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Una per una, tutte le bufale sul nostro Mezzogiorno

Grazie a un impressionante repertorio di dati, storie e documenti, il giornalista Marco Esposito smaschera i luoghi comuni e le notizie false sul Sud


19/10/2020

di Tancredi Re


I meridionali non rispettano le regole. È un pregiudizio: in realtà l’emergenza Coronavirus è stata uno straordinario test collettivo e ha mostrato comportamenti omogenei sul territorio nazionale, certificati da Google nella riduzione degli spostamenti. Il Mezzogiorno non decolla nonostante l’intervento straordinario. Scorretto: la banca dati pubblica attiva dal 2000 dimostra che il Sud riceve quasi sempre (18 anni su 19) una quota proporzionalmente inferiore alla popolazione residente. Non solo non c’è stato nulla di straordinario, ma si è anche investito per allargare il divario. Il Sud è terra di evasori fiscali. Paradossale: la pressione fiscale e contributiva è maggiore nel Mezzogiorno a partire dal 2014. Nel 2018 è stata del 46,7% al Centronord e del 47,8% nel Mezzogiorno.
E ancora: i dipendenti pubblici meridionali sono improduttivi e assenteisti. Fuorviante. La macchina pubblica del Mezzogiorno riceve minori investimenti e meno beni e servizi: per questo il personale appare meno produttivo. Quanto alle assenze, in effetti si registrano in media due giorni di malattia in più all’anno per dipendente. Fenomeno da non sottovalutare, ma non tale da far gridare allo scandalo. Il Sud restituisce i fondi europei. Inventato. Tutti i programmi di spesa sono stati regolarmente certificati. Superiamo la spesa storica per combattere gli sprechi del Sud. Truffaldino: la spesa storica al Sud è più bassa per cui, invece di integrarla, si è deciso di misurare i fabbisogni standard per il futuro in base alla spesa del passato. In un comune non ci sono asili nido? La spesa era zero per cui il fabbisogno di asili nido è zero. Il Mezzogiorno è stato sempre arretrato. Inesatto: il divario economico segue l’unità d’Italia. Campania, Sicilia e Puglia - le tre più popolose regioni meridionali - erano e sono rimaste a lungo al di sopra di regioni del Centronord. 
Luoghi comuni, notizie infondate, bufale che nel libro Fake Sud (Piemme, pagg. 311, euro 15,90) Marco Esposito smaschera una per una, grazie a un impressionante repertorio di dati, storie e documenti. Ci sono due Fake Sud: quello infido, sprecone e fannullone accusato di ricevere (mai visti) fiumi di sussidi e di rallentare le aree più produttive del Paese, e quello di chi - per reazione - alimenta un orgoglio inconcludente e vittimistico e si inventa una terra di impareggiabile ricchezza derubata dopo la feroce invasione piemontese del 1861. Ma poi c'è anche il Sud reale, in cui dilagano disoccupazione ed emigrazione, la sanità è sempre a corto di personale, i comuni non hanno soldi per i servizi, i fondi europei sono usati per compensare i tagli ai finanziamenti ordinari e l'alta velocità ferroviaria si è (letteralmente) fermata a Eboli. Perché i pregiudizi non sono innocenti, sono serviti a giustificare scelte politiche devastanti per il Mezzogiorno. 
Non sono tanto i pregiudizi, i giudizi intrisi di razzismo, o le insinuazioni menzognere, a “ferire” i meridionali, quanto piuttosto l’ostinato e pervicace silenzio sui retroscena della “colonizzazione” del Mezzogiorno, l’omertà e la sottovalutazione delle responsabilità politiche e morali del suo sacrificio, prima, sull’altare degli interessi capitalistici e finanziari delle élite al potere e, successivamente, a quelli politico-clientelari e mafiosi. 
Fin dalla seconda metà degli anni settanta dell’Ottocento, il Mezzogiorno, ancorché obbligato, era stato altamente funzionale, se non addirittura essenziale, allo sviluppo dell’industria settentrionale e dell’intera economia nazionale fino alla Seconda guerra mondiale. Tuttavia l’arretratezza accumulata dal Sud a causa dello sviluppo capitalistico nazionale garantito dal protezionismo, mentre si rivelò disastroso per le produzioni agricole di eccellenza (non per il latifondo nonostante la riforma agraria che pure attraverso la “legge Sila” e la “legge stralcio” assestò un duro colpo alla proprietà terriera assenteista) che furono oggetto di ritorsioni soprattutto dalla Francia, si trasformò in un fattore di grave rallentamento della stessa economia settentrionale. 
La legislazione speciale a favore delle regioni meridionali varata dal Governo Giolitti all’inizio del XX secolo che cercò di ridurre il divario già ampio allora tra il Nord e il Sud del Paese, derivò soprattutto dalle analisi che venivano condotte dai meridionalisti del tempo e, in particolare, da Francesco Saverio Nitti, che denunciarono le condizioni di arretratezza economico-sociale del Mezzogiorno (dopo i precedenti studi dello storico Pasquale Villari e l’Inchiesta sulla Sicilia condotta da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino che già era stata oggetto di un’indagine parlamentare approdata ad una valutazione estremamente prudente sui mali che la caratterizzavano) e proposero di intervenire senza altri indugi per riequilibrare lo sviluppo economico tra le due macro aree del Paese. 
Per quanto apprezzabili, i risultati della legislazione speciale, fra cui la costruzione dell’impianto siderurgico di Bagnoli a Napoli, l’acquedotto pugliese, la direttissima Roma-Napoli, non ridussero però, né tanto meno annullarono il divario Nord-Sud. Le necessità belliche della Prima guerra mondiale, le successive politiche di restringimento degli scambi di merci e risorse umane affermatesi a livello mondiale tra gli anni Venti e Trenta, le scelte di politica demografica del fascismo e infine la Seconda guerra mondiale e la ricostruzione agirono tutte in modo che alla fine degli anni Quaranta del Novecento il dislivello economico Nord-Sud raggiungesse i suoi massimi storici. Alimentando una seconda ondata migratoria, dopo quella imponente che dal 1870 allo scoppio della Prima guerra mondiale aveva interessato ben cinque milioni di individui che avevano cercato fortuna in America e, in parte, in Europa, mentre questa volta si era indirizzato prevalentemente verso il Nord e, in particolare il triangolo industriale Torino-Milano-Genova, oltreché verso alcuni Paesi europei tra cui la Germania. 
La classe dirigente post-unitaria e quella dei primi decenni del Novecento ha condannato il Mezzogiorno all’emarginazione, all’impoverimento e all’emigrazione. 
Pur con tutti i suoi limiti e le sue manchevolezze, con la Cassa per gli interventi straordinari, tra gli anni Cinquanta e Settanta, il Mezzogiorno aveva rivisto la luce e risalito la china dell’arretratezza, ma poi quando si decise di sopprimere questo strumento, per quasi un decennio il Sud sparì dall’agenda politica del Paese. Ed il divario tornò ad ampliarsi al punto da diventare un “caso” perfino per l’Unione Europea, dal momento che il Sud Italia è la macro area all’interno dell’UE ad accusare il divario più ampio tra quelle in ritardo dal punto di vista economico, sociale e occupazionale. 
Per oltre un secolo e mezzo, il Mezzogiorno è stato e, in gran parte, continua a essere ancora oggi, un’area di consumo delle produzioni delle industrie del Nord, un “serbatoio” elettorale da cui drenare il consenso per ottenere e consolidare il potere della classe politica che di volta in volta si è proposta al Sud con le sue ricette “miracolose” quanto inutili, di rilancio con la complicità degli ascari eletti nelle regioni meridionali, e, infine, una zona alla quale sottrarre braccia e cervelli da formare, prima, nelle Università settentrionali e, poi, avviare al lavoro, sempre al Nord.  
La verità è, dunque, che il Sud è stato lasciato solo. Colpevolmente solo. E, per giunta, come dimostra l’autore del libro, viene coperto da contumelie, biasimo, scherno, irrisione, ed è oggetto di pregiudizi falsi e di un razzismo immondo. 
Il fatto di dover ancora oggi discutere di cosa fare del Mezzogiorno, in che modo e con quali strumenti intervenire per favorirne lo sviluppo e il rilancio, come mettere a reddito le sue pur notevoli risorse, rappresenta secondo noi la sconfitta più grande che lo Stato italiano abbia mai subìto nel corso della sua lunga storia.

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