, sia chiaro, senza altre divagazioni sentimentali, come quella che lui nutre per il magistrato Giulia Bonamico”. Un amore forte peraltro contrassegnato da incomprensioni, sacrifici e rinunce). 
Due protagonisti che peraltro, in sede di indagine, spesso finiscono ai ferri corti in quanto non la vedono nella stessa maniera. E ai quali, sottotraccia, tiene bandone il logorroico ispettore Quadrini. Ma per loro - almeno questa sembra l’intenzione dell’autore - dovrebbe essere l’ultima volta: “In ogni caso questa mia granitica convinzione dovrà tenere conto del parere dei lettori. Di certo, nel breve periodo, li lascerò in panchina”. Poi chi vivrà vedrà. 
Detto questo spazio ai contenuti di Torino operazione secondo tempo, un poliziesco ambientato nel febbraio scorso, quando le prime avvisaglie del Coronovirus non lasciavano ancora intendere come si sarebbe realmente trasformata la nostra vita. Semmai a tenere la scena erano le problematiche legate al mondo dei rider, i fattorini per le consegne a domicilio in bilico fra sfruttamento del lavoro (che l’autore definisce alla stregua di “una moderna forma di schiavitù”) e lotte sindacali. 
Succede che a chiedere udienza al nostro commissario sia una donna che intende denunciare la sparizione del figlio, un rider appunto, oltre tutto impegnato in una battaglia sindacale per rivendicare il diritto della categoria a non essere sfruttata. Il poliziotto sottovaluta, almeno inizialmente, le preoccupazioni della donna finché non si troverà a dover fare i conti con una terribile realtà che giocoforza dovrà affrontare. 
In altre parole inizieranno giorni difficili per Sergio Crema, alle prese anche (o forse soprattutto) con importanti cambiamenti in ambito personale: Giulia Bonamico e Mario Bernardini, con i quali collabora da anni, potrebbero infatti uscire di scena lasciando un enorme vuoto nella sua quotidianità. Logico quindi che il commissario, alle prese con uno tsunami che non toccherà solo lui, dovrà iniziare a giocare il secondo tempo della sua vita, quello in cui nulla sarà più come prima. 
Detto del libro, peraltro di intrigante leggibilità, spazio all’autore. Per la cronaca Ballacchino aveva debuttato, fra il 2001 e il 2002, con tre racconti (Internet permettendo, La sfida dei drammi e Appuntamento con la signora) apparsi sulla rivista per giovani scrittori Inchiostro. In seguito, dopo aver pubblicato su Confidenze il quarto racconto Tu credi nei miracoli?, aveva contribuito, con altre quattordici penne, alla scrittura del romanzo intitolato Giallo aperto. Poi nel 2009 avrebbe curato la sceneggiatura del cortometraggio Poison e, l’anno successivo, di Doppio inganno, oltre a dare alle stampe, in parallelo, ai gialli (editi da Il Punto - Piemonte in Bancarella) Crisantemi a Ferragosto e Appello mortale, seguiti nel 2012 da Favola nera, scritto a quattro mani con Andrea Monticone. 
A partire dal gennaio 2013 la sua casa di riferimento sarebbe diventata la Fratelli Frilli di Genova, con la quale avrebbe dato alle stampe Trappola a Porta Nuova. Quindi avrebbe fatto debuttare la coppia Crema-Bernardini ne la Scena del crimine, per poi riproporla in Trama imperfetta, Torino obiettivo finale, Tredici giorni a Natale, Il codice binario, Matematiche certezze (scritto a quattro mani con Maria Masella) e La persona sbagliata.  
Che altro, a conferma della creatività dell’autore? Alcune interessanti divagazioni, come la commedia teatrale Operazione Marito Infedele, l’e-book Le sette vite del capitano (dedicato al calciatore Alessandro Del Piero), nonché la curatela della collana di gialli per ragazzi “I Frillini”, per la quale ha pubblicato I gemelli Misteri e L’invasione zombie.

(riproduzione riservata)