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Una "morte antica" che riaffiora e il commissario Teresa Battaglia torna a indagare

Dopo il folgorante Fiori sopra l’inferno, Ilaria Tuti fa nuovamente centro. Invito alla lettura anche per Stephen King e il rimpianto Frédéric Dard


01/07/2019

di Mauro Castelli


Dopo il botto da novanta messo a segno lo scorso anno con Fiori sopra l’inferno, un caso editoriale che ha conquistato lettori in 25 Paesi (a fronte di apprezzamenti a largo raggio che vanno dalla menzione speciale legata al Premio Scerbanenco alla selezione del Times, nel marzo scorso, come “Crime Book of the Month”), Ilaria Tuti è tornata vincente sui nostri scaffali con Ninfa dormiente (Longanesi, pagg. 476, euro 18,60). 
Un inquietante thriller, di intrigante leggibilità, nel quale ritroviamo protagonista la sessantenne Teresa Battaglia: una donna fuori dagli schemi, dura quanto complicata, fiera quanto indomita, brusca e al tempo stesso compassionevole. Una poliziotta vecchio stampo alle prese con qualche problema di memoria, forse un Alzheimer precoce del quale è meglio non parlarne alla sua squadra. Di certo una guerriera sovrappeso che soffre di diabete e, per certi versi, risulta “piegata dalla fatica”. 
A tenere la scena, anche in questo nuovo caso, sono personaggi ben caratterizzati (come Massimo Marini, una pedina importante dello scacchiere investigativo, che secondo Teresa potrebbe a sua volta avere a che fare con alcune burrascose zone d’ombra) nonché ambientazioni suggestive, ricche di boschi, valli isolate e monti dalla bellezza folgorante. 
Quelle stesse ambientazioni che fanno parte del privato dell’autrice, nata il 26 aprile 1976 a Gemona, in provincia di Udine, dove tuttora vive; lei che da ragazzina - ne abbiamo in parte già parlato - voleva fare la fotografa; lei che a scuola era brava (“Mia mamma, molto disponibile, è però sempre stata intransigente sul fatto dello studio”), tanto da laurearsi con 110 (“Ma senza lode”) in Economia e commercio. 
“In realtà - ironizza - mi considero un’economa della chiacchiera, nel senso che non parlo molto essendo un po’ introversa. Ricordo che in famiglia, quand’ero bambina, cercavano di coinvolgermi in cicalecci che non sarebbero mai arrivati. In compenso sono una buona forchetta, non disdegno un bicchiere di vino quando mi trovo in compagnia di amici e non potrei mai vivere senza animali in casa”; lei che lavora part-time in una società di Tolmezzo (attiva negli appalti pubblici a ditte private), da quando cioè due anni e mezzo fa era nata la sua piccola Jasmine che sta crescendo che è un piacere. 
Ma torniamo a Ninfa dormiente, una vicenda che si rifà a un delitto vecchio di quasi settant’anni, ovvero una “morte antica” rimasta insoluta e che si rapporta con un unico indizio: le tracce di sangue utilizzate per dipingere un ritratto, rosso di passione, intitolato appunto “Ninfa dormiente” (detto per inciso “anche questo titolo è farina del mio sacco”). Con un artista impegnato in pennellate indirizzate “a dare forma a curve conosciute e avvallamenti che sbocceranno in labbra luminose”. Con le dita che intingono e colorano, spinte da un impeto creativo volto a imprigionare l’immagine prima che… la bellezza svanisca. 
Una tela realizzata alla fine della Seconda guerra mondiale da un partigiano che “aveva intinto le dita nel cuore di qualcuno”, una tela ritrovata in una soffitta e diventata nel tempo l’ossessione dei collezionisti. E attorno a questo cold case - un caso freddo come il vento che spira nelle valli, come il ghiaccio che lambisce le cime delle montagne - si dipana la storia imbastita, con indubbia maestria, da Ilaria Tuti, intrecciandola con le raffinate componenti che gravitano attorno alla protagonista. 
Appunto Teresa Battaglia, che si trova a far di conto con violenze sepolte dal tempo che improvvisamente riaffiorano quando l’uomo viene rintracciato in Val Resia. “Una valle a mezz’ora da casa mia, che vanta una storia millenaria. E la cui popolazione, arrivata dal Caucaso intorno al 1500, parla una lingua protoslava incomprensibile, peraltro tutelata dall’Unesco in quanto in via d’estinzione”. 
Ed è qui che, per sua scelta, il partigiano vive nascosto con un pronipote alla stregua di “una tomba che respira”, una presenza silenziosa con l’occhio sempre rivolto ai boschi. E Teresa lo incontra e vorrebbe capire, anche se si deve confrontare “con la crudele perentorietà di un enigma”, a fronte di angolature più cupe e complicate di quanto se le aspettasse. Angolature che, per certi versi, si rifanno agli indovinelli che lei si trova a dover risolvere per stimolare la memoria e che hanno a che fare con la sua stessa vita. Come nel caso di quello straniero che deve andare al villaggio Verità, il quale incontra un pellegrino che arriva dal villaggio Menzogna e gli chiede quale strada debba seguire per arrivare alla meta. Avendo ovviamente paura che gli venga detta una bugia. Rimanendo in bilico, per l’appunto, fra Verità e Menzogna
Sarà così che il nostro commissario si troverà a scavare fra i pochi indizi a disposizione, con la professionalità messa a dura prova da una mente che non sempre la sorregge come vorrebbe o come sarebbe necessario. Tanto da farla riflettere: “Ogni giorno cammino sopra l’inferno, ogni giorno l’inferno mi abita e mi divora. Perché c’è qualcosa che, poco a poco, mi sta consumando come fuoco. Il mio lavoro, la mia squadra, sono tutto per me. Perderli sarebbe come se mi venisse strappato il cuore dal petto. Eppure, questa potrebbe essere l’ultima indagine che svolgerò. E, per la prima volta nella mia vita, ho paura di non poter salvare nessuno, nemmeno me stessa”. 
Che dire: una nuova prova d’autore, dove Ilaria Tuti mette talento e immaginazione al servizio della sua Teresa che - in una fine che precede l’inizio - riflette su come e sino a dove sia disposta a spingersi. Ovvero se, per salvare un innocente, possa arrivare a uccidere Massimo Marini, “l’uomo che la guarda come il figlio che non ha mai avuto, l’uomo che adesso trema come se lì, a danzare nel buio, ci fosse il demonio”. 
Detto questo, e augurando una buona lettura, torniamo al privato dell’autrice. Lei che, pur vivendo ai piedi delle Prealpi, adora il mare (“Il mio sogno? Quello di abitare in una casa affacciata sull’Adriatico”); lei che nel tempo libero, complice la passione per la pittura (“Ritratti a olio su tela e non solo”), ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice; lei che, in fatto di musica, è attratta “dalle melodie, a partire dalle colonne sonore dei film”; lei che con dispiacere ammette di essere stonata, tanto è vero che, a sei anni, non la vollero nel coro del paese, mentre invece accettarono la sua amichetta. “Un rifiuto che mi è costato parecchio e che ho impiegato diverso tempo a digerire”. 
Che altro? In primis il piacere della lettura - “Un punto dolente visto che spesso non rientra nei gusti degli italiani” - a fronte di un debole dichiarato per Donato Carrisi (“Affascinanti prove da brividi, le sue”), Stephen King (“Quando da ragazzina lessi Le notti di Salem fui devastata dalla sua capacità di trascinarmi nel buio”), Jeffrey Deaver, Joe R. Lansdale, Primo Levi (“Una chiarezza di pensiero disarmante, tipica dei grandi”) e le poesie di Alda Merini (“Racchiudono una incredibile potenza e passione”). 
E poi la soddisfazione di passeggiare nei boschi accompagnata dai suoi due cani (“Gingi e Gianni”, due femmine a dispetto del nome) e un rapporto di vecchia data con la scrittura: “Avevo iniziato a inventarmi storielle sin da piccola, che collezionavo nel mio diario lucchettato, per poi dedicarmi a qualche raccontino. Ma niente di che. Sin quando finii per trovare conforto nella scrittura (era il 2006) per elaborare un grave lutto, quello relativo alla morte improvvisa di mio padre. Sarebbe stato il mio modo per superare la perdita e il senso di disorientamento che mi portavo dentro. Cercando di far entrare qualcosa di positivo nella mia vita, proprio quando tutto sembrava andare storto. Sarebbe stata una trasformazione necessaria, liberatoria”. 
In realtà, in fatto di scrittura, poteva già contare su alcuni precedenti, legati a storie di genere fantastico. “Fermo restando che amo anche l’horror, quando unisce tradizioni antiche alla riscoperta del territorio, come nel mio racconto intitolato Krampus (i krampus sono diavoli che per una notte, una volta all’anno, si prestano - pur con reticenza - al volere del Bene). Un racconto con il quale ho vinto il Premio Algernon Blackwood. Negli ultimi anni, però, mi sono sentita sempre più attratta dal genere poliziesco e dal thriller. Ma ci vuole dedizione, ci vuole una gran cura…”. 
In ogni caso a regalarle una robusta soddisfazione sarebbe stato un racconto a tinte forti, intitolato Fiori d’inverno, pubblicato in una antologia curata da Barbara Baraldi. “A fronte di una scelta la cui motivazione ancora mi emoziona: Romantico, crudele. Breve come il tempo di un brivido che percorre la schiena”. A seguire, nel 2014, con La bambina pagana (un racconto ambientato a Venzone e pubblicato nella collana dei “Gialli Mondadori”), Ilaria avrebbe vinto il Gran Premio Giallo Città di Cattolica, dimostrandosi penna capace di raccontare la vita attraverso il mistero e la morte. Quindi nel 2015 Nero Press Edizioni le avrebbe pubblicato La ragazza dagli occhi di carta. “Una storia che amo ancora molto in quanto ha visto nascere la protagonista che avevo nel cuore, appunto Teresa Battaglia”, una guerriera che pensa spesso alla morte anche se in fondo ha una gran voglia di vivere. 
Insomma, prime soddisfazioni che l’avrebbero spinta a buttarsi a capofitto nella scrittura, a fronte di un desiderio aumentato via via in maniera esponenziale. Sta di fatto che oggi “questa passione mi riempie le giornate, perché è entusiasmante svegliarsi al mattino e sapere che c’è un’altra storia da raccontare. Anche se scrivere richiede sacrificio, bruciare il tempo libero e le ore serali. Per fortuna che il mio Paolo non manca di supportarmi e sopportarmi in questa straordinaria avventura”. 
Insomma, una Ilaria che non ti aspetti, segnata - come accennato - dalla vicinanza con la fantascienza (“Un genere difficile, ma che ti permette di spaziare a largo raggio fra realtà alternative e mondi nascosti”) nonché dalla scrittura di un racconto erotico sotto pseudonimo (“Quasi me ne dimenticavo, è vero. Ma si trattava di un lavoro molto noir, quasi un horror legato anche all’erotismo”). Fermo restando un altro sogno nel cassetto: quello di dare voce a un delitto della camera chiusa ambientato in una stazione spaziale (“Sarebbe bellissimo, ma la mole di studi e ricerche per poterlo realizzare risulta per me impossibile, almeno per il momento. Certo, si tratterebbe di una sfida divertente, ma non mi sento ancora pronta. E non voglio fare figuracce…”). 
E per quanto riguarda il domani narrativo di Ilaria Tuti? Una nuova indagine imbastita su Teresa Battaglia, questa volta segnata da un taglio storico-archeologico. “In effetti - ci viene anticipato - ho già elaborato la nuova trama. Un passo fondamentale, visto che sono ansiosa, per poi buttarmi a capofitto nella scrittura…”. Magari con il pensiero rivolto ad alcune sue lettrici affette dai primi sintomi dell’Alzheimer, che in Teresa trovano la forza per battagliare contro questa subdola malattia. E fermo restando “il ricordo di quello che doveva essere un complimento da parte di un signore, il quale mi disse che la mia scrittura gli piaceva molto perché sembrava quella di un uomo. Ovviamente ne rimasi basita…”. 


Proseguiamo, passando dal presente al passato con la proposta di un agghiacciante thriller firmato nel 1983 da Stephen King, ovvero Pet Sematary (Sperling & Kupfer, pagg. 424, euro 19,90, traduzione di Hilia Brinis), definito dal Washington Post “folle, potente e disturbante”, un vero e proprio classico della letteratura horror. Dove la morte - a detta dello stesso autore - è un mistero mentre la sepoltura è un segreto”. Un lavoro peraltro nuovamente ripreso quest’anno sul grande schermo (stesso titolo, regia di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, interpretazione di Jason Clarke, Amy Seimetz e John Lithgow) dopo che la storia aveva già beneficiato di un adattamento cinematografico nel 1989, a fronte dell’inquietante pellicola Cimitero vivente
La vicenda si ispira a una storia popolare, The Monkey’s Paw, meglio conosciuta nella versione scritta da William W. Jacobs. Ma nel suo libro King va oltre, chiedendosi cosa sarebbe successo se il protagonista non si fosse fatto carico di un suo errore... Per farla breve, diamo voce al canovaccio, dove incontriamo il medico Louis Creed al settimo cielo per essere stato nominato direttore sanitario dell’Università del Maine. Un incarico che si porta al seguito un benefit legato all’utilizzo di una villa in campagna, lontana dal caos metropolitano, dove si stabilisce con la famiglia: la moglie Rachel e i due giovani figli, Eileen e Gage, rispettivamente di sei e due anni. 
Tutto bene, quindi? All’inizio sembra proprio di sì: i bambini sono contenti, i vicini gentili e generosi. Persino il loro pigro e indolente gattone, Winston Churchill (detto Church), sembra godere dei benefici della nuova sistemazione. Ma ben presto la famiglia Cree deve affrontare una serie di episodi inquietanti, dovuti forse all’improvviso ridestarsi di forze oscure e malefiche: Ellie si ferisce a un ginocchio dopo essere caduta dall’altalena, mentre Gage viene punto da un’ape e rischia di essere investito da un camion. Per fortuna il vicino di casa, l’ottantatreenne Jud Crandall, li aiuta consigliandoli sui rischi da evitare. A partire dai pericolosi e giganteschi bisonti a quattro ruote che sfrecciano sull’adiacente superstrada. 
Ma c’è dell’altro: poco distante dall’abitazione del dottore, al centro di una radura, sorge il Pet Sematary, il cimitero dei cuccioli, un luogo dove i ragazzi del circondario, secondo un’antica consuetudine, usano seppellire i loro animaletti. Sta di fatto che dopo una visita in questo luogo all’apparenza tranquillo, Louis si trova a essere perseguitato da sogni oscuri e terribilmente realistici, ma anche da eventi sorprendenti (come la tragica morte di un suo allievo e quella del suo gattone). Sarà perché, poco oltre il Pet Sematary, c’è un altro terreno di sepoltura, ben più terrificante? E sarà qui che deciderà di dire addio all’amato Church, che guarda caso il giorno successivo tornerà a casa più arzillo di prima… Ma cosa nasconde quel luogo anticamente “usato” dagli indiani Micmac, carico di presagi e di richiami, spaventosi quanto irresistibili, provenienti da un altro mondo? Un luogo dove il dottor Creed si dovrà peraltro confrontare con una scoperta raggelante… 
Insomma, non stiamo a raccontarle tutte perché sarebbe un delitto, anche se in realtà ne succederanno di tutti i colori. 
Per la cronaca Stephen Edwin King - uno dei più acclamati scrittori e sceneggiatori al mondo di letteratura fantastica (in particolare horror e gotico moderno, dove sapientemente mischia terrore e inquietudine, amore e morte, odio e riscatto) con oltre 500 milioni di copie vendute - è nato a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947. Una prolifica penna i cui lavori risultano abbonati al grande schermo - soltanto William Shakespeare, Agatha Christie e Arthur Conan Doyle, in quanto ad adattamenti cinematografici, hanno fatto meglio di lui - per mano di registi del calibro di Stanley Kubrick, Brian De Palma, John Carpenter, David Cronenberg, Rob Reiner e Frank Darabont. Per non parlare delle tante, seguitissime, serie televisive. 
Un genio del terrore i cui inizi - repetita iuvant per le nuove leve - furono tutt’altro che facili. A cominciare dall’infanzia, con il padre sparito nel nulla nel 1949, il che aveva costretto la madre ai lavori più umili per tirare avanti. Mentre il ragazzino, a sua volta, se la doveva vedere con una salute malferma. Tanto è vero che, in prima elementare, dovette sottostare a diversi mesi di riposo e isolamento forzato, tempo che avrebbe sfruttato per imparare a leggere e a scrivere. 
Già, scrivere. Una passione che strada facendo lo avrebbe ossessionato anche se, inizialmente, con scarsi risultati, tanto che per sopravvivere si sarebbe dato da fare come benzinaio, spazzino e addetto a una lavanderia. A complicare le cose, nel 1971, arrivò il matrimonio, fortunatamente felice, con una compagna di studi (Tabitha Jane Spruce, a sua volta scrittrice e poetessa, con la quale tuttora abita a Bangor, nel Maine), seguito a ruota dalla nascita dei tre figli. Due dei quali, Tabitha e Stephen jr, avrebbero seguito le orme narrative dei genitori. 
Di fatto - riprendiamo da quanto già scritto - una vita complicata, resa ancora più difficile dalla dipendenza dall’alcol e dalla droga. Ma nel 1974, dopo tre tentativi andati a vuoto, ingranò la marcia giusta e incassò i suoi primi 2.500 dollari dalla casa editrice Doubleday per la pubblicazione di Carrie, un romanzo passato inosservato nell’edizione rilegata ma che avrebbe riscosso un enorme successo in quella economica, superando il milione di copie vendute. A quel punto King, grazie anche alla cessione dei diritti per la trasposizione cinematografica, decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, dando alle stampe Le notti di Salem (Salem’s Lot) e soprattutto Shining, due romanzi che ancora oggi tengono banco al botteghino. 
Iniziando così una carriera costellata di premi e riconoscimenti (nel 2015 è stato ad esempio insignito dall’allora presidente Obama, per i suoi meriti artistici, della National Medal of Arts), carriera sfortunatamente frenata da un bruttissimo incidente: nell’estate del 1999, all’apice della fama, venne infatti travolto da un’auto mentre passeggiava finendo per lunghi mesi in ospedale. Ma tutto è bene quello che finisce bene, tanto è vero che sarebbe tornato sugli scaffali con un’altra raffica di successi… 


A questo punto il terzo autore nella pole position dei nostri suggerimenti, ovvero un romanzo breve, ma che lascia il segno, uscito dalla penna del rimpianto Frédéric Dard, all’anagrafe anche Charles Antoine, nato il 29 giugno 1921 a Jallieu, in Francia, e morto il 6 giugno 2000 a Bonnefontaine, in Svizzera. Un autore irriverente e dissacrante che, all’insegna del sorriso, si è proposto fra i più prolifici della narrativa d’Oltralpe, con circa quattrocento titoli all’attivo, 184 dei quali dedicati alle avventure del commissario Sanantonio, detto Sanà, della polizia di Parigi. Lo straordinario personaggio capace di risolvere anche i casi più complessi grazie all’aiuto di colleghi altrettanto ben caratterizzati: come il pachidermico quanto ignorante ispettore Alexandre Benoît Bérurier (detto Berù) e la di lui moglie Berthe, detta La Balena, è teneramente amata dal commissario nonostante la mole e i frequenti tradimenti (peraltro ripagati con egual moneta dallo stesso Bérurier). Oppure Il Vecchio, il reazionario e classista capo della squadra, nonché il saggio quanto stucchevole ispettore César Pinaud. 
Per la cronaca San Antonio (questo il nome nell’originale francese del nostro impenitente donnaiolo) era stato scelto da Dard in modo casuale, ovvero puntando il dito su una mappa degli Stati Uniti in cerca di un… adeguato suono inglese da dare al suo sfrontato quanto beffardo personaggio, che strada facendo gli avrebbe fatto vendere la bellezza di 290 milioni di copie (soltanto in Italia di avventure di questo straordinario poliziotto ne sono state tradotte un centinaio). 
Risultato? Romanzi che si bevono d’un fiato e che si nutrono di uno humour inarrivabile, a volte supportati da esplicite concessioni all’erotismo, sempre accreditati di un linguaggio, ricco quanto innovativo, dalle tinte forti. 
Ma Frédéric Dard non è stato solo lo scrittore del sorriso e dell’ironia dissacratoria, ma anche un autore che ha spaziato (a fronte di numerosi pseudonimi) nel campo del romanzo psicologico e delle novelle, oltre che della sceneggiatura e della drammaturgia, sino a sconfinare nella spy story e nel racconto d’azione. Una penna, ad esempio, capace di dare voce ad alcuni “noir allo stato puro”, come nel caso de Il Montacarichi (Rizzoli, pagg. 140, euro 17,00, traduzione di Elena Cappellini), una “gemma nel suo genere, un bianco e nero nitido come una femme fatale irresistibile”. 
Lui che era stato definito da France Culture come “il più pacifico tra i tormentati, il più dolce tra i violenti, il più felice tra i devastati”. Lui che negli ultimi anni sta vivendo anche da noi una stagione all’insegna della riscoperta, dopo che in vita aveva dovuto soffrire, e non poco, per guadagnarsi un posto al sole. Lui capace - e non è da tutti - di un linguaggio semplice e graffiante, brutale quanto accattivante. 
Ciò detto, brevi appunti su questo lavoro del 1961 (titolo originale Le Mont-Charge) che non mancherà di catturare il lettore. 
“All’interno di un cortile parigino adibito a legatoria, un montacarichi conduce all’appartamento di Madame Dravet. A qualche strada da lì, una sera di Natale dei primi anni Sessanta, Albert Herbin, appena uscito di prigione, è solo al tavolo di un rinomato ristorante della città. Qui i suoi occhi incontrano quelli della signora Dravet, che siede insieme alla figlia. La donna è bellissima. In maniera del tutto imprevedibile e altrettanto efficace, l’uomo riesce ad accompagnare a casa la donna, che infine lo invita per un ultimo bicchiere al secondo piano di questo stabile per metà abitazione, per metà fabbrica”. 
L’attrazione tra i due sembra essere destinata a concludersi sul comodo divano del salotto di Madame, ma invece su quel divano giace disteso, assassinato, il marito della donna. Nelle ore che seguiranno, e fino all’alba, Albert “si troverà avvinto a fatti concitati, legati al destino di Madame Dravet e al suo ruolo misterioso in questa conturbante vicenda”. Come andrà a finire? Leggere per sapere.

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