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Una buona regola per il 2018: investire con cautela pensando sia al guadagno che al rischio

I suggerimenti degli analisti di Ubi Pramerica Sgr ai lettori di Economia Italiana.it. Ovvero gli azionariati dell’area euro e giapponesi, le obbligazioni corporate e i titoli di Stato di Paesi come l’Italia. Oltre a prodotti multiasset 


08/01/2018

di Giambattista Pepi


Moderatamente positivi sull’azionario con preferenza per i listini cresciuti meno (Giappone e area dell’euro). Cauti sui bond sovrani troppo cari e poco redditizi, meglio le obbligazioni corporate. I prodotti multiasset (che combinano le diverse classi di investimento: obbligazionario, azionario e monetario) e dedicati possono costituire un buon approdo purché non siano di lunga durata. Ecco, in sintesi, alcune “dritte” al risparmiatore per la composizione o la ricomposizione del proprio portafoglio di investimenti finanziari per i primi mesi del 2018 formulate dagli analisti di Ubi Pramerica Sgr (la società di gestione del risparmio nata nel 2001 dall’unione di Ubi Banca e dell’americana Pramerica Financial, con un patrimonio di oltre 52,5 miliardi di euro al 30 settembre scorso) durante l’intervista concessa a Economia Italiana.it
È appena il caso di precisare che le risposte alle nostre domande non costituiscono in nessun caso alcuna sollecitazione al pubblico risparmio, ma sono esclusivamente frutto di analisi condotte dalla società interpellata sulla base degli indicatori macro, dell’andamento dei mercati finanziari, del sentiment e delle previsioni formulate.  

Partiamo dallo scenario macro. Qual è l’attuale andamento dell’economia internazionale e cosa vi aspettate per il 2018?  
A livello globale gli ultimi dati macro hanno ulteriormente rafforzato il quadro della crescita, che appare generalmente sopra il potenziale. Le prospettive che il ciclo espansivo dell’economia internazionale possa proseguire anche nel 2018 sono positive in considerazione del basso tenore dell’inflazione e della politica monetaria delle Banche centrali che continua a restare molto accomodante, consentendo di poter finanziare l’economia a tassi di interesse storicamente molto bassi e di generare molta liquidità che migra verso i mercati sostenendone il trend rialzista. 

Volendo vedere da vicino il trend economico di alcune regioni o macro aree non si può non notare che gli Stati Uniti continuano a far meglio dell’area euro.  
Effettivamente è così. Gli indici delle sorprese macroeconomiche sono arrivati ai massimi degli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti. Nel terzo trimestre il Pil degli Stati Uniti ha infatti registrato un ulteriore incremento (+0,8%) trainato dai consumi, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato al 4,1%, mentre nell’area dell’euro è a +0,6% la stima preliminare del Pil del terzo trimestre rispetto al +0,7% del precedente trimestre, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato all’8,8%: quindi più che doppio rispetto a quello statunitense.  A loro volta gli indicatori anticipatori e coincidenti del ciclo economico continuano a fornire segnali positivi. Così come prosegue il trend di ulteriore incremento delle aspettative di crescita sospinto dal clima di fiducia che si respira tra le imprese e i consumatori. Gran parte delle economie sta chiudendo o ha già chiuso l’output gap (vale a dire la differenza fra la crescita del Pil reale e la crescita del Pil ottenibile attraverso il pieno impiego dei fattori produttivi) che si era aperto con la recessione. Il Pmi globale (Purchasing Managers Index, un indicatore macroeconomico utilizzato nell’analisi del settore manifatturiero, dei servizi e delle costruzioni - ndr) è arrivato al livello di 54 punti base, ai massimi degli ultimi anni.

L’andamento positivo della congiuntura è in sintonia con quello dei mercati finanziari. In che modo può influenzare le scelte di investimento? 
Dal punto di vista macro certamente la maggior parte dei Paesi è ancora in una fase di espansione o accelerazione all’interno di un contesto nel quale le condizioni finanziarie restano molto accomodanti. La nota negativa, però, è rappresenta dal fatto che l’inflazione non è ancora ai livelli desiderati da parte delle principali Banche centrali. Il trade reflazionistico, iniziato a novembre 2016, è ancora in corso, con le azioni che stanno registrando performance superiori rispetto alle obbligazioni governative.

Il che farebbe supporre che sia più redditizio investire nell’azionario rispetto all’obbligazionario? 
In termini assoluti, le valutazioni delle azioni non sono più attraenti, principalmente, sui mercati che hanno registrato le migliori performance dal 2008, come ad esempio gli Stati Uniti. In termini relativi, le azioni sono ancora da preferire alle obbligazioni governative non solo dal punto di vista macro ma anche da quello micro. La recente stagione degli utili, infatti, sta fornendo indicazioni positive sia negli Stati Uniti, sia nell’area dell’euro; sugli ultimi 12 mesi gli utili stanno evidenziando una crescita del 5-6% e gli utili attesi nell’ordine dell’11-12, senza tener conto dell’eventuale impatto positivo della riforma fiscale di Trump.

Partendo dal presupposto che tutti gli investimenti finanziari sono rischiosi, nessuno escluso, quali sono i rischi connessi all’investimento azionario? 
I rischi sull’asset class azionaria sono in primo luogo di natura politica, considerando le prossime tornate elettorali in Europa, a cominciare dalle elezioni che si svolgeranno nel marzo 2018 in Italia. Un altro rischio è rappresentato dalla possibilità di un errore di policy da parte delle Banche centrali, impegnate nella rimozione degli stimoli eccezionali di politica monetaria. Infine, va considerato il livello molto elevato di compiacenza da parte dei mercati, con una volatilità estremamente compressa. Per quanto concerne invece il comparto bancario, su di esso gravano ancora degli aspetti negativi, rappresentati dal livello molto basso dei tassi governativi e dalle divergenze fra la Commissione Europea e la Banca centrale europea in tema di crediti deteriorati. Ma sono da valutare in termini positivi gli impatti derivanti dall’applicazione delle nuove direttive di Basilea 4.

Tenuto conto dei rischi citati, quali sono le aree e i listini azionari dove l’investimento potrebbe offrire un rendimento maggiore? 
A livello geografico, la preferenza continua ad andare ai mercati che negli ultimi anni hanno registrato performance più contenute, come l’area dell’euro e il Giappone. E se invece si volesse far rotta verso l’obbligazionario? Per quanto concerne le obbligazioni governative core (cioè a dire di Paesi come la Germania ad esempio) le valutazioni restano ancora molto care. Inoltre, in futuro saranno da considerare gli impatti in termini di riduzione del Quantitative easing (cioè l’immissione di liquidità nei mercati da parte delle Banche centrali) e della riforma fiscale di Trump. In generale la posizione, sia nei prodotti multiasset, sia in quelli dedicati, deve essere breve. 
L’esposizione alle obbligazioni periferiche (i titoli di Stato italiani ad esempio) resta positiva, soprattutto, per quelli di durata medio-lunga (Btp). Relativamente al comparto corporate, si è assistito ad una fase di presa di profitto, ma molto probabilmente nel corso del 2018 rimarrà forte l’attrattiva di questa asset class per la ricerca di rendimento da parte degli investitori. I fattori di supporto sono rappresentati dal miglioramento della qualità del credito e dalla facilità di finanziamento da parte delle aziende. La preferenza va ancora alla parte high yield (sono le obbligazioni ad alto rendimento, ovvero quelle che tra il prezzo di acquisto e la cedola rendono all’investitore più della media del mercato, ma sono anche molto rischiose - ndr) rispetto a quella investment grade (sono obbligazioni che hanno un minor rischio quanto più alto è il giudizio di affidabilità di cui gode la società emittente - ndr) soprattutto, perché lo spread della prima continua a garantire un cuscinetto di assorbimento di un eventuale rialzo dei tassi.  

Volendo riassumere quali sarebbero gli orientamenti di massima di cui un risparmiatore, se volesse, potrebbe tener conto nella scelta di una classe di investimento rispetto ad un’altra? 
In ambito valutario, il cambio euro-dollaro dovrebbe continuare a restare all’interno di un trading range abbastanza definito. Sui prodotti multiasset e, in generale, in termini di composizione degli investimenti tra le diverse categorie, continuiamo a preferire i risky asset rispetto alle obbligazioni governative. All’interno del mondo corporate, la preferenza va all’high yield rispetto all’investment grade e, a livello azionario, ai mercati più sottovalutati (area dell’euro e Giappone). I livelli di volatilità contenuti e la bassa correlazione fra le varie asset class continuano a favorire il processo di diversificazione del portafoglio.

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